La storia dimenticata dell’inquinamento in Val d’Ossola

Un paesino vicino al lago Maggiore attende da anni la bonifica di suolo e acqua contaminati da una fabbrica, e attenderà ancora

di Francesco Gaeta

Pieve Vergonte, 10 febbraio (Francesco Gaeta/il Post)
Pieve Vergonte, 10 febbraio (Francesco Gaeta/il Post)
Caricamento player

Pieve Vergonte è un paese piemontese della Val d’Ossola di circa 2mila abitanti, situato in una vallata a una ventina di chilometri dal confine con la Svizzera. È un posto di poche case distribuite verso la collina a partire da un lungo muro grigio, che è la prima cosa che si vede arrivando in auto: cinge uno stabilimento chimico che è lì dal 1915. In tutto questo tempo ha dato lavoro ai paesi della zona e ha prodotto cloro e soda caustica, acido solforico e fertilizzanti, insetticidi come il DDT e altri composti clorurati, per vari usi e destinatari, dall’esercito all’industria agricola e tessile. Ha anche prodotto uno dei più grandi casi di inquinamento d’Italia e una bonifica ambientale tra le più lente e complesse, ancora ben lontana dall’essere conclusa.

Il muro di recinzione della fabbrica di Pieve Vergonte: produce derivati del cloro dal 1915 (Francesco Gaeta/il Post)

La fabbrica ha avuto cinque diversi proprietari ed è ancora attiva, con tecnologie più sostenibili: oggi è della Altair Chemical e ci lavorano circa 80 persone. Ma nei decenni scorsi le scorie di lavorazione del vecchio impianto – arsenico, mercurio, DDT, diossine e idrocarburi – hanno infiltrato i terreni e la falda d’acqua, sono entrate nel torrente Marmazza che attraversa il paese e da lì nel Toce, il fiume che ci passa vicino, e sono arrivate al lago Maggiore. Nel 1996 le autorità svizzere hanno accertato che nei pesci del lago erano state rilevate concentrazioni di DDT superiori ai limiti di legge svizzeri (una parte del lago Maggiore si trova in Svizzera).

Il DDT è un insetticida di sintesi, usato su larga scala dopo la Seconda guerra mondiale per combattere malaria e parassiti agricoli, prima che ne fossero accertati gli effetti sulla salute umana. È persistente e tossico: interferisce sul sistema endocrino ed è considerato una possibile causa di alcuni tipi di cancro.

Per gli abitanti che avevano vissuto di quella fabbrica fu un grosso sconvolgimento: in paese c’è chi ricorda di quando da bambini si giocava con il DDT per uccidere gli insetti, e a nessuno veniva in mente che fosse pericoloso. Oggi Pieve Vergonte è al centro di una delle aree industriali contaminate più vaste d’Italia (si chiamano Sin, Siti di interesse nazionale), la terza per estensione tra le 42 censite dal ministero dell’Ambiente (quasi 160 chilometri quadrati, più del comune di Bologna).

Pieve Vergonte visto da una collina circostante: il fumo bianco è quello della fabbrica che sta al centro del paese (Francesco Gaeta/il Post)

Quella di Pieve Vergonte è simile a molte storie industriali, in cui lavoro e benessere economico hanno messo in secondo piano la tutela dell’ambiente e della salute. È uno scambio apparentemente accettato anche da chi ne è stato danneggiato: dopo i primi anni di mobilitazione locale sulla vicenda, oggi non esiste né un’associazione né un comitato che ne parli e ne monitori l’evoluzione.

Eppure, ci sono alcuni elementi che rendono unica questa storia.

Il primo sta nei tempi della bonifica: lunghissimi, e tutt’altro che conclusi. Sono passati 26 anni dall’individuazione del territorio che deve essere ripulito e 13 dal “progetto di bonifica operativa”, che è l’atto del ministero dell’Ambiente che dà formalmente l’avvio alle azioni previste. La grande società energetica Eni, che ha gestito l’impianto del 1982 fino al 2019 e oggi è il “soggetto responsabile” della bonifica attraverso la controllata Eni Rewind, dice che ne serviranno altri 10 per concluderla. Maria Grazia Medali, sindaca di Pieve Vergonte, sintetizza la cosa così: «Se ne parla da quando ero ragazza, non sono sicura di vederla prima di morire».

Il motivo di queste lungaggini è in parte strutturale. Su un Sito di interesse nazionale le autorità competenti sono tante, vanno dal ministero al Comune, passando per enti di governo intermedi come la Regione (Piemonte) e la Provincia (Verbano-Cusio-Ossola), e anche per organismi tecnici come l’Arpa, l’agenzia regionale per la protezione ambientale. Il fatto che ciascuno debba dare un’autorizzazione o anche solo un parere frammenta competenze e responsabilità e allunga i tempi delle decisioni.

Secondo Angelo Robotto, direttore della direzione Ambiente, Energia e Territorio della Regione Piemonte questo è però «quasi un caso di studio» per almeno due altri motivi: per la vastità e intensità dell’inquinamento e anche per alcune questioni tecniche. A Pieve Vergonte bisognerà spostare di più di un chilometro il torrente Marmazza, che fu deviato oltre un secolo fa perché passasse al centro dello stabilimento produttivo e servisse alle attività. Riportarlo dov’era dovrebbe evitare il rischio che eventuali esondazioni spargano le tracce di ciò che si è accumulato intorno.

