Le italiane all’estero che ricevono i documenti per votare col cognome del marito 

Per molte è un problema di principio, per altre è un ostacolo concreto al diritto di voto

(Claudio Furlan/Lapresse)
(Claudio Furlan/Lapresse)
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Per il referendum, come per altre precedenti occasioni elettorali, molte donne italiane hanno ricevuto la documentazione per votare col cognome del marito di fianco al loro, anche se non avevano mai scelto di adottarlo come proprio: sono le donne sposate e residenti stabilmente all’estero, che a differenza di chi vive in Italia ricevono la documentazione per votare per posta. È un problema che si presenta ogni volta che si vota, che siano elezioni o un referendum, e attira molte critiche: succede soprattutto in alcuni paesi, per ragioni sia burocratiche che legislative.

Chi vive stabilmente all’estero deve iscriversi all’AIRE (l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero): per votare non va semplicemente al seggio elettorale come in Italia, ma una volta iscritto all’AIRE riceve per posta una busta con le schede elettorali per votare per corrispondenza. La presenza del cognome del marito riguarda la busta esterna che viene spedita (cioè quella che contiene i documenti per votare): ogni volta che si vota molte donne italiane iscritte all’AIRE la ricevono col cognome del marito di fianco al proprio.

Per molte di loro la presenza del cognome del marito è un problema di principio, per altre è un ostacolo concreto al proprio diritto di voto: un’elettrice italiana che vive in Svezia, a Stoccolma, spiega che per le elezioni europee del 2024 il postino, non trovandola, aveva lasciato un avviso nella cassetta della posta. Dice che quando è andata a ritirare la busta l’ufficio postale si è rifiutato di dargliela perché il nome sulla busta (col doppio cognome) non coincideva con quello sul suo documento di identità (in cui c’era solo il suo cognome): è quindi dovuta tornare col documento di suo marito a ritirare i documenti per poter votare (il suo non è un caso isolato).

In questi giorni il collettivo femminista Rete Donne NL, che riunisce donne italiane che vivono nei Paesi Bassi, ha inviato decine di mail al consolato locale per protestare contro la presenza del cognome del marito di fianco al loro. Molte donne del collettivo dicono che sulle buste indirizzate ai loro mariti (se italiani, e quindi con diritto di voto in Italia) non c’era anche il loro cognome: era cioè la donna a essere identificata col cognome del marito.

In Italia non è più obbligatorio per una donna assumere il cognome del marito: lo è stato fino al 1975, quando la riforma del diritto di famiglia trasformò profondamente i rapporti familiari in un senso più paritario e meno discriminatorio. Oggi assumere il cognome del marito è una scelta, così come aggiungerlo al proprio.

La ricezione dei documenti con l’aggiunta del cognome del marito si aggiunge ad altri problemi che hanno le cittadine e i cittadini italiani che votano dall’estero. Il materiale per votare arriva molto spesso in ritardo, in alcuni casi compromettendo la possibilità stessa di esprimere il proprio voto, e quindi di esercitare un proprio diritto. Le segnalazioni sui ritardi nella ricezione dei plichi per votare sono cicliche, e anche in occasione di questo referendum ci sono diverse testimonianze di italiani all’estero che a una dozzina di giorni dal referendum non avevano ancora ricevuto la documentazione per votare, che va compilata e rispedita in Italia in tempo per il giorno del voto (la legge prevede che il ministero degli Esteri spedisca i plichi per far votare gli italiani all’estero al più tardi 18 giorni prima del voto).

– Leggi anche: I problemi a votare dalla Spagna per le elezioni del 2022

Nella documentazione elettorale spedita alle donne italiane sposate iscritte all’AIRE, il cognome del marito è presente in varie forme: di fianco a quello della donna, sotto, oppure con diciture simili a “coniugata in”. La situazione varia molto anche a seconda dei paesi.

Per questo articolo sono state interpellate una quarantina di donne che vivono in otto paesi diversi (sei europei, due extraeuropei): ci sono paesi (come Spagna e Regno Unito) in cui non risulta che ci sia questo problema; altri (come Belgio, Francia e Paesi Bassi) in cui ad alcune donne è successo di ricevere la documentazione del marito e ad altre no, o in cui è successo per questa votazione e non per altre, ma anche viceversa; altri ancora, come la Germania, in cui tutte le donne intervistate hanno ricevuto la busta col cognome del marito.

La variabilità dipende anche da come funziona la procedura: la documentazione per votare dall’estero viene spedita dall’Italia, che la invia ai vari consolati che poi la spediscono agli elettori e alle elettrici. Il primo passaggio è al ministero dell’Interno, che dà a quello degli Esteri gli elenchi degli elettori e delle elettrici iscritte all’AIRE: a quel punto il ministero degli Esteri prepara la documentazione e la spedisce, decidendo volta per volta se aggiungere o meno il cognome del marito per i paesi in cui la presenza di quel cognome può facilitare la consegna del plico.

Ci sono paesi come la Germania e la Francia dove è ancora molto comune adottare il cognome del marito dopo il matrimonio, e in cui questa tendenza interessa moltissimi ambiti della vita comune: pratiche burocratiche, documenti, moduli. Anche i singoli consolati tengono conto di queste usanze quando spediscono i plichi per votare: il consolato italiano di Parigi dice che è «prassi» aggiungere il cognome del marito a quello della donna perché «è molto frequente che sul campanello ci sia solo il cognome del marito, e aggiungerlo alla busta esterna della documentazione facilita il raggiungimento della donna».

Una delle donne intervistate che vive in Germania ha condiviso un’email ricevuta dall’ambasciata italiana, in risposta alle sue rimostranze per aver ricevuto il plico col cognome del marito: in quell’occasione l’ambasciata disse che dopo l’introduzione della possibilità di votare dall’estero, nel 2001, l’ambasciata era stata «subissata» di mail di protesta di elettrici che non avevano ricevuto i plichi per votare perché erano indirizzati a loro solo col cognome da nubile e non era stato possibile raggiungerle.

C’è un’altra ragione per cui il ministero degli Esteri o i consolati possono indirizzare i plichi alle donne aggiungendo il cognome del marito anche se loro non hanno mai scelto di adottarlo.

In Italia la legge che regolamenta le liste elettorali, risalente al 1947, prevede all’articolo 4 che nelle liste elettorali alle donne vada aggiunto automaticamente il cognome del marito. Poi, nel 1999, in Italia il certificato elettorale (lo strumento con cui si votava) è stato sostituito dalla tessera elettorale, con una legge che non conteneva più l’indicazione dell’aggiunta del cognome del marito.

Per chi vota dall’estero, però, la tessera elettorale non è mai stata introdotta e si continua a utilizzare il certificato elettorale: «La norma di riferimento continua a essere quella del 1947, che contiene l’indicazione di aggiungere il cognome del marito e che continua a essere un riferimento nella formulazione dei certificati», spiega l’avvocato amministrativista Patrizio Ivo d’Andrea, che ha seguito un caso finito alla Corte di Cassazione per l’aggiunta del cognome del marito contestato da una donna (la Cassazione ha dato ragione alla donna).

La stessa Corte di Cassazione, in quella sentenza, ha definito «discriminatoria» e non rispettosa dell’identità personale l’identificazione della donna col cognome del marito e non viceversa. Nel 2024 è intervenuto sulla questione anche il ministero dell’Interno, con una circolare in cui ha detto che togliere il cognome del marito dalla documentazione elettorale delle donne è più aderente ai principi della Costituzione.