La guida autonoma cinese sta facendo strada

Rispetto agli Stati Uniti (figuriamoci all'Europa) ci sono più aziende, più sperimentazioni, più servizi oltre ai taxi e molti più chilometri percorsi

Un robotaxi di Baidu a Wuhan, in Cina. (Qilai Shen/Bloomberg)
Un robotaxi di Baidu a Wuhan, in Cina. (Qilai Shen/Bloomberg)
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Nel 2009, a San Francisco, Google iniziò i primi test su strada di un’automobile in grado di guidarsi da sola. Da quegli esperimenti nacque Waymo, che è tuttora l’unica azienda statunitense a offrire un servizio di “taxi robot” a pagamento di massa, con un’autonomia di livello 4 (su un massimo di 5). In Cina, però, le aziende che offrono un servizio paragonabile a quello di Waymo sono già tre: Apollo Go (di proprietà del motore di ricerca Baidu), WeRide e Pony.ai. A queste vanno aggiunte BYD e Xiaomi, che al momento offrono una guida autonoma di livello 2 («autonomia parziale»), e una serie di startup che sviluppano van, pulmini e veicoli per la consegna a domicilio.

Anche tenendo conto delle altre aziende statunitensi che hanno investito in questo settore, come Tesla o Zoox (una startup di proprietà di Amazon), il mercato cinese della guida autonoma è ben più affollato e dinamico di quello occidentale. Secondo i dati del think tank statunitense Special Competitive Studies Project, infatti, le aziende cinesi hanno superato quelle statunitensi sia come chilometri percorsi (239 milioni contro 170 milioni), sia nel numero di viaggi forniti ai passeggeri (circa 30 milioni contro 20 milioni). Tuttavia, questi dati non descrivono completamente lo stato del settore cinese.

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Mentre negli Stati Uniti la maggior parte degli investimenti si è concentrata sul ride-hailing, il servizio di trasporto a chiamata, le aziende cinesi hanno puntato su applicazioni di diverso tipo, come la consegna a domicilio, la logistica e la pulizia stradale. Secondo la newsletter specializzata ChinaTalk, alla fine del 2024 oltre seimila veicoli per la consegna erano utilizzati in più di cento aree metropolitane cinesi da aziende locali come Neolix, Zelos e Cainiao (quest’ultima di proprietà di Alibaba).

La diffusione dei veicoli a guida autonoma in Cina è sostenuta da una combinazione di fattori industriali e politici. A livello politico, l’incentivo principale è dato dalla creazione di «zone pilota» all’interno delle città, in cui le infrastrutture tecnologiche e la viabilità vengono modificate per agevolare il funzionamento di questi veicoli. Tale strategia è detta «integrazione veicolo-strada-cloud» (che lu yun yitihua, 车路云一体化) e indica la collaborazione tra i veicoli autonomi e un’infrastruttura cittadina fatta di telecamere, sensori, mappatura digitale e servizi cloud, in grado di elaborare le richieste necessarie al funzionamento dei veicoli in sicurezza.

Un robotaxi di Baidu in un deposito dell’azienda a Wuhan, Cina. (Qilai Shen/Bloomberg)

Questo tipo di approccio prevede una stretta collaborazione tra aziende tecnologiche e governo locale. Nel 2024 la newsletter Sinocities raccontò lo sviluppo di una di queste prime zone pilota, creata nell’area di Yizhuang, a sud-est del centro di Pechino. In quel caso, le autorità cittadine fornirono un sussidio a Baidu, una delle aziende che sviluppano tecnologie di questo tipo, acquistandone le attrezzature software e hardware per la guida autonoma. In cambio, il governo locale ottenne migliori dati sul traffico locale e l’installazione di nuove telecamere, che notoriamente il governo cinese usa anche per i suoi programmi di sorveglianza.

Un secondo fattore che spiega la diffusione dei veicoli a guida autonoma in Cina è legato al controllo della cosiddetta stack, o «pila tecnologica». Questo termine si riferisce all’insieme di elementi (hardware, software, materiali e catene di approvvigionamento) fondamentali per lo sviluppo e la produzione di una determinata tecnologia.

Oltre a controllare buona parte della produzione industriale nel settore tecnologico, la Cina detiene anche tra l’80 e il 90 per cento delle terre rare globali, essenziali nella produzione di batterie e componenti elettronici. Per quanto riguarda la guida autonoma, inoltre, la Cina controlla circa il 90 per cento del mercato dei LiDAR, i sensori radar essenziali per creare le mappe tridimensionali necessarie alla guida autonoma.

Quanto a Waymo, l’azienda ha deciso di sviluppare internamente i suoi sensori LiDAR, anche per difendersi da eventuali ripercussioni della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Tuttavia, il fatto che la tecnologia LiDAR di Waymo sia “proprietaria” e ad uso esclusivo dell’azienda ha indotto il resto del settore a ricorrere sempre di più a fornitori cinesi, come Hesai, Robosense e Huawei.

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Grazie a questa combinazione di vantaggi competitivi e politiche industriali, le aziende cinesi sono riuscite a espandersi all’estero più velocemente di quelle statunitensi. Il quotidiano South China Morning Post ha raccontato la diffusione dei servizi cinesi nei paesi del Medio Oriente, definito il «terreno di prova» per questa strategia internazionale. La sola WeRide punta ad avere una flotta di mille veicoli in tutta la regione entro la fine del 2026, mentre Pony.ai ha iniziato i suoi test su strada a Dubai.

Qualcosa di simile sta avvenendo anche in Europa. L’azienda cinese Momenta, che fornisce sistemi di guida assistita ai gruppi Toyota e General Motors, sta collaborando con Uber per portare un servizio di taxi robot a Monaco di Baviera, in Germania, mentre Stellantis e Pony.ai hanno stretto un accordo per un servizio simile in tutta Europa.

Lo scorso ottobre anche la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva spinto per l’adozione di questa tecnologia, proponendo la creazione di una rete di città pilota in tutta l’Unione europea in cui sperimentare l’utilizzo di vetture a guida autonoma. Tra queste ci sono sessanta comuni italiani, tra cui Milano e Torino, che hanno già espresso interesse per l’iniziativa. «Le auto a guida autonoma sono già una realtà negli Stati Uniti e in Cina», ha detto von der Leyen. «Dovrebbero esserlo anche qui in Europa».

L’interesse dell’industria cinese per il mercato europeo è anche una conseguenza del blocco imposto dagli Stati Uniti nel gennaio 2025, che ha vietato alle aziende cinesi di effettuare test con le loro tecnologie sul territorio americano. Dong Li, direttore tecnico dell’azienda cinese QCraft, ha detto a Reuters che «l’Europa è al centro della nostra espansione globale», definendo il quadro regolatorio dell’UE meno ostile rispetto a quello statunitense.

Tuttavia, le aziende cinesi non sono le uniche a muoversi. In queste settimane Waymo sta testando il suo servizio a Londra e a Tokyo, dove entro la fine dell’anno dovrebbe cominciare a operare. A febbraio, inoltre, un’azienda britannica chiamata Wayve ha ricevuto 1,2 miliardi di dollari di investimenti per sviluppare sistemi a guida autonoma da offrire in licenza ai produttori di automobili.