Non c’è davvero un problema di speculazione sulla benzina

I rincari dei carburanti sono inferiori a quelli del petrolio, ma il governo accusa comunque i benzinai di approfittarsene

(LaPresse)
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In queste settimane di guerra in Medio Oriente e di aumenti dei prezzi dei carburanti, il governo di Giorgia Meloni ha insistito sul fatto che c’è un problema di speculazione: ci si chiede come sia possibile che l’aumento del prezzo del petrolio si trasmetta con tanta velocità al consumatore finale, e Meloni dà la colpa ai distributori e alle aziende energetiche che si starebbero avvantaggiando della situazione per aumentare i loro profitti.

Le cose non stanno proprio così, e le accuse di speculazione servono un po’ a nascondere l’imbarazzo del governo dovuto all’incapacità di ridurre strutturalmente le accise sui carburanti, le tasse di importo fisso che gravano su ogni litro di benzina e diesel. In Italia le accise sono alte, e i partiti di destra – soprattutto Fratelli d’Italia, quello di Meloni – avevano fatto campagne aggressive per abbassarle, quando erano all’opposizione.

Mercoledì il governo ha approvato un decreto per ridurle temporaneamente e cercare di compensare così l’aumento del prezzo che si è visto in queste settimane. È una riduzione temporanea e tutto sommato modesta: per questo nel dare l’annuncio al Tg1 Meloni ha detto che sarà accompagnata anche da un «meccanismo anti-speculazione», che sanziona chi applica un prezzo dei carburanti rincarato più di quanto sia aumentato il prezzo del petrolio necessario per produrli.

Questo è infatti un parametro che mostra chiaramente se le aziende energetiche stanno speculando. E dai dati aggregati si vede chiaramente che non c’è la speculazione che intende Meloni.

Da lunedì 2 marzo, il primo giorno di apertura dei mercati dopo l’inizio della guerra in Medio Oriente, il prezzo del petrolio WTI, cioè la quotazione di riferimento per il mercato statunitense, è aumentato del 44 per cento; il petrolio Brent, la quotazione del mercato europeo, del 51 per cento. I prezzi dei carburanti in Italia sono aumentati di molto meno, secondo il monitoraggio del ministero dell’Ambiente: dal 2 marzo i prezzi di benzina e diesel sono aumentati rispettivamente di 15 e 31 centesimi di euro al litro, con un rincaro del 9 e del 18 per cento rispetto ai valori di prima dell’inizio della guerra. Anche escludendo le accise dai prezzi di benzina e diesel (visto che non cambiano con l’aumento del costo della materia prima), i rincari sono stati minori rispetto all’aumento del prezzo del petrolio.

Questi dati sono comunque una media dei prezzi applicati da tutti i distributori sul territorio italiano: significa che ci sono distributori che applicano prezzi più alti, per esempio quelli in autostrada, e altri che ne applicano di più bassi. Ma la speculazione sistemica di cui parlano Meloni e gli altri membri del governo non c’è.

Quello che si osserva è in realtà solo una pratica commerciale delle aziende energetiche, che però viene molto notata perché ricade sui consumatori finali: e cioè che quando le quotazioni del petrolio aumentano i prezzi alla pompa rincarano quasi subito, mentre quando le quotazioni del petrolio scendono serve di solito parecchio tempo prima che questa riduzione si veda anche al distributore.

È un meccanismo che in economia si chiama trasmissione asimmetrica dei prezzi, e che con una metafora molto efficace viene anche definito “razzo e piuma”: gli aumenti colpiscono i consumatori finali con la velocità di un razzo, mentre le riduzioni del prezzo arrivano al mercato lente come una piuma che cade.

Il meccanismo è molto semplice: aumentando il prezzo della materia prima per produrre i carburanti, lo stesso prezzo dei carburanti aumenta. Ma i distributori stanno vendendo carburanti prodotti col petrolio meno caro di prima della guerra. Far salire il prezzo al distributore prima ancora di produrre carburanti col petrolio rincarato è una scelta commerciale delle aziende energetiche per tutelarsi dall’aumento futuro del costo di produzione, e dal fatto che probabilmente stanno già comprando materia prima con le quotazioni in salita.

Quando poi il prezzo scende, invece, serve tempo prima che il calo arrivi anche dal distributore. Le aziende infatti non vogliono svendere i loro carburanti prodotti con le quotazioni alte del petrolio, e quindi, di solito, passa un po’ di tempo prima di finire tutte le scorte: tempo che è tanto più lungo quanto più duraturo è stato il periodo di rialzi delle quotazioni del petrolio. A questo si aggiunge il fatto che il trasporto del carburante per arrivare dal distributore nello stesso periodo di tempo è stato più costoso, proprio per il rincaro degli stessi carburanti.

Nel breve periodo è evidente che le aziende dell’energia ci guadagnano, e ottengono un margine di profitto superiore proprio grazie al fatto che anticipano il rincaro dei carburanti. Nel lungo periodo la differenza si attenua, e gli economisti sono generalmente concordi nel sostenere che alla lunga gli aumenti e i cali si compensino quasi del tutto.

In Italia poi il problema è ancora più sentito rispetto agli altri paesi perché il prezzo dei carburanti è appesantito da tasse alte, soprattutto su benzina e diesel per i consumatori comuni (chi fa trasporto per professione ha invece qualche agevolazione). I dati del monitoraggio del ministero dell’Ambiente mostrano che su un litro di benzina pesa il 58 per cento di tasse (la parte in rosso del grafico), composto dal 40 per cento di accise e dal 18 per cento di IVA.

Il decreto prevede che le accise di benzina e diesel si riducano di 25 centesimi fino al 7 aprile, quindi il prezzo complessivo si dovrebbe ridurre della stessa cifra.

L’Italia è il paese dell’Unione Europea che applica le accise più alte sul diesel e il secondo per quelle sulla benzina (dopo i Paesi Bassi). In Italia si parla da sempre del fatto che le accise su benzina e diesel dovrebbero essere abbassate. Ma farlo è difficile, e anzi negli anni sono state aumentate, sia perché garantiscono allo Stato un gettito molto elevato e a cui non conviene rinunciare, sia perché hanno il ruolo di scoraggiare il consumo eccessivo di combustibili fossili, tra i principali responsabili delle emissioni inquinanti e quindi del riscaldamento globale.

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