Ci sono sempre più dubbi sulla versione della polizia sull’uomo ucciso a Rogoredo

Il sospetto della procura è che ci sia stata un'articolata messa in scena

Il punto vicino alla fermata della metropolitana di San Donato, a Milano, dove un poliziotto ha ucciso Abderrahim Mansouri (ANSA/Andrea Canali)
Il punto vicino alla fermata della metropolitana di San Donato, a Milano, dove un poliziotto ha ucciso Abderrahim Mansouri (ANSA/Andrea Canali)
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Ormai da giorni la procura di Milano sta indagando sulla morte di Abderrahim Mansouri, l’uomo di 28 anni che lo scorso 26 gennaio è stato ucciso con un colpo di pistola da un poliziotto a Rogoredo, nella periferia sudest di Milano. L’agente che ha sparato, un 42enne assistente capo del commissariato Mecenate, è ora indagato per omicidio volontario, mentre quattro colleghi sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.

Le testimonianze e gli elementi raccolti finora nelle indagini stanno infatti alimentando diversi dubbi sulla versione dei fatti raccontata dalla polizia, che fin da subito era sembrata quantomeno lacunosa.

L’agente che ha sparato aveva detto agli investigatori della squadra mobile di Milano di aver sentito dalla radio della polizia che alcuni colleghi stavano arrestando uno spacciatore nel quartiere di Rogoredo, e che aveva deciso di raggiungerli partendo da Corvetto, quartiere poco più a nord. Arrivato sul posto, vicino alla stazione della metropolitana di San Donato, aveva detto di aver riconosciuto Mansouri, noto per diversi precedenti penali e per la sua appartenenza a un gruppo criminale che gestisce lo spaccio nella zona.

– Leggi anche: Cos’era e cos’è oggi Rogoredo

Il poliziotto aveva raccontato che Mansouri gli aveva puntato una pistola contro e aveva continuato ad avanzare verso di lui, nonostante l’ordine di fermarsi. A quel punto, ha detto l’agente, lui avrebbe deciso di difendersi sparandogli da una ventina di metri di distanza. Il proiettile ha colpito Mansouri alla tempia destra, uccidendolo. Il poliziotto aveva aggiunto che al momento dello sparo Mansouri si trovava in posizione frontale rispetto a lui. Dall’autopsia, però, è emerso che aveva il volto leggermente girato a sinistra (per questo lo sparo lo ha colpito alla tempia destra). Gli avvocati della famiglia, Debora Piazza e Marco Romagnoli, sostengono che sia la prova che in realtà Mansouri stesse scappando quando è stato colpito.

La pistola che l’agente ha detto di aver visto nelle mani di Mansouri è stata poi trovata vicino al suo corpo e si è rivelata essere finta, privata del tappo rosso (che serve a distinguere le armi false). Gli avvocati e i familiari di Mansouri sostengono però che lui non l’avesse in mano quando è morto, e che gli sia stata posizionata vicino in un secondo momento. Nei primi accertamenti, infatti, non sono state trovate sue impronte sulla pistola.

Anche i tabulati del telefono di Mansouri e le riprese di alcune telecamere di sicurezza stanno contribuendo a mettere in dubbio la versione dell’assistente capo.

Prima dello sparo Mansouri aveva parlato brevemente al telefono con un uomo che lo stava chiamando per avvisarlo dell’arrivo della polizia. Poi però non aveva risposto ad altre telefonate che gli erano arrivate pochi minuti dopo. È in quel lasso di tempo che Mansouri sarebbe stato ucciso.

Tuttavia la polizia ha chiamato il 118 per soccorrere Mansouri soltanto 23 minuti dopo la prima telefonata, nonostante lo stesso assistente capo avesse detto che Mansouri era agonizzante dopo lo sparo. Ciò che è successo in quei minuti potrebbe essere stato chiarito dalla testimonianza di uno degli altri quattro poliziotti indagati, che sono stati interrogati venerdì perché coinvolti nella stessa operazione in cui è stato ucciso Mansouri.

Il poliziotto ha raccontato di essere stato mandato dal collega che aveva sparato a prendere uno zaino nel commissariato di via Quintiliano. Alcune telecamere di sicurezza, in effetti, lo hanno ripreso mentre entra nel palazzo a mani vuote ed esce con uno zaino in mano.

L’agente ha detto di non sapere che cosa contenesse e di aver pensato che ci fossero alcuni moduli e documenti. Una delle ipotesi su cui sta indagando la procura, ancora da confermare, è che nello zaino ci fosse la pistola finta trovata accanto al corpo di Mansouri, e che la polizia abbia chiamato i soccorsi solo dopo averla posizionata. Di fatto, secondo l’ipotesi della procura, i poliziotti si sarebbero messi d’accordo per inscenare una minaccia inesistente, e giustificare così lo sparo dell’assistente capo.

I quattro agenti sono attualmente indagati per favoreggiamento perché almeno in un primo momento avrebbero avallato la versione del collega che ha sparato. Sono indagati anche per omissione di soccorso per i presunti 23 minuti trascorsi tra lo sparo e la chiamata al 118.

Nel corso delle indagini sono inoltre emerse informazioni sulla carriera del poliziotto accusato di omicidio. I colleghi e il fratello di Mansouri hanno riferito di precedenti contrasti tra i due. Repubblica ha scritto di una precedente inchiesta a carico del poliziotto per falso, a causa di un verbale di arresto fatto a Corvetto nel maggio del 2024, quando una telecamera lo avrebbe ripreso mentre estraeva e intascava alcune banconote dalla cover del cellulare di uno spacciatore. Sempre secondo Repubblica, a fine gennaio la polizia giudiziaria avrebbe informato la procura di Milano di presunte richieste di pizzo che il poliziotto avrebbe fatto ad alcuni spacciatori per permettere le loro attività, più o meno nella stessa zona in cui è stato ucciso Mansouri.