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  • Sabato 21 marzo 2026

Con queste milizie non si rovescia il regime iraniano

Sono nel Kurdistan iracheno, al confine con l'Iran: alcune hanno già fatto incursioni, altre non sembrano pronte

di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Sul greto di un torrente in fondo a una piccola valle tra le montagne irachene c’è una squadra armata di esuli iraniani. Alcuni si sono piazzati di guardia sulle rocce a monte e a valle del luogo scelto per l’incontro. Fanno parte della Komala dei proletari del Kurdistan, una delle milizie curde che non vedono l’ora di attraversare il confine, poco distante, e andare a combattere contro il regime iraniano. Alcune squadre lo hanno già fatto, di notte ma senza combattere, come vedremo.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Komala è una parola curda che sta a metà tra comitato e partito. Tra i miliziani spicca Ashkan Morovati, 29 anni, denti finti, tatuaggi sul volto, cicatrici lunghe sugli avambracci. È considerato un eroe dal movimento di protesta in Iran, dove è stato condannato a morte. «Sono tornato dal Regno Unito alla lotta qui tre mesi fa. Il regime iraniano ha ucciso quasi 40 mila civili innocenti, quindi è nostro dovere, ovunque ci troviamo nel mondo, lottare per la libertà e per la sopravvivenza del nostro popolo», dice. Prima di tornare faceva il pugile professionista a Manchester.

Ashkan Morovati, 29 anni (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Ashkan Morovati, 29 anni (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Morovati sostiene che le milizie curdo-iraniane sarebbero pronte a fare la guerra in Iran. «Assolutamente, siamo pronti più di quanto pensino: la nostra vita su queste montagne e l’addestramento ci hanno preparato in ogni modo. In questo momento abbiamo forze all’interno dell’Iran. Stiamo soltanto aspettando l’appoggio aereo per entrare [in Iran], lottare per la sopravvivenza del nostro popolo e combattere». Non sa dire quando questa guerra a terra potrebbe cominciare. «Forse oggi, tra due giorni o anche tra un’ora entreremo in Iran, stiamo aspettando la decisione».

In realtà l’attesa potrebbe essere molto più lunga o anche non finire. C’è una tendenza generale nei resoconti giornalistici a sopravvalutare la potenza delle milizie curdo-iraniane e se ne parla come se fossero una forza militare in grado di combattere alla pari contro le forze di sicurezza del regime. Almeno per adesso non pare così.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Alcune stime dicono che abbiano diecimila combattenti, ma non sono stime verificate. Da quando i droni iraniani hanno cominciato a volare attraverso il confine per bombardarli, i miliziani si sono sparpagliati in piccoli gruppi, si sono nascosti e dare delle stime credibili è diventato ancora più difficile. Poco prima dell’incontro con la squadra di guerriglieri, una decina di droni iraniani aveva colpito il campo della Komala, che però è ormai quasi vuoto. La squadra di Morovati sul greto del torrente è formata da quindici uomini.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Inoltre c’e da vedere la qualità dei combattenti. Alcune squadre di curdi iraniani, come quella incontrata sul greto del torrente, sembrano in grado di reggere un’ipotetica campagna contro il regime iraniano in lotta per la sua sopravvivenza. Altre no.

Il punto è che americani e israeliani non possono vincere soltanto con i bombardamenti aerei e hanno bisogno di uomini a terra, anche soltanto per occuparsi di cose che non sono combattere. Portare e distribuire armi agli iraniani che intendessero ribellarsi. Ripristinare le comunicazioni via internet interrotte dal regime. Dare informazioni su dove e cosa bombardare. Prendere il controllo di zone eventualmente abbandonate dai soldati. E altro ancora.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Alla domanda se i miliziani siano in contatto con la Cia, Morovati risponde: «No, non siamo in contatto con loro, ma oggi i nostri obiettivi sono gli stessi: far crollare il regime islamico dell’Iran. Il regime islamico dell’Iran non è pericoloso soltanto per il popolo iraniano, è un pericolo per tutta l’umanità. È necessario che tutti noi combattiamo sullo stesso campo di battaglia contro la dittatura».

Martedì 3 marzo la rete americana Cnn aveva rivelato che la Cia starebbe armando le milizie curde per scatenare una rivolta in Iran, ma le milizie curde sono un assortimento di molti gruppetti ed è possibile che alcuni siano in contatto con l’intelligence americana e altri no.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Le milizie di esuli iraniani sono marxiste, hanno un’impostazione fortemente ideologica e in circostanze normali non stringerebbero un’alleanza con la Cia. Vale la pena notare che dieci anni fa in Siria le milizie curde che avevano le stesse convinzioni di Morovati e dei suoi compagni sono diventate alleate degli Stati Uniti per ricevere un appoggio indispensabile nella guerra contro lo Stato Islamico.

