L’improvvisazione con il pubblico sta rovinando la stand up comedy?

«Siete una coppia?», «Cosa fai nella vita?», «Da dove vieni?»: molti comici non ne possono più dei video che cominciano così

Uno spettacolo del comico Matt Rife a Panama City, in Florida (Michael Chang/Getty)
Uno spettacolo del comico Matt Rife a Panama City, in Florida (Michael Chang/Getty)
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«Siete una coppia?», «Come vi siete conosciuti?», «Cosa fai nella vita?», «Da dove vieni?». Una buona parte dei video pubblicati sui social dai comici, italiani o stranieri, da alcuni anni, comincia con una di queste domande rivolte al pubblico. Nella stand up comedy, la forma di comicità tipicamente americana che da tempo è diventata un genere di successo anche in Italia, è sempre più centrale il cosiddetto “crowd work”, cioè il coinvolgimento del pubblico su cui costruire interazioni improvvisate sul momento.

Un tempo era la soluzione dei comici per tirarsi fuori da situazioni difficili: poteva servire a sciogliere un po’ l’atmosfera prima dell’inizio dello spettacolo, o a portare a casa una serata con un pubblico un po’ fiacco o poco interessato al proprio monologo. Da qualche tempo però la funzione del crowd work è cambiata: molti comici, specialmente quelli più giovani, hanno abbandonato del tutto il repertorio “scritto” per dedicarsi unicamente all’improvvisazione, che funziona benissimo soprattutto nel formato di brevi video da pubblicare poi sui social.

Improvvisare delle battute divertenti in una conversazione con il pubblico richiede indubbiamente talento, ma anche quelle si possono in parte preparare, studiando in anticipo un repertorio buono per molte occasioni da adattare a seconda delle risposte ricevute. Il crowd work potrebbe sembrare intuitivamente un tipo di comicità più difficile rispetto a quella scritta, ma molti comici non la pensano affatto così.

Da quando è diventato una specie di genere a sé stante, il crowd work è diventato infatti oggetto di contestazioni piuttosto accese da parte dai comici di stand up della “vecchia scuola”. Secondo loro il dilagare dell’improvvisazione starebbe impoverendo la qualità degli spettacoli e incentivando una comicità più pigra e ripetitiva, a scapito della scrittura e della costruzione di monologhi brillanti e ricercati.

«Ormai per farsi notare in questo mestiere basta pubblicare video di cinque minuti in cui non fai altro che chiedere alla gente “da quanto tempo state insieme?”. Potrebbe riuscirci anche un idiota: come puoi sviluppare una tua voce, se fai così?» ha detto per esempio di recente il rispettato comico statunitense Marc Maron.

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La popolarità del crowd work è aumentata soprattutto durante la pandemia, quando teatri e locali dovettero chiudere a causa delle restrizioni per il contenimento dei contagi. I comici non potevano esibirsi in giro, ma avevano molto più tempo a disposizione per promuoversi e pubblicare contenuti sui social. Condividere parti di interazioni col pubblico tratte da vecchi spettacoli era spesso il modo più conveniente per farlo, dato che consentiva di farsi conoscere senza rischiare di “bruciare” il repertorio.

«Una serata di stand up comedy è un po’ il contrario di un concerto: non paghi per sentire i tormentoni che già conosci, ma per ascoltare battute inedite», dice il comico Stefano Rapone. Da questo punto di vista il crowd work «è la soluzione più sicura: puoi far vedere che sei bravo, ma al tempo stesso proteggi il materiale che hai scritto».

Nonostante ne riconosca l’utilità, e nonostante lui stesso si diverta a improvvisare, secondo Rapone il crowd work sta acquisendo una centralità eccessiva nella scena della stand up comedy. «Per me la comicità è un modo laterale ed estremamente personale di leggere la società. Se il comico non fa altro che fare domande al pubblico, alla lunga la gente finisce per scambiarlo per uno che fa sondaggi tra gli spettatori».

Tra i comici che negli ultimi anni hanno scelto di concentrarsi soprattutto sul crowd work ci sono Natalie Cuomo e Dan LaMorte, moglie e marito, e Andrew Schulz, uno dei primi a rendere popolari le serate d’improvvisazione su YouTube.

Il caso più famoso è però quello dello statunitense Matt Rife, che ha 30 anni, viene dall’Ohio e ha quasi 20 milioni di follower su TikTok. Rife (che a ottobre aveva fatto il tutto esaurito anche in Italia) ha cominciato a esibirsi agli inizi degli anni Dieci del Duemila, e all’inizio portava in giro monologhi scritti. Cominciò a virare verso il crowd work nel 2016, quando partecipò al programma comico di MTV Wild ‘n Out facendosi notare proprio per il suo talento eccezionale nell’improvvisazione.

I suoi spettacoli sono composti da continui momenti di interazione col pubblico sui temi più disparati, hanno un successo enorme in tutto il mondo e si prestano molto bene a circolare sui social, dato che ogni scambio può essere isolato, montato e pubblicato sotto forma di reel. Nel 2024 Netflix ha prodotto Matt Rife: Lucid – A Crowd Work Special, il primo spettacolo comico basato interamente sull’improvvisazione uscito sulla piattaforma.

Filippo Giardina, che negli anni Duemila fu tra i primi a rendere popolare la stand up comedy in Italia, dice che il successo di Rife è un esempio di quanto la comicità dal vivo stia «imboccando la strada dell’aneddoto fine a sé stesso». «È come se mancasse sempre il passaggio dal particolare all’universale, che poi dovrebbe essere il senso di ciò che facciamo», racconta.

Non è la prima volta che il crowd work diventa una tendenza nella comicità: Giardina ricorda che già verso la fine degli anni Novanta, quando cominciò a esibirsi nei primi locali a Roma, l’improvvisazione era diventata una costante nelle serate di stand up comedy. Ma durò poco, perché gli spettatori cominciarono a esserne intimoriti: «le prime file rimanevano vuote, avevano il timore di venire insultati per tutto il tempo».

Giardina aggiunge che le serate basate sul crowd work abbassano la qualità del pubblico, poiché attirano principalmente «il cretino che vuole stare al centro dell’attenzione». Per chiarire meglio il concetto, usa una metafora: sostiene che il pubblico sia come un cane, che a seconda dei casi può essere un «chihuahua o un dobermann», e che il comico non dovrebbe mai «fomentarlo nel suo aver voglia di abbaiare», cosa che invece il crowd work stimola a fare.

Ma secondo Giardina le serate di crowd work sono «stucchevoli e insopportabili» anche da un punto di vista “filosofico”. «Sul palco il comico dovrebbe interpretare il suo ruolo, quello di un inetto sconfitto dalla vita che utilizza l’autoironia per bilanciare la durezza delle cose che dice. Nelle serate di crowd work succede il contrario: il comico esce sempre vincitore nel confronto col pubblico, ma è troppo facile prevalere quando tu hai il microfono e lo spettatore no».

Un altro aspetto potenzialmente negativo del crowd work è che rischia di disabituare il comico all’attività a cui, secondo Giardina, dovrebbe dedicare la maggior parte del suo tempo: la scrittura. «Per ottenere un monologo dignitoso devi spremerti le meningi, trascorrere molto tempo in casa e limare in continuazione tutte le battute che hai scritto. Improvvisare consente di fare una figura decente senza troppa fatica, specialmente se per farlo ricorri a banalità, sfondoni sessuali o cattiverie gratuite».

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