Un importante centro di ricerca oncologica è in vendita, ancora una volta
La storia del Nerviano Medical Sciences di Milano è accidentata ed esemplificativa di questioni che riguardano l'intero settore
di Francesco Gaeta

Il Nerviano Medical Sciences (NMS), alla periferia di Milano, è uno dei centri di ricerca farmacologica più antichi e importanti d’Italia. Nei suoi uffici e laboratori lavorano oltre 400 persone, e tra loro ci sono molti biologi e chimici che hanno ideato e sviluppato alcuni dei farmaci oggi più utilizzati nei reparti di oncologia. Da mesi la produzione di nuove molecole è però molto rallentata: in autunno il fondo d’investimento cinese PAG, che detiene la proprietà del centro, aveva persino annunciato il licenziamento dell’intero gruppo di ricerca, composto da 73 persone.
Sembrava che il centro stesse per chiudere, ma in realtà sta succedendo qualcosa di diverso: una vendita separata delle società – sono cinque in tutto – in cui si articola l’attività di ricerca, di verifica tossicologica e di produzione dei farmaci.
Un’azienda franco-libanese, la Benta Group, ha infatti rilevato a metà febbraio una di queste società, la NerPharMa, dove si producono i farmaci in versione preliminare. In parallelo, al Post risulta essere in corso una trattativa con un altro grosso gruppo farmaceutico sino-americano disponibile a rilevare proprio la parte di ricerca, concentrata in una società chiamata Discovery. La vendita, di cui il ministero delle Imprese è a conoscenza, dovrebbe concludersi non prima di giugno, quando scadrà la cassa integrazione straordinaria per i ricercatori a rischio licenziamento. Secondo fonti interne all’azienda, sta per essere messa sul mercato anche Accelera, la società che si occupa della fase di sviluppo preclinico dei farmaci. Le tre società, controllate dalla capogruppo NMS Group, nel 2025 hanno chiuso l’anno in perdita.
Questa vendita spezzettata è l’esito di una storia societaria piuttosto tormentata. L’NMS venne fondato nel 1965 da Farmitalia, che poi negli anni Ottanta si fuse con la Carlo Erba, all’epoca era la più grande azienda farmaceutica italiana. Negli ultimi 25 anni però NMS ha cambiato sei proprietari: multinazionali del farmaco (Pharmacia, Pfizer); enti religiosi attivi nel settore della sanità (la Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione); partecipazione di istituzioni pubbliche (la Regione Lombardia); fondi di investimento (Hefei SARI V-Capital e successivamente PAG). Nessuno, dopo l’uscita delle multinazionali del farmaco, è riuscito a dare stabilità finanziaria, tanto che i lavoratori sono scesi in questo periodo da 1.700 a poco più di 400.

(Davide Colella/courtesy of Collettiva.it)
Il fatto che nella lista dei proprietari ci siano anche due fondi di investimento spiega alcune delle cose accadute ultimamente: il trasferimento fuori dall’Italia dello sviluppo della cosiddetta pipeline, cioè l’insieme dei farmaci in sperimentazione, e il taglio di tutto quello che non era funzionale a un ritorno economico immediato. Secondo Silvia Scurati, vicepresidente della commissione Attività produttive della Regione Lombardia, sono fattori che hanno portato «a impoverire un’eccellenza scientifica che è arrivata a un passo dalla dismissione». Per Michela Palestra, anche lei in consiglio regionale e a conoscenza della storia di Nerviano, «la proprietà cinese ha pensato solo a massimizzare il profitto e a trasferire il know-how all’estero».
Per comprendere cosa voglia dire «massimizzare il profitto» in un caso come questo, bisogna fare una premessa sulle fonti di finanziamento della ricerca farmacologica. Quando un centro come Nerviano sviluppa una molecola promettente, non ha quasi mai le risorse per sostenere le fasi di ricerca e sperimentazione clinica, cosa che richiede enormi capitali. Di solito concede il farmaco in licenza a una grande azienda farmaceutica e in cambio riceve un pagamento iniziale, eventuali premi legati al superamento delle fasi cliniche e una royalty, cioè una percentuale sulle vendite future.
