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  • Venerdì 6 marzo 2026

L’invenzione di Dubai

Come una città nel deserto è diventata una delle più desiderate, diseguali e contraddittorie al mondo

Una vista panoramica su Dubai con al centro il grattacielo Burj Khalifa (Getty)
Una vista panoramica su Dubai con al centro il grattacielo Burj Khalifa (Getty)
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Dopo che l’Iran ha risposto all’attacco di Stati Uniti e Israele attaccando i paesi del Golfo, i social network si sono riempiti di video di influencer e imprenditori stranieri che vivono a Dubai che hanno difeso tenacemente la gestione della crisi da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti. Il contrasto tra le esplosioni nei cieli sopra ai grattacieli avveniristici di Dubai e l’ostentazione di benessere e sicurezza trasmessa dai video ha riportato l’attenzione generale su una città che negli ultimi vent’anni si è costruita un immaginario di opulenza ed esclusività con pochi eguali nel mondo.

Se Dubai oggi è una città così ammirata e desiderata da tutta una categoria di imprenditori, professionisti e in generale persone ricche, è per via delle sue grandi opportunità di affari, per i suoi servizi e per i suoi lussi, ma anche per un sistema fiscale a tassazione zero e per una tolleranza verso le abitudini occidentali — come il consumo di alcol o la vita notturna — che è quasi unica nella regione. Queste possibilità non sono garantite solo grazie alle risorse petrolifere, ma anche da un enorme impiego di forza lavoro a basso costo proveniente soprattutto dai paesi dell’Asia meridionale, sottoposta a continui abusi e costretta a lavorare in condizioni assimilate dagli attivisti a una «moderna forma di schiavitù».

Dubai oggi è una grande e moderna città in mezzo al deserto, a pochi chilometri da alcune delle zone di maggiore crisi al mondo, dallo Yemen all’Iran, dove si concentrano alcune delle contraddizioni più evidenti del capitalismo avanzato. Ospita gli alberghi più lussuosi al mondo ed estese periferie-dormitori in cui vivono stipati i lavoratori sfruttati che mantengono efficiente e pulita la città. Ci sono piste da sci al chiuso e temperature esterne che possono raggiungere i 50°C. E convivono una parte di popolazione internazionale incoraggiata a esibire i lussi più sfrenati e un’altra musulmana sottoposta alla sharia, accomunate solo dal divieto di criticare il governo autoritario locale.

La pista da sci artificiale all’interno del Mall of the Emirates (Fatima Shbair/AP)

Il ruolo centrale che Dubai occupa oggi nell’economia globale non è però il risultato di sviluppi recenti, ma di una strategia avviata già negli anni Sessanta dallo sceicco Rashid bin Sa’id Al Maktum. In quel periodo molti territori vicini cominciarono a trivellare il suolo alla ricerca di petrolio, trovando giacimenti molto ricchi che per Abu Dhabi, oggi capitale degli Emirati Arabi Uniti, diventarono la principale fonte di ricchezza.

Per Dubai la situazione fu diversa: i giacimenti furono scoperti più tardi e in quantità relativamente limitate. Per questo lo sceicco Rashid decise di investire fin da subito in altri settori economici, con l’obiettivo di rendere la città prospera anche indipendentemente dal petrolio. L’ambizione dello sceicco era far diventare Dubai un luogo di passaggio fondamentale per connettere l’Europa e l’Asia.

Tra il 1979 e il 1985 riuscì nel suo intento grazie a due principali progetti: il porto Jebel Ali (il più grande porto artificiale al mondo) ed Emirates Airlines, che diventò la compagnia aerea più grande del Medio Oriente e assieme a una liberalizzazione degli spazi aerei trasformò Dubai nella principale città di transito tra Europa, Asia e Africa.