Rojin è un’ex studentessa di materie umanistiche di 22 anni con un fucile a tracolla, incontrata in un altro luogo. È scappata dall’Iran dopo le rivolte del 2022 per la morte di Mahsa Jina Amini, fa parte della stessa Komala del torrente e dice:  «Certo che sono contenta per i bombardamenti israeliani e americani contro i Guardiani della rivoluzione». Viene in mente un motto attribuito al leader comunista cinese Deng Xiaoping: “Non è necessario che il gatto sia bianco o nero, purché riesca a prendere il topo”.

Rojin, 22 anni (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Le armi di Morovati e dei suoi compagni di squadra sono normali variazioni del fucile d’assalto Kalashnikov, l’arma più diffusa nel Medio Oriente, senza segni particolari che potrebbero far pensare a un aiuto dall’esterno, come mirini speciali o altro. Su quindici uomini soltanto uno ha un’arma americana e non vuol dire nulla perché sono facili da trovare sul mercato. Oltre alla tenuta tipica curda sette miliziani portano le stesse scarpe Adidas ai piedi e altri hanno delle Nike.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Un venditore della Adidas dopo avere visto le foto delle scarpe della squadra dice al Post: «Sinceramente non le ho mai viste, ma sembrano un paio di entry level da outlet. Scarpe prodotte apposta per quei punti vendita senza passare dai negozi normali, diciamo. C’è un’altissima possibilità che siano addirittura fake».

Le Nike indossate dai guerriglieri sono contraffatte. Un esperto della Nike commenta così: «Sono sicuramente fake, un misto tra Air Force 1 e Dunk Low. La fibbia in metallo è delle Air Force 1, tutto il resto è una Dunk Low. Ma la linguetta sul tallone non esiste in nessun modello».

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Per alcuni dei guerriglieri la campagna di bombardamenti senza soste degli aerei israeliani e statunitensi contro il regime iraniano cominciata tre settimane fa è l’occasione che aspettavano da una vita. Sono cresciuti con i racconti della repressione iraniana contro i curdi negli anni Ottanta, alcuni dei loro familiari sono stati uccisi dal regime.

In molti sono tornati di recente dall’Europa, dove si erano rifatti una vita, motivati prima dai massacri di iraniani a gennaio e poi dall’inizio della guerra. Forogh è una curda iraniana di 42 anni, arriva dalla Norvegia. Wrya è un curdo iraniano di 50 anni, arriva da Londra dove è stato per vent’anni.

Forogh, 42 anni (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Durante le prime notti di guerra alcune squadre di guerriglieri curdi sono già entrate in Iran e sono tornate indietro. Sono passate per valli nascoste e sentieri poco battuti e hanno approfittato del fatto che in molti tratti il confine tra Iraq e Iran è soltanto una convenzione geografica e non esiste una linea continua di fortificazioni e torrette di guardia. È possibile sfuggire alla sorveglianza dei soldati iraniani.

«Personalmente non sono andato a svolgere alcuna attività, ma la mia squadra è andata molte volte: hanno svolto le attività richieste e poi sono tornati», dice Morovati. Queste ricognizioni in territorio nemico potrebbero essere l’origine delle notizie infondate che sono circolate per qualche ora la sera di mercoledì 4 marzo e parlavano di «un’offensiva di migliaia di combattenti curdi in Iran».

Le incursioni notturne però sono finite, almeno per adesso, perché non erano coordinate con gli statunitensi e con gli israeliani e i curdi hanno rischiato di finire sotto le bombe.

Ashkan Morovati, 29 anni (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Appendice. La storia di Morovati

Nell’ottobre del 2022, mentre partecipava alle proteste di massa per la morte della curda iraniana Mahsa Jina Amini nella città di Sanandaj, Morovati racconta che andò a parlare con le forze di sicurezza del regime per chiedere loro di gettare le armi. Gli agenti lo attaccarono. Ci sono un paio di video che mostrano Morovati a torso nudo e con un coltello in mano, «per difendermi» dice, in mezzo a un cerchio di poliziotti. I video divennero celebri. A volte qualcuno gli tira una manganellata e poi si allontana, la cosa va avanti per un po’. Finì che gli spararono a entrambe le gambe con i fucili caricati a pallini, e poi ancora quando era già a terra.

Passò un mese in terapia intensiva, poi le proteste scemarono e l’Iran tornò alla normalità e sotto il controllo capillare delle forze di sicurezza. Il medico che lo aveva curato fu arrestato, lui fu trascinato in un carcere, dove non aveva le cure che gli servivano – e tra queste le bombole di ossigeno e gli antidolorifici. Sopravvisse. In condizioni pietose riuscì a evadere dall’infermeria del carcere e grazie a una rete di solidarietà clandestina tra curdi fu portato di nascosto fuori dall’Iran. Poi raggiunse l’Europa.