È morto Paolo Cirino Pomicino

Era uno degli ultimi democristiani, molto rappresentativo di alcuni dei cliché più diffusi sui politici della Prima Repubblica: aveva 86 anni

Paolo Cirino Pomicino alla camera ardente per l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Roma, 25 settembre 2023 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Paolo Cirino Pomicino alla camera ardente per l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Roma, 25 settembre 2023 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
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È morto a 86 anni Paolo Cirino Pomicino, ex ministro nonché influentissimo esponente della Democrazia Cristiana, cioè il partito più importante in Italia fino agli anni Novanta. Nella sua estesissima carriera politica Pomicino fu tra i più stretti collaboratori e alleati del più volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Negli anni Novanta Pomicino fu implicato nelle vicende di Tangentopoli, l’insieme di inchieste e scandali giudiziari legati al finanziamento illecito dei partiti che portò alla crisi della cosiddetta Prima Repubblica. Negli anni precedenti Pomicino si era costruito una fama nazionale proprio grazie alla costruzione di un sistema clientelare e traffichino: per molti divenne il simbolo vivente della corruzione della classe politica di allora.

Dopo una serie pressoché infinita di processi e la dissoluzione della Democrazia Cristiana, nel 1994, rimase ancora attivo in politica: nel 2004 riuscì persino a farsi eleggere al Parlamento Europeo, mentre nel 2019 in una intervista al Corriere della Sera raccontò di una sua vicinanza al Partito Democratico.

Negli ultimi anni il ruolo che si era ricavato nel dibattito pubblico era proprio questo: dare interviste che in un modo nell’altro facevano discutere. L’ultima volta aveva fatto parlare di sé a gennaio di quest’anno, dichiarando in modo piuttosto sorprendente in un’intervista al Foglio di essere contrario riforma della magistratura oggetto del referendum per cui si voterà domenica 22 e lunedì 23 marzo (“sorprendente” perché Pomicino ha quasi sempre avuto una collocazione nel centrodestra).

Pomicino era nato a Napoli il 3 settembre 1939. All’università si era specializzato in neurologia per poi fare una breve carriera come medico neurologo all’ospedale Antonio Cardarelli di Napoli. Quel periodo, però, non durò a lungo: nel 1970 Pomicino lasciò il suo impiego per fare il consigliere comunale a Napoli tra le file della DC, assecondando la sua passione per la politica. Venne eletto per la prima volta deputato alla Camera nel 1976 e da lì partecipò a tutte le restanti legislature della cosiddetta Prima Repubblica, che si concluse nel 1994.

È stato un politico molto carismatico, generalmente considerato simpatico e con un modo di fare esuberante. Col passare degli anni però Pomicino divenne l’espressione di un modo di fare politica clientelare, poco attento alla gestione dei soldi pubblici, e di una classe politica che si gode i piaceri concessi dalla propria posizione di potere. Un insieme di luoghi comuni spesso associati all’ultima fase della Prima Repubblica, e rappresentati molto bene in una scena del film Il divo di Paolo Sorrentino (film su Giulio Andreotti), che mostra una festa organizzata da alcuni dirigenti della DC proprio a casa di Pomicino.

Pomicino è stato a lungo l’uomo a cui Andreotti affidava la gestione delle faccende economiche, tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta fu per tre anni ministro del Bilancio e della programmazione economica, ma soprattutto è stato per cinque anni presidente della commissione Bilancio della Camera dei deputati: una posizione che sfruttò molto efficacemente e che gli permise di ottenere una notevole influenza. Il periodo in cui Pomicino ebbe questi incarichi coincide con una delle fasi di maggior crescita del debito pubblico italiano.

Anche all’interno della corrente andreottiana molte delle questioni legate ai finanziamenti della DC erano affidate a Pomicino. Grazie al ruolo che aveva, negli anni Ottanta divenne uno degli uomini più potenti e influenti della città di Napoli, dove a un certo punto venne soprannominato ’o ministro dai napoletani. Da Pomicino dipendeva la gestione del sistema delle tangenti per la DC a Napoli e dunque anche le fortune e i giri di affari di una parte consistente dell’imprenditoria campana, alla quale venivano affidati ricchi appalti di grandi opere pubbliche in cambio di favori e denaro.

Il successo della sua carriera finì con gli sconvolgimenti politici di Tangentopoli. Come tanti altri politici e imprenditori dell’epoca, anche Pomicino fu coinvolto in diverse vicende giudiziarie, anche se non direttamente in quelle mi: fu messo sotto accusa in 42 processi, e venne condannato in via definitiva a scontare un anno e otto mesi di carcere per finanziamento illecito ai partiti e patteggiò poi 2 mesi di reclusione per corruzione.

Giulio Andreotti con Paolo Cirino Pomicino a un congresso della DC. (ANSA)

Giulio Andreotti con Paolo Cirino Pomicino a un congresso della DC. (ANSA)

Dopo Tangentopoli Pomicino ha continuato a partecipare alla vita politica d’Italia anche se con un ruolo relativamente marginale: negli anni Duemila è transitato da diversi piccoli partiti che cercavano di rappresentare il sempre più esiguo elettorato cattolico, è stato europarlamentare nel 2004 e poi di nuovo deputato nel 2006.

Negli ultimi 30 anni Pomicino si è speso moltissimo per diffondere una propria narrazione della Prima Repubblica, piuttosto indulgente e nostalgica, con l’obiettivo di ripulire la percezione del paese nei confronti della vecchia classe politica (e quindi anche nei suoi confronti), ritenuta da lui più colta e preparata rispetto a quella attuale. Soprattutto, Pomicino ha assai criticato il personalismo e la vaghezza ideologica dei partiti nati dopo la fine della Prima Repubblica, in questo modo mettendo in risalto ed elogiando la frammentazione dei vecchi partiti in correnti e fazioni – e dunque la presenza di molti leader in un solo partito oltre che la loro netta connotazione ideologica.