Che fastidio danno i vegani

«Le difficoltà iniziano al momento dell’ordinazione. Nella mia seppur breve carriera ho collezionato svariate reazioni: dalle risate agli sbuffi, alle domande tranello. Ho dovuto imparare a prevenire, ma ahimè, nonostante tutte le mie cautele, la situazione precipita irrimediabilmente»

(Getty Images)
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Alessandra Stio
Alessandra Stio

Nata a Salerno nel 1995, dopo diverse esperienze all’estero ha scelto di tornare a vivere in Italia, dove adesso insegna inglese nella scuola secondaria di secondo grado. Ama scrivere, leggere e viaggiare.

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Non so se qualcuno di voi ha una vaga idea di quanto sia complesso essere vegani in Emilia-Romagna. Pasta all’uovo, salumi, tortelli e cappelletti sono solo alcuni degli alimenti che dominano pranzi e cene senza temere rivali, naturalmente insieme allo strutto. Il peggiore di tutti. Insidioso nemico silente, si nasconde così bene che anche un innocuo panino può tradirti quando meno te lo aspetti. Da quattro anni ormai la mia vita sociale è un continuo slalom tra un aperitivo e l’altro in cui, per conquistarmi una ciotola di patatine o dei taralli all’olio, devo produrmi in una serie di premesse, precisazioni e giustificazioni varie.

Le difficoltà iniziano, ovviamente, al momento dell’ordinazione. Quando paleso il mio veganismo (chiedere che tra gli stuzzichini non ci sia nulla che contenga uova-latte-strutto-formaggio è un’operazione un po’ lunga, anche se spesso mi tocca comunque specificare), cerco sempre di assumere il tono più gentile e conciliante possibile, sia mai che lo chef la prenda come un’offesa personale. Nella mia seppur breve carriera da vegana ho collezionato svariate reazioni: dalle risate agli sbuffi, passando per il “poverini voi, avete qualche problema mentale ma vi vogliamo bene lo stesso”, quindi ho dovuto imparare a prevenire. Ahimè, nonostante tutte le mie cautele, spesso è a questo punto che la situazione precipita irrimediabilmente.

«Ah, ma sei vegana?» esordisce qualcuno al tavolo, e inizio a sudare freddo. So che da qui non si tornerà più indietro, a prescindere dalla provenienza geografica dei commensali. Se all’interno del gruppo c’è una persona che non ti conosceva prima o con cui non avevi mai parlato di questo argomento, nove volte su dieci dopo la domanda di apertura inizia un vero e proprio interrogatorio degno della Santa Inquisizione Spagnola, che procede seguendo, più o meno liberamente, sempre lo stesso canovaccio. Per prima cosa ti chiedono il perché, ma tu opti per la risposta breve. Non hai voglia di rovinare il morale a tutta la tavolata e, soprattutto, sai che il discorso non si fermerà qui. Il tuo interlocutore non si accontenterà della tua risposta e, a pioggia, sfodererà tutte le sue obiezioni.

Ormai le sai a memoria e sei preparatissima, perciò ti accingi a fare mostra del tuo più classico sorriso di circostanza e a rispondere a ciascuna di esse, sempre con il nobile intento di salvare la serata. No, non ti manca il formaggio; no, non fai “sgarri”; sì, hai tutti i valori a posto e fai le analisi regolarmente; no, non mangi solo insalata; no, non lo sai se le vongole provano dolore, ma hai comunque le tue buone ragioni per non mangiarle (anche su questo preferisci la versione breve e non la spiegazione dei danni della pesca sull’intero ecosistema terrestre, e nemmeno osi avvicinarti al discorso sull’antispecismo). In pratica, se vuoi goderti la tua birra in tranquillità devi prima fare un po’ come Super Mario quando va in cerca della principessa Peach: saltare tra un ostacolo e l’altro rimbalzando sulla testa di funghetti indispettiti che hanno il solo scopo di farti rinunciare alla missione.

Poi, se sono stata sufficientemente brava, arriva il tanto desiderato lasciapassare dell’inquisitore che, soddisfatto, mi proclama “Vegana Non Rompipalle” e mi dà il permesso di proseguire la serata, a quel punto rovinata solo per me. Ironico, no?

Anche se col tempo ho acquisito una certa familiarità con queste dinamiche e sono diventata abbastanza svelta nell’estinguerle, devo ammettere che le tollero sempre meno. Non riesco a capacitarmi di come mi ritrovi puntualmente, e senza volerlo, implicata in falsi dibattiti con qualcuno che dall’altra parte non ha nessun reale interesse a capire il mio punto di vista ma cerca solo la validazione della propria idea di partenza.

Sono certa di non andare in giro puntando il dito contro il piatto altrui eppure, in un modo o nell’altro, mi capita sempre di dover spiegare a chicchessia la ragione delle mie scelte, e non solo di quelle alimentari. Già, perché poi i più caparbi iniziano a chiedermi se uso l’auto, se compro borse o scarpe di pelle e persino se ammazzo le zanzare in estate, come se per avere il diritto di dire di essere vegana dovessi dimostrare di non produrre alcun tipo di inquinamento nel mondo né nuocere a nessun animale sulla Terra. Insomma, dovrei essere un’entità che non sporca, non consuma, non danneggia. Una cosa non proprio plausibile. Conclusione logica, che spesso mi viene esplicitamente proposta: essere davvero vegana è impossibile, quindi tanto vale lasciar perdere.

L’epilogo di solito mi vede tornare a casa scoraggiata e di pessimo umore, il più delle volte parlando da sola in macchina ad alta voce per sfogare la frustrazione che ho dovuto sopprimere. Mi chiedo sempre perché noi vegani dobbiamo giustificarci in questo modo, come se desiderare una vita migliore per gli animali fosse qualcosa di cui vergognarsi.

Una soluzione sarebbe rifugiarsi in qualche spazio digitale, alla ricerca di una bolla in cui finalmente dar voce ai propri pensieri. È quello che faccio quando ho bisogno di sentirmi più compresa e meno sola ma ormai non riesco a trovare conforto neanche così. Persino nell’ambito del mio profilo social non mi sento completamente libera di mostrare di essere vegana: basterebbe un piccolo passo falso per scatenare dell’altro baccano. Per capire cosa intendo, provate a condividere la foto di un piatto di pasta accompagnato dalla scritta “carbonara vegetale”. Poi mi farete sapere quanti sfottò e prese in giro avrete collezionato.

Qualunque sia il tipo di contesto in cui esistiamo, pare quasi che basti la nostra sola presenza per attivare reazioni caratterizzate da un certo grado di insofferenza. Inizio a pensare che la vera fonte di tale disagio non siamo noi persone vegane, ma quello che smuoviamo in chi incontriamo, come se la nostra stessa esistenza incrinasse qualcosa in chi mangia carne. La cascata di false domande, contestazioni o ridicolizzazioni che riceviamo sembra, in realtà, non tanto un attacco alle nostre ideologie quanto uno scudo, una sorta di barricata dietro la quale mettere in salvo le proprie convinzioni prima che possano essere ulteriormente scalfite.

Forse il punto della questione è proprio questo: formulare quante più critiche possibile al veganismo e più in generale al vegetarianesimo è una sorta di giustificazione contro la tentazione di farne parte. Dimostrare che essere davvero vegani, quindi davvero puri, è impossibile diventa un lasciapassare, e al contempo offre l’occasione di deresponsabilizzarsi nei confronti dell’intera faccenda.

Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.

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