La migliore storia di Batman mai realizzata

È “Batman - Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, che uscì quarant'anni fa e spostò molte asticelle nel fumetto americano

Una copertina di Batman - Il ritorno del cavaliere oscuro
Una copertina di Batman - Il ritorno del cavaliere oscuro

Nel febbraio del 1986 uscì il primo numero di Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro, una serie a fumetti che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere le storie di supereroi. Fu scritta e disegnata da Frank Miller, un fumettista di 29 anni che da quel momento in poi acquisì uno status quasi unico nel settore, paragonabile a quello di una rockstar. A quarant’anni dalla pubblicazione è ancora considerata la migliore storia di Batman mai realizzata, con un consenso critico praticamente unanime, e più in generale uno dei massimi esempi di fumetto sperimentale di quel decennio.

Anche se fu pubblicato da una casa editrice con enormi possibilità di distribuzione come la DC Comics, e pur avendo per protagonista uno dei personaggi di finzione più famosi al mondo, Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro ha molto poco a che fare con l’intrattenimento disimpegnato, ingenuo e impalpabile tipico di molte storie di supereroi del tempo.

È un fumetto autoriale, colto e con ambizioni avanguardistiche, sia nell’approccio grafico che nella struttura narrativa. Miller lo concepì come una specie di allegoria del decadimento morale e delle derive consumistiche dell’America reaganiana, e per l’occasione diede a Batman una caratterizzazione molto diversa da quella del passato, enfatizzandone fino all’estremo gli aspetti più cupi e violenti.

Lo immaginò come un vigilante autoritario, aggressivo, conservatore e dai confini morali tutt’altro che definiti, disposto a utilizzare metodi ai confini dello squadrismo pur di combattere la criminalità e stabilire una sua personalissima concezione di ordine. Ma non si fermò qui: stravolse completamente anche Superman, il personaggio di punta della DC Comics, trasformandolo in una specie di fantoccio al servizio del governo americano, che si serve dei suoi superpoteri per rovesciare governi filocomunisti e democraticamente eletti.

Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro fu pubblicato in quattro albi. Anche se ai tempi la dicitura era poco utilizzata di fatto è un elseworld, cioè una storia ambientata in un universo narrativo a sé stante, totalmente slegato dalle altre testate della DC Comics.

Il racconto si svolge in un futuro distopico in cui Batman si è ritirato dalle scene da dieci anni, facendo precipitare Gotham nel caos. La criminalità si è infiltrata nelle istituzioni e tra le forze dell’ordine, l’informazione è monopolizzata da grandi gruppi editoriali che alimentano frivoli dibattiti televisivi e i cittadini sono terrorizzati da una gang composta da centinaia di teppisti violenti e incontrollati, i Mutanti.

All’inizio della storia Bruce Wayne (la vera identità di Batman) viene raffigurato come un miliardario anziano, fuori forma e con problemi di alcolismo, ma a un certo punto decide di tornare in attività per sgominare i Mutanti. Quando ci riesce, però, la situazione gli sfugge di mano. I Mutanti si prostrano davanti a lui e lo riconoscono come capo, e Batman li riorganizza sotto il proprio comando trasformandoli nella sua milizia personale, i “Figli di Batman”, imponendo su Gotham una specie di ordine paramilitare.

A quel punto la città si divide in due fazioni: da un lato chi sostiene Batman e vede in lui una garanzia di sicurezza; dall’altro chi lo considera un fascista e teme una deriva autoritaria. Nel frattempo il presidente degli Stati Uniti (che non ha un nome, ma è ispirato in tutto e per tutto a Ronald Reagan) decide di inviare Superman a Gotham per fermarlo.

Miller potè permettersi di sconvolgere in modo così drastico la caratterizzazione di Batman anche perché Jennette Kahn, l’editor della DC Comics, gli assicurò una libertà creativa pressoché totale. Ai tempi era già uno degli sceneggiatori più richiesti sul mercato, e le esperienze che aveva accumulato fino a quel momento lo rendevano il profilo ideale a cui affidarsi per decostruire in modo efficace un personaggio così mitizzato e popolare.

