Cos’è successo nel diciottesimo giorno di guerra
Israele ha ucciso Ali Larijani, uno degli uomini più importanti del regime: lo stretto di Hormuz resta chiuso e le operazioni dell'esercito israeliano in Libano si ampliano

La notizia principale del diciottesimo giorno di guerra è stata l’uccisione del capo del Consiglio Supremo di sicurezza nazionale Ali Larijani, uno degli uomini più importanti del regime e considerato il vero leader del paese dalla morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Larijani è stato ucciso da un attacco israeliano, mentre era con il figlio Morteza, col suo vice Alireza Bayat e con alcune guardie del corpo. L’Iran ha confermato la sua morte in serata, definendola un «martirio».
Nel corso della guerra Larijani aveva mantenuto un approccio molto duro, dicendo di non essere disposto a negoziare una resa dell’Iran e adottando una retorica aggressiva contro Israele e gli Stati Uniti. Ma parte dell’amministrazione statunitense sembrava invece ritenerlo un esponente con cui fosse possibile trattare. Era un politico molto esperto, conservatore e vicino a Khamenei, ma anche pragmatico. L’Iran ha una struttura di potere stratificata proprio per rispondere alle crisi, ma questa nuova uccisione può essere un problema per il regime.
Israele oggi ha anche ucciso Gholamreza Soleimani, il capo delle milizie bassij, le squadre paramilitari che hanno un ruolo centrale nella repressione delle proteste contro il regime e nel mantenimento della sicurezza interna. L’esercito israeliano ha anche continuato a bombardare i posti di blocco delle milizie bassij.
Donald Trump ha fatto una conferenza stampa allo Studio Ovale, dopo aver incontrato il primo ministro irlandese Micheál Martin: ha dato le solite contraddittorie indicazioni sulla possibile fine della guerra e ha nuovamente attaccato i paesi della NATO, sostenendo che avessero fallito «un test» non dando la loro disponibilità a collaborare alla riapertura dello stretto di Hormuz. In giornata il presidente francese Emmanuel Macron aveva ribadito che nemmeno la Francia è intenzionata a scortare navi commerciali ad Hormuz «nell’attuale contesto».

Donald Trump durante l’incontro col primo ministro irlandese Micheál Martin (AP Photo/Alex Brandon)
Lo stretto continua a essere chiuso per la maggior parte delle petroliere (l’Iran ne lascia passare alcune di paesi considerati “amici”), i prezzi del petrolio continuano a essere alti e proseguono anche gli attacchi iraniani verso Israele e i paesi del Golfo: una petroliera è stata colpita vicino alla città di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti.
Il paese più colpito dal blocco dello stretto in questo momento è l’Iraq: tutto il suo petrolio passa di lì e il petrolio vale il 90 per cento delle entrate del paese. Sta trattando con l’Iran perché sia garantito un passaggio alle sue navi, ma sta anche provando a riaprire due oleodotti, uno che passa dal Kurdistan iracheno, uno che va direttamente in Turchia.
Anche oggi Israele ha bombardato varie zone del Libano e ha compiuto operazioni di terra nella zona meridionale, con l’impiego di due compagnie del suo esercito: le persone uccise dall’inizio della guerra sono 912. In mattinata ha diffuso l’ordine di evacuazione più esteso degli ultimi vent’anni, per tutte le regioni a sud del fiume Zahrani: è una parte importante del territorio libanese, l’ordine di evacuazione riguarda quasi un quinto della popolazione libanese.

Un palazzo distrutto a Dahieh, alla periferia di Beirut, il 17 marzo 2026 (AP Photo/Hassan Ammar)
Oggi si è anche dimesso il primo importante funzionario dell’amministrazione Trump perché in disaccordo sulla guerra in Iran: si chiama Joe Kent ed era il capo dell’agenzia statunitense responsabile dell’intelligence dell’antiterrorismo, nonché uno dei collaboratori più stretti di Tulsi Gabbard, direttrice delle 18 agenzie dell’intelligence statunitensi. Ma è anche un isolazionista in politica estera, un cospirazionista e un sostenitore di posizioni estreme.
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