Ma quindi questo scudo penale per le forze dell’ordine?
Il governo ne parlava da mesi, ma alla fine l'ha attenuato talmente tanto che è diventato tutta un'altra cosa, probabilmente inutile

Mercoledì è entrato in vigore il decreto legge approvato dal governo di Giorgia Meloni che, tra le altre cose, avrebbe dovuto contenere il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine, cioè una limitazione della punibilità delle loro azioni in alcune circostanze. Alla fine il decreto non introduce un vero scudo penale, ma solo alcuni filtri nelle indagini preliminari, che peraltro varranno non soltanto per le forze dell’ordine ma per tutte le persone, e potrebbero rivelarsi abbastanza inutili.
L’intenzione dichiarata dal governo era evitare che gli agenti delle forze dell’ordine venissero puniti quando usano legittimamente le armi o agiscono nel cosiddetto “adempimento del dovere”, cioè mentre svolgono un’attività prevista dal loro incarico. Sono garanzie che in altre forme esistono già nel sistema processuale italiano, anche se non riguardano specificamente le forze dell’ordine.
Per questo la norma era stata interpretata soprattutto in senso politico: l’idea dello scudo penale per le forze dell’ordine è una vecchia battaglia della destra e generalmente gradita al suo elettorato di riferimento, coerentemente con un approccio che vede spesso come legittimi a priori gli interventi delle forze dell’ordine, anche quando sono violenti, perché in teoria mirati a garantire la sicurezza pubblica. È stata spesso evocata per casi di cronaca che riguardano presunte violenze commesse da membri delle forze dell’ordine, di solito molto prima che si stabilisca la loro eventuale innocenza o colpevolezza.
Ma è anche un’idea molto criticata, che per molti darebbe una legittimazione eccessiva alle azioni di polizia, finendo per rendere le persone meno sicure. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva espresso alcuni dubbi sulle prime bozze del testo e aveva richiamato il governo a non creare una sorta di giurisprudenza apposita per le forze dell’ordine: così nelle ultime settimane il decreto, che fa parte del cosiddetto “pacchetto sicurezza”, era stato progressivamente modificato e attenuato. Già dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva detto che il decreto non avrebbe contenuto nessuno scudo penale.
È verosimile che anche la Ragioneria generale dello Stato, l’organo incaricato di valutare che le leggi abbiano un’adeguata copertura economica, abbia avuto qualche perplessità sul decreto, considerando che dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri ha impiegato ben 20 giorni per esaminarlo, decisamente più tempo del solito. Alla fine martedì l’ha approvato (con l’operazione chiamata “bollinatura”). Poi il testo è stato firmato da Mattarella e pubblicato in gazzetta ufficiale.
In sostanza il decreto modifica il codice di procedura penale, nella parte in cui descrive come deve avvenire l’iscrizione delle persone nel registro degli indagati. Oggi il pubblico ministero (pm) scrive in un apposito registro le notizie di reato, cioè i fatti potenzialmente illeciti di cui viene a conoscenza. Poi nel fascicolo relativo a quella notizia di reato indica i nomi degli eventuali indagati, non appena ci sono indizi a loro carico.
Il decreto introduce una procedura diversa che, come si legge all’articolo 12, va applicata quando «appare evidente» che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione. Le cause di giustificazione (anche dette scriminanti) sono situazioni in presenza delle quali un reato non viene considerato illecito e quindi non viene punito. Sono quattro: la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi, lo stato di necessità e l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità.
Sono tutte circostanze già contenute e dettagliate nel codice penale e che già escludono la punibilità, ma di solito la loro sussistenza è accertata durante il processo, dopo cioè che la persona sospettata di aver commesso illeciti viene indagata e sottoposta a giudizio. Chi critica il decreto e sostiene che sia inutile, infatti, dice che solo in rarissimi casi le cause di giustificazione sono evidenti fin da subito: molto più spesso è necessario (e continuerà a essere necessario) accertarle in un secondo momento, cioè nel corso delle indagini o nel dibattimento.
Il decreto, comunque, prevede che una persona che ha commesso un potenziale reato con una evidente causa di giustificazione non venga iscritta nel registro degli indagati, ma in un altro registro detto «annotazione preliminare». Il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto ha detto che quello tra l’annotazione e l’iscrizione nel registro degli indagati è un «filtro tecnico». In questa fase la persona iscritta nell’annotazione gode degli stessi diritti e delle stesse garanzie delle persone propriamente indagate.
Successivamente, se il pm (cioè l’accusa) ritiene di non dover fare approfondimenti sulla persona iscritta nell’annotazione, deve chiedere l’archiviazione delle indagini entro 30 giorni. Altrimenti ha 120 giorni per svolgere «ulteriori accertamenti» o richiedere perizie tecniche: se non trova elementi per indagare la persona, ha altri 30 giorni per chiedere l’archiviazione. Se invece il pm in questo lasso di tempo ritiene che sia necessario fare indagini più approfondite o vuole chiedere un incidente probatorio, la persona iscritta nell’annotazione deve essere trasferita nel registro degli indagati (l’incidente probatorio è uno strumento con cui durante le indagini preliminari si acquisisce una prova che potrebbe essere utilizzata nel corso di un processo).
Negli ultimi giorni si è parlato molto dell’ipotesi dello scudo penale in relazione al caso del poliziotto che era stato indagato per omicidio a Rogoredo, nella periferia sud est di Milano, dopo che aveva ucciso un uomo con un colpo di pistola. In un primo momento l’agente aveva riferito di aver sparato per legittima difesa, perché minacciato con una pistola, e alcuni esponenti della destra, in particolare della Lega, avevano approfittato della vicenda per chiedere più tutele legali per le forze dell’ordine, attivando anche delle raccolte fondi. Nel corso delle indagini, tuttavia, sono emersi diversi indizi che hanno messo seriamente in dubbio il racconto del poliziotto e la legittimità delle sue azioni. È stato arrestato, e ora anche la destra ha molto ritrattato la sua campagna difensiva.
Ora il ministero della Giustizia avrà a disposizione 60 giorni per adeguare il codice di procedura penale, introducendo il modello per il registro delle annotazioni preliminari affianco a quello del registro degli indagati (chiamato “modello 21”).