Negli anni precedenti aveva lavorato soprattutto per Marvel, la principale concorrente di DC Comics, realizzando un apprezzato ciclo di storie su Daredevil, una testata che prima del suo arrivo era in crisi di vendite e rischiava la chiusura.

Miller sfruttò l’occasione per esagerare con le sperimentazioni e inserire nella storia alcune sue passioni, dai romanzi noir e hard boiled ai polizieschi di Clint Eastwood. Diede al protagonista Matt Murdock una caratterizzazione più cupa, introspettiva e nichilista, trasformandolo di fatto in un nuovo personaggio, riscrisse le origini di molti comprimari e diede un’estetica più oppressiva, buia e decadente a Hell’s Kitchen, il quartiere newyorkese in cui si svolgeva la maggior parte delle storie.

Miller capovolse la situazione: grazie alla sua gestione, Daredevil diventò una delle testate più vendute e interessanti della Marvel. Da molti punti di vista, l’ottima riuscita del rinnovamento di Daredevil fu un’anticipazione del lavoro che Miller avrebbe poi svolto con Batman.

La prima tavola di Roulette, la storia più famosa del ciclo di Daredevil scritto da Frank Miller

Non solo: aveva cominciato a disegnare le prime tavole agli inizi degli anni Settanta, un decennio in cui alcuni sceneggiatori di grande inventiva stavano provando a dare maggiore spessore alle storie dei supereroi, inserendole in contesti più complessi e maturi.

Il primo a credere in lui fu Neal Adams, il disegnatore che in quel decennio, insieme allo sceneggiatore Dennis O’Neil, era riuscito nel difficile compito di liberare Batman dalla rappresentazione televisiva di Adam West, che aveva radicato nell’immaginario collettivo una versione del personaggio comica, colorata e decisamente imbolsita, molto lontana dalle atmosfere cupe e noir delle origini.

Le storie di Adams e O’Neil ebbero una grande influenza su Miller, che osservava con un certo interesse anche la scena del fumetto internazionale. Aveva sviluppato una grande passione per Corto Maltese, il pirata gentiluomo di Hugo Pratt, un ottimo esempio da cui prendere spunto per creare un antieroe credibile.

Ed era un avido lettore di fumetti giapponesi, specialmente quelli ambientati nel periodo feudale. La serie Lone Wolf and Cub, scritta da Kazuo Koike, disegnata da Gōseki Kojima e incentrata sulle gesta di un ronin privato del titolo di samurai, influenzò moltissimo tanto lo stile di disegno di Miller quanto la sua predilezione per personaggi marziali, laconici e violenti (qualche anno prima di dedicarsi a Batman aveva pubblicato Ronin, una storia che riprendeva moltissimo dall’immaginario di Lone Wolf and Cub).

L’influenza di queste opere è evidente in Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro, e in almeno un caso è omaggiata esplicitamente. Nella storia è presente una fittizia isola caraibica filosovietica: si chiama Corto Maltese.

La copertina di Ronin, di Frank Miller

Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro fu un fumetto innovativo anche per lo stile di disegno di Miller, caratterizzato da un tratto nervoso, sporchissimo, sgraziato e volutamente eccessivo. Fu percepito come qualcosa di mai visto prima, perlomeno in un genere teoricamente destinato agli adolescenti. Il suo era un Batman destrutturato non solo negli atteggiamenti e nelle idee, ma anche nelle forme. Aveva un fisico talmente ipertrofico e muscolare da risultare sproporzionato e ripugnante, molto lontano dalle linee sinuose e armoniche degli altri supereroi.

E parlava spesso per monologhi interiori, con toni alle volte nichilisti e rassegnati, altre solenni, epici e con picchi lirici notevoli. L’esempio più famoso è la frase che Bruce Wayne pronuncia all’inizio della storia, quando decide di rimettersi il costume e tornare in azione: «La pioggia sul mio petto è un battesimo: sono rinato».