Nel caso di Nerviano la proprietà cinese ha attuato il factoring delle royalty sui due farmaci più rilevanti sviluppati negli ultimi dieci anni, che erano stati dati in licenza a Roche e Pfizer. Vuol dire che, invece di aspettare negli anni le percentuali sulle vendite di quei medicinali, ha venduto a un soggetto finanziario terzo il diritto a incassarle, ottenendo liquidità immediata in cambio della rinuncia ai ricavi futuri, potenzialmente più elevati. È stato un modo per fare cassa, ma anche per privarsi di risorse sul lungo periodo.
C’è un altro fattore da considerare, che ha che fare con la tipologia dei farmaci allo studio. Per molto tempo il centro ha costruito il proprio posizionamento sul segmento oncologico delle small molecules: farmaci mirati contro specifici enzimi che regolano la crescita delle cellule tumorali. Nel frattempo però il mercato e gli investimenti si sono molto diversificati e sono nate nuove terapie, come soprattutto l’immunoterapia, tra le altre.
Secondo Ivan Stabile, ricercatore e portavoce del coordinamento sindacale interno, «il management non è stato capace di cogliere questo trend e aggiornare la propria strategia di ricerca. Ha semplicemente spostato lo sviluppo di 14 farmaci in sperimentazione in un nuovo centro a Shanghai ed è rimasto concentrato su un modello di ricerca tradizionale, mentre l’innovazione e i capitali si orientavano altrove».
Interpellata dal Post, la proprietà non ha voluto commentare.
Tra le ragioni della crisi dell’NMS c’è anche ciò che in passato è stato un suo tratto innovativo e vincente. Per decenni l’unicità di Nerviano è stata la possibilità di integrare tutti i pezzi della filiera: dalla sintesi della molecola ai test prima di eseguire studi clinici sugli esseri umani, fino alla produzione in serie del principio attivo. Questo ha significato avere chimici, biologi, tossicologi e tecnologi di processo che lavoravano nello stesso luogo, «accorciando tempi e passaggi decisionali e integrando conoscenze» dice la biologa Paola Gnocchi, ricercatrice dell’NMS. In un sistema come quello lombardo, ricco di ospedali e istituti oncologici ma piuttosto sprovvisto di strutture industriali di sviluppo, Nerviano è stato l’anello mancante tra ricerca accademica e farmaco.
Questo modello integrato ha però molti costi fissi – i soli edifici per laboratori e uffici a Nerviano sono 38 – e ritorni sugli investimenti lenti, poco compatibili con un contesto divenuto via via più affollato e competitivo. Enrico Pesenti, che ha gestito per anni una delle società dell’NMS Group, spiega che «è un modello di business non più competitivo: oggi la filiera della ricerca farmacologica è distribuita tra più soggetti e nessuno, neanche le grandi case farmaceutiche, possiede al proprio interno tutta la catena».
L’innovazione e le nuove molecole nascono spesso nelle start-up, i test preclinici sono affidati a centri specializzati, e le multinazionali entrano sempre più frequentemente solo nella fase della sperimentazione clinica sui pazienti, che è estremamente costosa, caratterizzata da un’alta percentuale di fallimento e quindi associata a un rischio economico elevato.
Secondo Pesenti, il tema non è salvare ad ogni costo Nerviano ma come salvarlo, «per evitare di mettere una pezza oggi e ritrovarci tra due anni a ripeterci le stesse cose». Il centro dovrebbe diventare una specie di incubatore della ricerca farmacologica, «un ambiente accogliente per tutti i segmenti della filiera, anche se di aziende diverse. Deve diventare un integratore e non solo un produttore di ricerca».
Per Pesenti è secondario che a gestire la ricerca di Nerviano possa essere a breve un’altra società cinese, «l’importante è che sia un gruppo industriale con un orizzonte di lungo periodo. La Cina potrebbe essere perfino una opportunità per la ricerca e lo sviluppo di farmaci oncologici: ha un contesto caratterizzato da ingenti investimenti governativi, forte innovazione, riforme regolatorie accelerate, una vasta popolazione di pazienti e costi competitivi».



