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  • Venerdì 27 febbraio 2026

L’azienda della Bayesian è in grave crisi

È la storia di quello che è successo dopo il naufragio del 19 agosto del 2024, ma anche di un calo in borsa del 35 per cento in una settimana

Il cantiere di The Italian Sea Group a Marina di Carrara
Il cantiere di The Italian Sea Group a Marina di Carrara (The Italian Sea Group)

Dal 19 agosto del 2024 il valore delle azioni di The Italian Sea Group, una delle principali aziende italiane che costruiscono grandi e lussuosi yacht, ha continuato a calare in modo vistoso, ma mai come il 35 per cento perso nell’ultima settimana. È il segnale di una crisi ormai evidente. Non è una data casuale, il 19 agosto del 2024: proprio quel giorno intorno alle 4 di mattina nel mare vicino a Palermo sette persone morirono nel naufragio di una grande barca a vela chiamata Bayesian, costruita da Perini Navi, marchio storico di proprietà di The Italian Sea Group.

Da allora nessuno ha più chiesto a Perini Navi di costruire una barca a vela e le difficoltà economiche del cantiere iniziate dal naufragio stanno avendo almeno in parte gravi conseguenze anche per l’azienda che lo controlla.

Perini Navi costruì la Bayesian nel 2008 a Viareggio, sede del cantiere. La barca a vela era stata commissionata nel 2005 dall’imprenditore olandese Eric Albada Jelgersma e disegnata dal noto progettista Ron Holland. In origine era stata chiamata Salute. Lunga 56 metri, larga 11, aveva una stazza complessiva di 473 tonnellate. Sotto il ponte c’erano sei suite. Gli interni in stile minimale erano stati progettati dal designer francese Rémi Tessier, realizzati in legni pregiati come abete sbiancato, sicomoro e teak. La caratteristica più appariscente della Bayesian, tuttavia, era il suo albero di alluminio alto 75 metri, come un condominio di 20 piani.

Nella notte del 19 agosto 2024 bastarono 16 minuti per farla affondare durante una forte tempesta. The Italian Sea Group ha sempre sostenuto che quella barca fosse inaffondabile, una delle più sicure al mondo, ma le indagini non hanno ancora contribuito a fare chiarezza sulle cause del disastro. Tra tutte le ipotesi prese in considerazione dalla procura di Termini Imerese ci sono possibili errori dell’equipaggio, che secondo l’accusa non avrebbe chiuso tutti i portelloni di sicurezza, ma anche possibili errori di progettazione che negli ultimi due anni hanno alimentato la sfiducia nei confronti di Perini Navi.

Non è un mistero che Perini Navi non abbia più ricevuto commesse dal giorno del naufragio. Delle difficoltà del cantiere ha parlato la stessa Italian Sea Group in una richiesta di risarcimento danni presentata alla fine di gennaio al tribunale di Termini Imerese. The Italian Sea Group ha chiamato in causa Revtom, l’azienda proprietaria della Bayesian, controllata da Angela Bacares, vedova dell’imprenditore Mike Lynch che morì insieme alla figlia Hannah nel naufragio: l’azienda italiana sostiene di aver subìto danni per 456 milioni di euro, conseguenza della crisi di Perini Navi. Secondo The Italian Sea Group le colpe del naufragio sarebbero insomma da attribuire all’equipaggio.

Quando nel 2021 The Italian Sea Group comprò Perini Navi per 80 milioni di euro, il piano industriale prevedeva di raggiungere vendite per un miliardo di euro all’anno entro il 2028, un obiettivo ora irraggiungibile. Tra i tanti esempi di conseguenze portati al tribunale per sostenere la sua tesi, The Italian Sea Group ha citato anche una collaborazione con un marchio mondiale della moda che avrebbe dovuto utilizzare uno yacht di Perini Navi per una campagna di comunicazione: dopo il naufragio il marchio si sarebbe tirato indietro.

La difesa di Revtom sostiene la tesi delle «vulnerabilità intrinseche» del design della nave, ovvero il presunto ruolo dell’albero alto 75 metri nel naufragio: secondo questa tesi l’altezza dell’albero potrebbe aver influenzato il centro di gravità dello scafo, esponendo la barca al rischio di rovesciamento dovuto agli sbandamenti estremi.

The Italian Sea Group invece contesta una serie di «negligenze operative critiche», cioè eventuali responsabilità dell’equipaggio, che non avrebbe chiuso i portelloni laterali accelerando l’ingresso dell’acqua durante gli sbandamenti causati dalla tempesta. Secondo l’azienda non sarebbe stata nemmeno abbassata la deriva, l’elemento dello scafo simile a un’ala collocato nella parte più bassa. La deriva aiuta a controbilanciare le forze a cui è esposta una barca e a mantenerla in equilibrio.

