Il paese in cui non si può più nascere, morire o sposarsi
A Caino, un piccolo comune in provincia di Brescia, non c’è più nessuno che lavora all’ufficio anagrafe

Sulla porta d’ingresso di un ufficio del comune di Caino, un paese in provincia di Brescia, da qualche giorno è affisso un cartello piuttosto bizzarro. Dice che «è vietato nascere, morire e sposarsi» dal 12 marzo fino «al giorno???». La ragione è che l’ufficio anagrafe, che appunto si occupa di queste e altre pratiche, è rimasto senza personale.
Il cartello lo ha appeso il sindaco, Cesare Sambrici. Dice che era solo una «provocazione» e che lo toglierà nei prossimi giorni. Puntualizza che non intendeva affatto criticare o ironizzare sulla persona che fino a pochi giorni fa era responsabile dell’ufficio anagrafe, che non lavorerà per diversi mesi per motivi personali. L’intento del sindaco, dice, era sensibilizzare sulle difficoltà dei piccoli comuni, perennemente alle prese con carenze di personale.
Sambrici spiega di aver provato a chiedere sostegno ai comuni vicini, ma nessuno ha modo di aiutare in questo momento. Ad aprile quindi Caino farà un bando per assumere una nuova persona all’ufficio anagrafe e per la segreteria comunale insieme al vicino comune di Nave. Secondo i calcoli del sindaco, questa persona potrà iniziare a lavorare verso luglio.
Nel frattempo sarà Sambrici stesso a farsi carico delle varie incombenze dell’ufficio anagrafe. Per gestire le pratiche sul referendum sulla magistratura in programma la prossima settimana ha coinvolto un ex funzionario dell’anagrafe, che gli darà una mano con i vari documenti da preparare.
Caino ha duemila abitanti e si trova a una decina di chilometri a nordest di Brescia. Fino a pochi mesi fa in comune lavoravano nove persone: adesso oltre al sindaco ce ne sono solo altre quattro. I dipendenti si sono dimessi per varie ragioni: qualcuno ha trovato un lavoro più vicino a casa, qualcun altro ha trovato un posto in un comune più grande, un altro ancora negli uffici della Provincia di Brescia. Tra loro c’era anche la segretaria comunale, che a volte si occupava anche delle attività dell’ufficio anagrafe.
«Avevamo anche una graduatoria con una dozzina di persone da chiamare in caso di emergenze, ma l’ho già esaurita perché per un motivo o per l’altro non c’era nessuno disponibile», dice ancora il sindaco.
Quello di Caino non è un caso isolato. Secondo un recente rapporto dell’ANCI, l’associazione nazionale dei comuni italiani, alla fine del 2024 i dipendenti a tempo indeterminato nei comuni con meno di cinquemila abitanti erano 53.228: una riduzione del 14 per cento rispetto al 2013, quando erano 61.795. Le cause di questa riduzione sono diverse e note da tempo: c’entra la scarsa attrattività di un posto pubblico in un piccolo comune, fra stipendi scarsi e complicazioni logistiche.
Nel rapporto viene inoltre evidenziato, tra le altre cose, come la normalità di molti piccoli comuni oggi sia lavorare con meno dipendenti di quanti siano necessari. Secondo i dati di ANCI, un terzo dei comuni osservati ha non più di cinque dipendenti. La conseguenza è che in molti si trovano in «una condizione strutturale di emergenza organizzativa», a detta della stessa ANCI.
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