La crisi di Natuzzi ha qualcosa di simile a quella di Stellantis

Calo della domanda, impianti sovradimensionati e soldi pubblici che non sono serviti: molti lavoratori dell'azienda di divani sono a rischio

di Francesco Gaeta

Manifestazione al ministero delle Imprese e del Made in Italy, a Roma, dei lavoratori della Natuzzi, 22 marzo 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
Manifestazione al ministero delle Imprese e del Made in Italy, a Roma, dei lavoratori della Natuzzi, 22 marzo 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)

In questi giorni al ministero delle Imprese e del Made in Italy è in corso una trattativa decisiva per il futuro della Natuzzi, storico marchio di divani con sede a Santeramo in Colle (Bari) e 577 negozi in tutto il mondo. Il primo incontro tra azienda e sindacati si è svolto il 16 marzo, e altri ne seguiranno visto che per ora non è stato trovato un accordo. È in discussione un piano industriale che prevede la chiusura di due dei cinque stabilimenti italiani, e che dichiara 479 lavoratori «in esubero», su poco meno di 1.800. In esubero è l’espressione che si usa per dire che l’azienda vorrebbe in qualche modo mandare via quei lavoratori.

La trattativa è l’ultimo sviluppo di una crisi che ha diverse cause. Le più recenti sono relative ai dazi imposti dal presidente statunitense Donald Trump: Natuzzi, che è titolare del marchio Divani&Divani ed è quotata alla borsa di New York, ricava un terzo del suo fatturato dal mercato statunitense. Ma ci sono anche cause di più lungo corso, che, pur con molte differenze di scala, accomunano questa crisi a quella della grande azienda automobilistica Stellantis, erede di Fiat, che in Italia sta riducendo sempre di più la produzione.

Anche la crisi di Natuzzi, come quella di Stellantis, dura da oltre vent’anni, ed è legata in parte a una riduzione della domanda e in parte a strategie sbagliate. Anche per Natuzzi sono stati avviati diversi piani di rilancio mai pienamente risolutivi. E anche per Natuzzi, come per Fiat, sono state fatte robuste iniezioni di fondi pubblici sotto forma di cassa integrazione. Anche Natuzzi, come Fiat prima e Stellantis poi, ha spostato nel tempo una parte consistente delle lavorazioni all’estero: in Romania, dove dà lavoro a 600 persone e dove costruire un divano costa un terzo in meno rispetto all’Italia, e in Cina, dove i costi sono anche inferiori.

Un divano lungo 70 metri installato in piazza Duomo a Milano da Divani&Divani by Natuzzi, in occasione della Milano Design Week del 2023 (Stefano Porta/LaPresse)

Tutti questi rimedi non sono serviti. Spostando la produzione all’estero l’azienda ha scelto di posizionarsi in modo diverso sul mercato, verso una fascia medio bassa, cioè vendendo divani dal prezzo più contenuto. Così i costi per l’azienda si sono ridotti, ma sul lungo periodo si sono ridotti anche gli utili, perché i divani a buon mercato producono un margine di profitto inferiore rispetto ai prodotti di fascia più alta (in gergo si dice che sono “a bassa marginalità”).

Negli ultimi quattro anni il fatturato di Natuzzi è sceso da circa 468 milioni di dollari a 300 milioni. Quanto ai lavoratori, oggi sono circa un terzo rispetto a venticinque anni fa. Dal punto di vista finanziario il dato più notevole, in prospettiva, riguarda il patrimonio netto, cioè quel che in un’impresa resta dalla gestione economica al netto dei debiti: si è ridotto a un dodicesimo rispetto a quindici anni fa, da 480 milioni di dollari a 40, cioè circa 35 milioni di euro. Il risultato è che, a meno di una radicale inversione di tendenza nel 2026, a breve il gruppo potrebbe trovarsi con poca liquidità disponibile.

A fine febbraio Natuzzi ha scritto una lettera ai propri dipendenti in cui parlava di un piano di investimenti da 17,5 milioni di euro all’anno fino al 2028. Risorse dedicate a «marketing e sviluppo dei punti vendita; a investimenti in ricerca e sviluppo; all’efficientamento dei processi produttivi». Il piano prevedeva però anche la chiusura di un impianto a Matera, e la vendita di un polo logistico e di un altro impianto a Ginosa, vicino a Taranto. Il tutto con una consistente riduzione del numero di occupati. I lavoratori definiti «in esubero» non sono gli unici che rischiano: Natuzzi prevede di cederne 100 ad altre aziende con le vendite dei due impianti, e proporre ad altri 380 di partecipare corsi di formazione con la Regione Puglia, avviandoli così verso altre professioni.

Durante le trattative riservate che si sono svolte a Bari e hanno preceduto l’incontro di questa settimana al ministero, Natuzzi ha spiegato a sindacati e alle istituzioni locali il motivo e la necessità di questi tagli. Ha detto in sostanza che le vendite in continuo calo non giustificano il numero degli addetti attuali.

L’installazione “Intro” dello Studio Novembre, realizzata con Natuzzi e con il Salone del Mobile, in mostra nel 2016 a Miami, negli Stati Uniti (John Parra/Getty Images for Natuzzi)

Gli impianti italiani di Natuzzi sono in effetti sovradimensionati. Sono dedicati ai divani più ricercati e costosi della gamma, ma a causa del calo delle vendite e del posizionamento dell’azienda verso una fascia più bassa del mercato, se ne fabbricano molti di meno di quelli necessari a occupare a pieno regime tutti i lavoratori.

La principale richiesta dei sindacati è proprio riportare una parte di queste produzioni in Italia ed evitare così gli esuberi. Non sarà facile: Natuzzi avrebbe potuto avvalersi fino a qualche tempo fa di una norma che alleggeriva il carico contributivo dei lavoratori del Sud, determinando una riduzione del costo per l’azienda quasi del 10 per cento. Questo avrebbe reso meno penalizzante produrre in Puglia rispetto a Romania o all’Asia, ma dallo scorso anno non è più possibile farlo, perché la Commissione Europea ha ritenuto questa misura un aiuto di Stato lesivo della concorrenza.

Anche per favorire il ritorno delle produzioni dall’estero, Natuzzi negli ultimi anni ha cercato di rendere più efficienti gli impianti e la logistica, e lo ha fatto utilizzando risorse pubbliche. Nel 2022 firmò con Invitalia, l’agenzia del governo per lo sviluppo industriale, un contratto di sviluppo, che è uno strumento per sostenere l’attività di aziende ritenute rilevanti per l’economia nazionale. Vennero stanziati 36 milioni di euro, di cui 10 statali, a fondo perduto. Dovevano finanziare l’ammodernamento degli impianti e la ricerca su ergonomia, comfort e progettazione, per spostare la produzione verso segmenti di mercato più alti e redditizi. Evidentemente non sono bastati.

Per evitare i licenziamenti, Natuzzi ha invece massicciamente usato lo strumento della cassa integrazione, un ammortizzatore sociale che consiste in una riduzione dell’orario di lavoro: la parte di retribuzione che l’azienda non paga è coperta all’80 per cento dallo Stato. In questo caso è molto più di una transitoria integrazione al reddito per sostenere fasi negative del ciclo produttivo, come dovrebbe essere. Natuzzi l’ha usata in modo frammentato tra i vari stabilimenti per oltre vent’anni della sua storia recente, e in modo sistematico negli ultimi cinque, i più difficili: come ha detto il fondatore, in questo periodo nessuno è stato licenziato ma i suoi lavoratori, eccetto dirigenti e addetti ai negozi, sono stati in cassa integrazione al 40 per cento dell’orario e lo sono tuttora.