Di questa contesa si occuperanno i giudici, ma in attesa della sentenza – probabilmente ci vorranno anni, visto che le indagini non sono ancora concluse – The Italian Sea Group dovrà affrontare una crisi che va ben oltre Perini Navi.

All’inizio dell’autunno i suoi 550 dipendenti diretti, che lavorano nei grandi cantieri navali di Marina di Carrara, hanno iniziato a notare ritardi nel versamento dei contributi al fondo sanitario e previdenziale. Non era mai successo. Nelle settimane successive sono emerse altre difficoltà. L’azienda ha accumulato ritardi anche nei pagamenti dei fornitori, aziende che a loro volta hanno pagato i dipendenti in ritardo. Si stima che in totale siano circa 1.100 i lavoratori dell’indotto.

La scorsa settimana The Italian Sea Group ha comunicato agli azionisti di aver ricevuto un prestito da 25 milioni di euro dal fondatore, l’imprenditore Giovanni Costantino, socio di maggioranza con il 53,6 per cento di azioni. Oltre a Perini Navi, The Italian Sea Group possiede anche i marchi Admiral, Tecnomar e Picchiotti.

Il giornalista Bruno Vespa con Giovanni Costantino con il plastico della Bayesian

Il giornalista Bruno Vespa e Giovanni Costantino con il plastico della Bayesian (Cecilia Fabiano/LaPresse)

L’azienda si è impegnata a restituire il prestito entro il 2032 e ha spiegato che le difficoltà sono dovute a costi di produzione imprevisti, superiori rispetto alle previsioni. Non è chiaro però a cosa siano attribuibili questi costi, se a un aumento del costo del lavoro, dei materiali o a errori nelle stime iniziali.

Il consiglio di amministrazione ha assicurato che presto verrà organizzato un audit indipendente, ovvero controlli fatti da una società di revisione dei conti per capire come siano state gestite le commesse e i lavori di costruzione degli yacht. In una nota ha anche cercato di rassicurare gli azionisti, parlando di una ripresa del mercato confermata da due nuovi contratti firmati per la costruzione di due yacht lunghi più di 80 metri. Tutte queste promesse però non hanno convinto il mercato e il valore delle azioni è sceso del 40 per cento, assestandosi poi su un -35 per cento.

Il 25 febbraio i sindacati confederali hanno organizzato uno sciopero di due ore per chiedere garanzie per il futuro. Il 3 marzo è previsto un incontro tra l’azienda e i sindacati. È stata anche convocata una riunione in prefettura a cui parteciperà la sindaca di Carrara Serena Arrighi per discutere della crisi.

Umberto Faita, sindacalista della Fiom Cgil, dice che molti fornitori hanno lasciato i cantieri, di fatto quasi fermi. Faita sostiene che la crisi di The Italian Sea Group sia solo in minima parte dovuta alle difficoltà di Perini Navi: «È strano che nel giro di cinque o sei mesi ci si ritrovi in questa situazione: come è possibile che la dirigenza non si sia accorta dell’aumento dei costi? La situazione è sfuggita di mano troppo in fretta. Se la situazione si dovesse aggravare sarebbe un bagno di sangue, perché moltissime aziende dell’indotto lavorano esclusivamente per Italian Sea Group». Lo scorso anno l’azienda aveva approvato il bilancio del 2024 distribuendo dividendi per 13 milioni di euro.

The Italian Sea Group ha preferito non commentare in via ufficiale, ma giovedì fonti interne sentite dal Post hanno sostenuto che l’azienda sia solida e che la situazione attuale sia il risultato di imprevisti, soprattutto il blocco delle commesse di Perini Navi dovuto al naufragio e l’aumento dei costi di costruzione, oltre a un rallentamento generale del mercato della nautica di lusso.

Oggi, venerdì 27 febbraio, The Italian Sea Group ha però comunicato che Filippo Menchelli si è dimesso dalla carica di presidente del consiglio di amministrazione e Marco Carniani a quella di vice presidente, sintomo di una situazione tutt’altro che rassicurante. Giovanni Costantino è stato eletto presidente. La nota diffusa dall’azienda in seguito alle dimissioni di Menchelli e Carniani è piuttosto severa perché dice che verranno fatte verifiche sulla condotta dei dimissionari per tutelare le azioni della società, pronta a prendere provvedimenti.