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A cavallo del nuovo millennio, però, il governo di Dubai cominciò a trasformare la città anche in una vera destinazione, e non solo una tappa di passaggio, sia dal punto di vista turistico sia da quello residenziale. Non potendo contare su un patrimonio storico-artistico paragonabile a quello di molte altre destinazioni della regione, né su paesaggi naturali particolarmente distintivi, l’emirato puntò su grandi progetti architettonici e infrastrutture spettacolari, come il Burj Al Arab, l’albergo di lusso a forma di vela costruito nel 1999, e poi il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, completato dieci anni dopo.

Gli alberghi di lusso Marsa al Arab e Burj al Arab (Christopher Pike/Getty)

Le enormi disponibilità economiche e l’obiettivo di attirare un turismo di lusso da tutto il mondo si concretizzarono in progetti spettacolari, esagerati e kitsch: i più noti sono l’arcipelago artificiale delle Palm Islands, progettato per ricordare dall’alto la forma di una palma, e un enorme centro commerciale dotato di pista da sci al coperto. Contestualmente furono sviluppate attrazioni culturali e tecnologiche come il Museo del Futuro, divenuto simbolo dell’immagine innovativa e futuristica della città.

Ma è stata soprattutto l’industria alberghiera di lusso a diventare il fulcro del settore turistico: come ha scritto il giornalista Jim Krane in City of Gold: Dubai and the Dream of Capitalism, «tutta l’industria di Dubai è costruita attorno al concetto dell’albergo come destinazione».

Dubai è una città piuttosto complessa anche dal punto di vista politico. Fa parte degli Emirati Arabi Uniti, una federazione di monarchie ereditarie in cui non esiste un sistema democratico. L’Islam è la religione di Stato e la sharia costituisce una delle principali fonti del diritto: per i cittadini musulmani emiratini la religione ha quindi un ruolo centrale anche nella vita pubblica e nelle norme che regolano la società.

Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati anche una potenza sempre più influente nel Medio Oriente. Fino al 2020 erano molto vicini all’Arabia Saudita e ne erano di fatto il partner minore, negli ultimi anni invece hanno cominciato a sviluppare autonomia e sostengono schieramenti diversi in Libia, Sudan e Somalia. Inoltre pur mantenendo rapporti molto stretti con i paesi occidentali, hanno sviluppato relazioni economiche e diplomatiche rilevanti anche con Russia e Cina, cercando di ritagliarsi un ruolo autonomo negli equilibri politici globali.

A rendere Dubai davvero attraente per gli stranieri è stato il suo modello economico: non si pagano tasse sullo stipendio o sui guadagni personali, quindi i liberi professionisti possono tenere per sé tutto ciò che incassano. Anche per le aziende la tassazione è molto bassa: si paga il 9 per cento, ma solo se i guadagni superano i 95mila euro all’anno. Inoltre esistono zone economiche speciali in cui è molto facile aprire un’attività e dove tasse e burocrazia sono ridotte al minimo per attirare investitori stranieri.

Il Museo del Futuro a Dubai (Getty)

Per trattenere gli investitori a Dubai, fin dall’inizio della sua espansione moderna l’emirato ha adottato un atteggiamento pragmatico e tollerante verso abitudini considerate “occidentali”, se confrontato con molti altri paesi a maggioranza musulmana. A Dubai è consentita la vendita e il consumo di alcolici negli hotel e in locali autorizzati frequentati soprattutto da turisti e stranieri. Allo stesso modo esiste una tolleranza di fatto verso alcuni comportamenti sociali e sessuali che formalmente restano illegali: la prostituzione, per esempio, è vietata dalla legge ma ampiamente diffusa.

Il risultato è un sistema che funziona, in parte, su binari paralleli. Da un lato ci sono i cittadini musulmani emiratini, che sono all’incirca il 10 per cento della popolazione e le cui vite sono molto influenzate dalle norme religiose e sociali legate alla sharia. Dall’altro ci sono i lavoratori stranieri e i turisti che vivono o soggiornano a Dubai — spesso provenienti da Europa, Asia e America — e che nella vita quotidiana possono mantenere stili di vita simili a quelli dei loro paesi d’origine.

