La guerra sta complicando la campagna di Meloni sul referendum

Eppure il governo deve comunque provare a convincere gli elettori a votare, perché l'affluenza sarà un fattore determinante

Giorgia Meloni all’evento “Voto alle donne. La democrazia italiana compie 80 anni” il 3 marzo 2026 a Roma (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)
Giorgia Meloni all’evento “Voto alle donne. La democrazia italiana compie 80 anni” il 3 marzo 2026 a Roma (LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili)
Caricamento player

Lo staff della presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva un piano. L’idea era di aspettare che finissero le Olimpiadi invernali di Milano Cortina e poi il Festival di Sanremo, due eventi molto attesi e che avrebbero attirato gran parte delle attenzioni, per iniziare davvero la campagna elettorale per il referendum sulla riforma della magistratura, per cui si voterà il 22 e il 23 marzo. In questo mese Meloni avrebbe dato interviste e si sarebbe esposta di più di quanto aveva fatto fino a quel momento, facendo leva su alcuni casi giudiziari selezionati per convincere gli elettori a confermare la riforma.

Poi però la mattina di sabato 28 febbraio, il giorno della finale di Sanremo, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran ed è iniziata la guerra: i centri del potere di Teheran sono stati bombardati, la Guida suprema Ali Khamenei, la massima autorità politica e religiosa del paese, è stata uccisa, e l’Iran ha risposto bombardando i paesi del Golfo Persico. Nel corso del weekend si è anche saputo che il ministro della Difesa Guido Crosetto, cioè la persona nel governo che più di tutte avrebbe dovuto occuparsi della crisi internazionale che si andava aggravando, era a Dubai, momentaneamente impossibilitato a tornare in Italia per via della chiusura dello spazio aereo negli Emirati Arabi Uniti.

Da quel momento insomma il piano iniziale per la campagna referendaria si è complicato, per una serie di ragioni. Innanzitutto ora Meloni non può orientare il dibattito a suo piacimento: con il suo staff avevano programmato da tempo le due interviste che ha dato lunedì al Tg5 e giovedì alla radio RTL 102.5. L’idea era di sfruttare quegli spazi per parlare di referendum, ma inevitabilmente gran parte delle domande e degli argomenti ha riguardato la guerra in Medio Oriente, e la posizione dell’Italia rispetto agli attacchi israeliani e statunitensi.

In più, nonostante gli interlocutori delle interviste non fossero particolarmente agguerriti nei suoi confronti, Meloni ha anche dovuto rispondere alle domande su cosa ci facesse Crosetto a Dubai, quando si sapeva che gli Stati Uniti da un momento all’altro avrebbero attaccato l’Iran e che quindi l’intera regione avrebbe potuto essere a rischio. In generale Meloni fa fatica a gestire i casi in cui viene messa in difficoltà dai suoi stessi ministri, sulle cui azioni il suo controllo può arrivare fino a un certo punto. Per quanto riguarda Crosetto, i motivi della sua permanenza a Dubai non sono ancora stati chiariti del tutto, e anzi la versione che ha fornito nei giorni successivi era lacunosa e contraddittoria.

Ma c’è un’altra ragione per cui la guerra è diventata un problema per la campagna referendaria del governo. Gli ultimi sondaggi rilevano che una maggiore affluenza favorirebbe una vittoria del Sì, quindi l’esito sperato dal governo. Logica vorrebbe, quindi, che Meloni e i suoi ministri in queste settimane convincessero le persone che i temi della giustizia affrontati dalla riforma sono di vitale importanza, e che quindi sia necessario andare a votare.

Il problema è che quest’opera di mobilitazione è ardua quando è in corso una guerra in Medio Oriente che si espande e coinvolge nuovi paesi giorno dopo giorno. Se le persone sono preoccupate da un eventuale uso delle basi italiane da parte degli americani, o dall’aumento del prezzo dei carburanti, o banalmente dalla guerra in sé, sarà difficile convincerle che la loro priorità deve diventare la separazione delle carriere dei magistrati: un tema che molte persone sentirebbero lontano anche in tempo di pace.

È più o meno quello che ha detto Luca Ciriani, ministro per i Rapporti col parlamento, di Fratelli d’Italia: «Con questi venti di guerra e con i rincari della benzina, il referendum è un tema politico sempre più lontano dalla preoccupazione della gente». «È difficile per chiunque convincerli ad andare a votare, soprattutto il nostro elettorato. Tutto il resto sembra una discussione troppo lontana».

Un ulteriore livello di difficoltà, per Meloni, è dovuto al fatto che lei si è sempre posta come interlocutrice privilegiata del presidente statunitense Donald Trump, e suo riferimento in Europa. In Italia però Trump è largamente impopolare, così come lo è la guerra che ha cominciato. Meloni deve quindi sia mantenere una posizione cauta sulla guerra (per il momento l’Italia si è limitata a mandare una nave militare a Cipro, che è stata attaccata dal Hezbollah), sia tenersi buono Trump e non mostrarsi troppo contraria al suo atteggiamento bellicoso in Medio Oriente. E in tutto questo portare avanti la campagna elettorale sul referendum.

– Leggi anche: Com’è fatta la fregata italiana Martinengo che è stata mandata a Cipro