Il torrente Marmazza, che attraversa il paese (Francesco Gaeta/il Post)

Per questo spostamento il Comune ha ottenuto la “cessione bonaria” di circa 5mila piccole proprietà che si trovano sul nuovo tracciato (la cessione bonaria è quella che permette a un proprietario di dare un proprio bene a un ente pubblico volontariamente, a differenza di un esproprio, accordandosi prima su un’indennità). Il terreno che sarà scavato sul nuovo alveo verrà diviso: la parte non contaminata sarà riutilizzata, il resto verrà smaltito.

Ma la quantità di terreno da scavare, fa sapere Eni Rewind, si è rivelata nel tempo maggiore di quello che si pensava e i depositi in cui doveva essere portata la terra scavata sono risultati insufficienti. Così due anni fa l’azienda, che fin qui ha sostenuto costi per 296 milioni, ha ottenuto una “variante d’opera” per aumentare la capienza dei depositi e innalzarne i muri di contenimento, e questo ha allungato i tempi.

I depositi che ospiteranno i terreni di scavo del nuovo alveo del torrente Marmazza (Francesco Gaeta/il Post)

Fino a quando il torrente non sarà spostato, non sarà possibile passare alla fase successiva, quella della bonifica completa del sito produttivo, dove dal 2019 è subentrata la Altair Chemical, del gruppo Esseco, specializzata nella produzione di cloruro di potassio e sodio, acido cloridrico e derivati del cloro. Per l’elettrolisi del cloro – che è la fase centrale del processo produttivo nella quale si ottengono cloro, soda caustica e idrogeno a partire da una soluzione acquosa di cloruro di sodio – ha introdotto una nuova tecnologia più sostenibile a membrane, in sostituzione della precedente a mercurio.

Il fatto che su un sito così inquinato e ancora da bonificare sia attiva un’azienda può sembrare paradossale, eppure è previsto dalle norme. Il decreto legislativo 152 del 2006 è costruito per conciliare dove possibile due esigenze, diverse e non sempre del tutto compatibili, che sono appunto la continuità dell’attività produttiva e la salvaguardia dell’ambiente e della salute. In ogni caso è chiara la ragione che ha spinto Altair Chemical a puntare su Pieve Vergonte: le due centrali idroelettriche a Megolo e Ceppo Morelli, poco lontano dal paese, ottenute in concessione. L’azienda dice che «consentono di coprire circa il 75 per cento del fabbisogno di energia elettrica del sito», cosa che permette «di ridurre l’esposizione alla volatilità dei prezzi energetici».

– Leggi anche: Come le aziende energetiche fanno enormi profitti a danno delle regioni italiane

Nei fatti la cosiddetta bonifica è stata fin qui una messa in sicurezza di ciò che c’era già, più che una definitiva pulizia dagli agenti inquinanti. Il suolo dello stabilimento è stato “scoticato”, cioè è stato rimosso lo strato superficiale, poi reso impermeabile con un’operazione di capping, cioè di copertura. Tra l’area industriale e il Toce è stata attivata una barriera idraulica con 40 pozzi che intercettano la falda e convogliano l’acqua sotterranea in un impianto di trattamento che elimina le tracce degli inquinanti che vi si sono depositati e la restituisce “pulita”.

La rete di monitoraggio conta oltre un centinaio di piezometri, cioè sonde di rilevamento, campionati con cadenze mensili e trimestrali, e verifiche periodiche su sedimenti e fauna fluviale. Sono controlli effettuati da Eni Rewind e sottoposti alla verifica di Arpa, che dichiara che «le analisi dei dati fin qui ottenuti hanno messo in luce una stabilità delle concentrazioni di inquinanti».

Controlli sulla qualità delle acque sul fiume Toce (Francesco Gaeta/il Post)

Dall’ultimo rapporto del CIPAIS (Commissione internazionale per la protezione delle acque italo-svizzere), un organismo bilaterale istituito da Italia e Svizzera per monitorare le acque condivise, emerge tuttavia che tra il 2016 e il 2024 lungo il fiume Toce i sedimenti a valle dello stabilimento avevano concentrazioni di DDX, cioè il DDT e i suoi prodotti di degradazione, significativamente più elevate rispetto ai tratti a monte.

Sui Siti di Interesse Nazionale censiti dal ministero dell’Ambiente, l’Istituto Superiore di Sanità svolge periodiche indagini sui tassi di mortalità e sulle patologie delle popolazioni. L’ultimo rapporto, che si riferisce ai ricoveri nel periodo 2014-2018, riporta per Pieve Vergonte eccessi rispetto alla media nazionale e regionale per i tumori dell’apparato digerente tra le donne e dei tumori al fegato e dei linfomi non Hodgkin tra gli uomini. Lo studio ha natura descrittiva e non è tale da individuare nessi di causa ed effetto con eventuali agenti patogeni locali.

Le vicende giudiziarie legate al sito di Pieve Vergonte hanno avuto un percorso lungo quanto quello della bonifica. A differenza di questa si sono concluse. Nel 2003 il ministero dell’Ambiente citò in giudizio Syndial del gruppo Eni, allora proprietaria dell’impianto, chiedendo il risarcimento del danno ambientale per l’inquinamento da DDT nel lago Maggiore. Nel 2008 il tribunale di Torino condannò la società a pagare circa 1,9 miliardi di euro. La sentenza però cambiò radicalmente in appello nel 2017: fu escluso il risarcimento e furono imposte misure di riparazione e appunto di bonifica. Nel 2021 la Cassazione ha confermato la decisione dell’appello.