Cosa sono i droni Shahed, inventati dall’Iran
Sono semplici e relativamente economici da produrre, e pure la Russia li ha copiati e comprati in quantità

A un certo punto prima del 2020 l’Iran si rese conto che per essere percepito come una potenza militare temuta aveva bisogno di un grande numero di missili. Ma non aveva i soldi per produrli e inventò un surrogato: il drone Shahed.
Costruire un drone Shahed può costare tra i 20mila e i 40mila euro, a seconda della versione. Il progetto è semplice. Il drone è un’ala a delta, quindi ha quella forma caratteristica a triangolone, come se fosse un piccolo deltaplano. Sul muso ha una carica esplosiva da 50 chilogrammi che esplode all’impatto. La guida si basa sul sistema Gps, preimpostato prima del decollo: vengono inserite le coordinate e il drone le raggiunge.
Lo Shahed vola basso per non farsi vedere dai radar. Ha un motore a pistoni, è un 550 di cilindrata, come se fosse un maxiscooter. Consuma poco, pesa relativamente poco, può volare per 2mila chilometri a un po’ più di 150 chilometri all’ora. E in effetti quando passa a bassa quota è come sentire uno scooter tirato al massimo. Il suo nome in lingua farsi vuol dire: il testimone.
Il drone iraniano nasce come cosiddetta arma di saturazione. Tanti droni e tutti assieme. Gli iraniani pensano: abbiamo pochi missili di qualità, ma se nella prima parte dell’attacco mandiamo uno sciame di Shahed carichi di esplosivo il nemico non può permettersi di non intercettarli e consuma tutte le sue difese aeree.
Il concetto degli Shahed è l’opposto di quello che tormenta l’industria avionica occidentale, la produzione dell’aereo perfetto e imbattibile, anche dovesse costare quantità enormi di denaro per la ricerca e lo sviluppo. I droni iraniani sono economici, sacrificabili e di rapida produzione.
I russi in crisi nella guerra in Ucraina capiscono che gli Shahed sono un’arma adatta a quello che vogliono. Ne comprano a grandi quantità dall’Iran, li ridipingono e ne cambiano il nome, che diventa Geran. Li lanciano ogni notte, a volte ne usano delle versioni ancora meno costose con materiali scadenti e senza testata esplosiva per creare allarme. Gli Shahed volano a volte anche per quattro ore, attraversano gli spazi enormi dell’Ucraina e poi si schiantano contro i palazzi nelle città o contro le centrali elettriche. Da acquirenti di Shahed, oggi i russi ne sono diventati essi stessi produttori.
Gli ucraini sono diventati specialisti nell’abbattimento a basso costo degli Shahed, perché i sistemi di intercettazione costosi che arrivano dagli alleati occidentali non bastano e devono essere conservati per bloccare i missili balistici russi, molto più pericolosi.
Ci sono squadre di soldati ucraini che passano le notti con le orecchie tese, per sentire e segnalare l’arrivo degli Shahed. Altre squadre li aspettano con le mitragliatrici vicino alle città, per abbatterne il maggior numero possibile. Ci sono piloti ucraini di elicotteri e aerei che ogni notte volano in missione per trovare gli Shahed mentre ronzano per ore verso i loro bersagli e distruggerli.
Gli Shahed si sono evoluti e ci sono modelli nuovi. Alcuni hanno motori turbojet che li fanno volare più veloci, oppure sono guidati da un pilota umano che può decidere fino all’ultimo momento che cosa colpire. Portano più esplosivo e hanno anche capacità migliori di non farsi vedere dai radar.
Per la reazione dell’Iran all’attacco di Israele e Stati Uniti, gli Shahed sono una scelta ottima, dal punto di vista iraniano. Volano verso i paesi arabi del Golfo a centinaia, tengono occupate le difese aeree, costringono i paesi bersaglio a consumare miliardi di dollari in missili intercettori, che abbattono i droni ma costano milioni di dollari, e comunque la si veda è un danno. Creano un livello di confusione tale che il Kuwait ha abbattuto per errore tre jet statunitensi, mentre credeva di difendersi da un attacco iraniano.
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