Le indagini sugli affari della camorra all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli
Risultano indagate più di 70 persone, compresi alcuni medici e un ex poliziotto

La procura di Napoli ha chiesto e ottenuto dal tribunale la custodia cautelare in carcere per quattro persone coinvolte in un’estesa indagine sulle presunte infiltrazioni della camorra al San Giovanni Bosco, un ospedale pubblico poco lontano dall’aeroporto della città. In tutto risultano indagate più di 70 persone: i reati contestati, a seconda delle varie posizioni, sono associazione di tipo mafioso aggravata, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falsità ideologica in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio.
L’indagine sull’ospedale San Giovanni Bosco è partita anche dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia risalenti al 2015 ed è stata coordinata dalla pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Alessandra Converso. Al centro dell’indagine ci sarebbe il clan Contini, gruppo che opera a Napoli e che fa parte, insieme ad altri, di una confederazione chiamata “alleanza di Secondigliano”, una delle organizzazioni camorristiche più potenti del territorio.
Secondo l’accusa, l’organizzazione avrebbe gestito bar, buvette e distributori automatici di cibo e bevande all’interno dell’ospedale senza autorizzazioni, senza pagare i canoni all’azienda sanitaria locale, allacciandosi abusivamente alla rete elettrica e dell’acqua.
Potendo poi contare sulla collaborazione di medici, personale parasanitario, addetti alla vigilanza e dipendenti di ditte che operano all’interno dell’ospedale, il clan avrebbe organizzato numerose truffe alle compagnie assicurative, simulando incidenti stradali grazie a false testimonianze e perizie. Talvolta tale “collaborazione” veniva ottenuta mediante violenza e minacce.
Il clan avrebbe poi garantito ricoveri ospedalieri, rilasciato certificazioni mediche false anche per ottenere scarcerazioni illegittime, e sottratto sistematicamente dei farmaci. Inoltre avrebbe gestito il trasporto illegale di persone morte attraverso un’associazione del settore delle ambulanze private.
Tra le persone arrestate c’è l’avvocato Salvatore D’Antonio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e considerato centrale nel sistema di infiltrazione nell’ospedale: avrebbe gestito i soldi del clan compresi quelli derivanti dalle truffe assicurative, reinvestendoli in immobili, auto e quadri. È anche sospettato di aver tenuto i contatti tra alcuni detenuti affiliati e le loro famiglie e di aver fatto da intermediario con alcuni pubblici ufficiali per l’acquisizione di informazioni riservate, «in un rapporto di stretta e stabile compenetrazione con l’organizzazione criminale», come si dice nelle carte dell’indagine.
Sono coinvolti anche Maurizio Scapolatiello, titolare della Croce San Luca, un’associazione per il trasporto in ambulanza e indicato come il braccio operativo del clan all’interno dell’ospedale, e i fratelli Salvatore e Pietro De Rosa, che gestivano bar, buvette e distributori automatici del San Giovanni Bosco.
Tra gli indagati ci sono anche un funzionario amministrativo, un dipendente dell’INPS, un ex poliziotto e alcuni medici, alcuni attualmente ancora in servizio. Uno di loro avrebbe offerto visite mediche senza passare dalle lista d’attesa, un altro avrebbe costretto la collaboratrice domestica di casa ad accettare una buonuscita al ribasso grazie all’intervento di un affiliato del clan conosciuto in ospedale.
Un medico in servizio al pronto soccorso è accusato invece di aver falsificato le dimissioni di una paziente già morta, per consentire trasporto a casa in ambulanza privata e guadagnare sul servizio. Secondo l’accusa il sistema di gestione delle ambulanze prevedeva che i pazienti deceduti venissero fatti uscire illegalmente dall’ospedale per evitare la sala mortuaria. Per superare i controlli il cadavere veniva sistemato in barella con mascherina e ossigeno, per farlo apparire ancora in vita durante il tragitto verso casa. Il prezzo di questo servizio per le famiglie andava dai 700 ai 1.200 euro.
Nell’indagine è coinvolta anche una psichiatra, dipendente dell’azienda sanitaria, che avrebbe fornito false certificazioni a favore di soggetti appartenenti o vicini ai clan della camorra, consentendo benefici giudiziari e in almeno un caso una scarcerazione fondata su false perizie psichiatriche.
Le infiltrazioni del clan Contini nell’ospedale San Giovanni Bosco sono note da tempo. Nel 2019 la Regione Campania, presieduta da Vincenzo De Luca, aveva commissariato l’ospedale affidando verifiche e controlli a Ciro Verdoliva. Le indagini condotte nel 2019 e poi nel 2024 avevano portato a numerosi arresti. All’epoca Giovanni Melillo, procuratore di Napoli, durante una conferenza stampa aveva detto che l’ospedale San Giovanni Bosco era «diventato la sede sociale dell’alleanza di Secondigliano».