Miller sperimentò moltissimo anche nella disposizione delle vignette, che aveva un’importanza narrativa pari a quella dei dialoghi e delle didascalie. Uno dei suoi obiettivi era ottenere una rappresentazione visiva efficace del bombardamento continuo di notizie, opinioni e commenti che caratterizzava l’era reaganiana.

Per farlo decise di scomporre le tavole in riquadri molto piccoli, simili a minuscoli schermi televisivi. Nelle vignette venivano raffigurati opinionisti e presentatori televisivi che parlavano delle notizie del giorno con toni sensazionalistici e superficiali, cogliendo spesso l’occasione per pubblicizzare un qualche tipo di prodotto.

Dopo il successo di Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro, Miller scrisse un’altra delle storie più apprezzate sul personaggio: Batman – Anno uno. Uscì nel 1987, fu disegnata da David Mazzucchelli e reinventò le origini di Batman, soffermandosi sul primo anno di attività di Bruce Wayne e sull’arrivò del tenente James Gordon a Gotham. È la storia che ha ispirato molti adattamenti cinematografici del personaggio, dalla trilogia di Christopher Nolan al più recente film di Matt Reeves.

Pochi mesi dopo l’uscita di Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro, DC Comics pubblicò il primo numero di una serie che gli contende il titolo di fumetto supereroistico più influente di sempre: Watchmen, scritta dallo sceneggiatore inglese Alan Moore e ambientata in una versione alternativa degli Stati Uniti degli anni Ottanta popolata da supereroi cinici, disillusi e non necessariamente animati da buone intenzioni (ne abbiamo scritto più estesamente qui).

Miller tornò a occuparsi di Batman nel 2001, dopo aver collaborato per una decina d’anni con l’editore indipendente Dark Horse Comics, per cui tra le altre cose realizzò le storie noir, oscure e sperimentali di Sin City, la serie di fantascienza distopica e cyberpunk Martha Washington, alcuni violentissimi fumetti di RoboCop e 300, serie epica e sanguinolenta liberamente ispirata alla battaglia delle Termopili.

Nel novembre di quell’anno pubblicò per DC Comics il primo numero di Il cavaliere oscuro colpisce ancora, un sequel in tre parti. La serie fu poi completata da Cavaliere Oscuro III – Razza suprema (2015-2017), scritta da Miller e Brian Azzarello. Entrambi sono imparagonabili al primo per spunti, intuizioni e qualità narrativa.

Negli ultimi quindici anni Miller ha fatto parlare di sé non tanto per la qualità dei suoi fumetti, ma per le sue opinioni politiche conservatrici e retrograde, che gli hanno alienato le simpatie di molti fan storici e dei lettori più progressisti. Le critiche sono aumentate soprattutto a partire dal 2012, quando pubblicò Sacro terrore, un fumetto esplicitamente reazionario e islamofobo.

Da allora alcune riletture critiche hanno suggerito che Batman – Il ritorno del cavaliere oscuro fosse una specie di anticipazione delle sue convinzioni politiche. Ma c’è anche chi sostiene che, in realtà, l’obiettivo dell’opera non fosse altro che rivelare la natura più sinistra del personaggio, la più terrificante tra quelle possibili. Thoughtful Mirth, un blog statunitense che pubblica analisi molto approfondite sul fumetto, ha scritto che Batman «è essenzialmente un riccone che esce e picchia i poveri e i malati di mente (…), la fantasia di potere machista di un uomo bianco frustrato, di mezza età, economicamente agiato e politicamente conservatore».

E, in quanto esercizio di decostruzione, il fumetto di Miller ha fatto ciò che doveva fare: «prendere gli aspetti (più sgradevoli) di una narrazione che sono nascosti alla vista e portarli in primo piano: Tarzan è profondamente razzista, Allan Quatermain è un imperialista bianco deciso a sfruttare i nativi, James Bond nutre un disprezzo ardente per le donne… e Batman è un fascistoide neoconservatore».

– Leggi anche: Un’etichetta che fece la storia del fumetto