Gran parte dell’immaginario liberale di Dubai è stato costruito grazie ai social media e alla pubblicità garantita dagli influencer che ci vivono, il più famoso dei quali è forse Andrew Tate, noto per i suoi video misogini e violenti e per il disprezzo del cosiddetto “woke”. Imprenditori di tutti i tipi, da quelli di grande successo ai cosiddetti “fuffaguru”, da anni decantano sui loro profili la vita a Dubai e le opportunità economiche garantite dal governo locale, che per legge non può essere criticato sui social, così come la religione o l’organizzazione sociale del paese.

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L’ostentazione della ricchezza è un tratto comune di chi promuove lo stile di vita di Dubai, tanto che notoriamente molti creator noleggiano macchine e appartamenti di lusso appositamente per i propri video, per fingere di vivere vite ancora più sfarzose. Non è solo una questione di status: spesso il business di questi influencer sono corsi di vario tipo che dovrebbero insegnare metodi per arricchirsi, e promuoverli a bordo di una Lamborghini è più convincente.

Per molti di questi creator il trasferimento a Dubai è una tappa fondamentale del successo, contrapposta alle scarse possibilità economiche offerte dall’Italia, molto criticata per la sua burocrazia e le sue tasse. L’altro aspetto decantato da chi ci vive è la sicurezza, anche in questo caso contrapposta alla criminalità diffusa nelle città europee. La narrazione di Dubai come luogo ideale in cui vivere e lavorare ha ottenuto negli ultimi anni un notevole successo: gli abitanti erano circa 3,5 milioni nel 2020 e sono saliti a 4 milioni nel 2025.

Dubai viene raccontata non solo come una città molto sicura e dalle grandi opportunità di business, ma anche come un posto in cui gli sforzi dei cittadini ricchi sono ridotti al minimo. La cultura del delivery per esempio è molto presente e non riguarda solo il cibo, ma tutti i servizi, fino al pieno per l’automobile. Le temperature elevate, d’altronde, costringono per diversi mesi all’anno a stare il più possibile al chiuso con l’aria condizionata.

Questa vita però riguarda solo una parte della popolazione di Dubai. Chi abita nelle zone più ricche e turistiche, come Downtown e Dubai Marina, raramente frequenta le aree più popolose, dove vivono i lavoratori impiegati nell’edilizia, nei servizi, nelle pulizie o nella ristorazione. La crescita e l’espansione di Dubai si sono fondate anche sulla manodopera a basso costo di questi lavoratori, per lo più uomini provenienti da India, Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka, che spesso devono contrarre debiti per ottenere un visto molto costoso.

Una volta arrivati a Dubai, buona parte della loro vita finisce sotto il controllo dei datori di lavoro, che nella maggior parte dei casi gestiscono anche il vitto e l’alloggio: i lavoratori vengono ospitati in strutture simili a dormitori, spesso in condizioni igieniche precarie, dove possono trovarsi a convivere anche in otto in una sola stanza.

Lo stipendio base per i lavoratori non qualificati – per esempio quelli impiegati nell’edilizia o nelle pulizie – è tra i 200 e i 350 euro al mese (900-1.500 AED). Solo con molta esperienza o lavorando per le grandi multinazionali del settore si può arrivare a guadagnare  quasi 600 euro, cifre che rimangono comunque bassissime se paragonate al costo della vita proibitivo di una città come Dubai.

Negli Emirati Arabi Uniti, tuttavia, è molto difficile che queste condizioni portino a una qualche forma di rivendicazione. Il dissenso interno è quasi inesistente, anche perché criticare il governo è illegale e nel paese non operano organizzazioni umanitarie indipendenti che possano raccogliere testimonianze o denunciare sistematicamente gli abusi. Senza il sostegno dei sindacati o di una rete di protezione sociale, per i lavoratori è di fatto impossibile contrattare salari migliori o pretendere condizioni di vita più dignitose.

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