L’Iran vuole farsi trovare pronto
Si sta preparando a un possibile attacco degli Stati Uniti, rafforzando le sue difese e organizzando esercitazioni militari

L’Iran si sta preparando a un possibile attacco militare degli Stati Uniti, che negli ultimi giorni sta diventando via via più probabile: le forze armate statunitensi hanno ormai ammassato abbastanza mezzi da poter iniziare un’operazione militare già questo fine settimana, anche se da quanto si sa il presidente Donald Trump non ha ancora preso una decisione definitiva.
Negli ultimi mesi, e in maniera più rapida in queste settimane, l’Iran ha rafforzato le difese dei propri siti nucleari, cioè i laboratori e le strutture dove il governo sta sviluppando il proprio programma nucleare. I lavori sono cominciati dopo che Israele e gli Stati Uniti avevano attaccato alcuni di questi siti a giugno, danneggiandoli ma non distruggendoli.
Nella città di Isfahan c’è uno dei siti colpiti dove si troverebbe parte delle scorte di uranio arricchito necessario per produrre un’arma atomica. Qui le entrate dei tunnel che portano alle strutture sotterranee sono state rafforzate in maniera che sia più difficile distruggerle con le bombe. Lo stesso vale per il sito di Kolang-Gaz La.
I siti nucleari iraniani sono quasi tutti costruiti sottoterra, per proteggerli da attacchi aerei. Il loro principale punto debole sono però i tunnel di entrata, che possono essere bombardati. Per questo negli ultimi mesi gli iraniani hanno creato delle specie di scudi di cemento e detriti attorno alle entrate. Hanno inoltre interrato le linee elettriche, sempre per limitare i danni di possibili bombardamenti.
Attorno ai siti nucleari sono state costruite anche difese più convenzionali, come nuovi muri, per ostacolare un eventuale intervento da terra, per esempio se le forze speciali americane cercassero di entrare nelle strutture durante un attacco. Le analisi sulle nuove difese sono state fatte dal centro studi americano Institute for Science and International Security, che ha consultato le immagini satellitari più recenti.
Oltre alle difese, l’Iran sta cercando di mostrarsi minaccioso. Ha mobilitato le sue forze armate, per cercare di far passare il messaggio che non solo è in grado di difendersi, ma di contrattaccare se necessario. Il regime ha organizzato varie esercitazioni molto pubbliche dei Guardiani della Rivoluzione, la principale forza militare del paese, con marce e lanci di missili, tutto trasmesso dalla televisione di stato.
I Guardiani della Rivoluzione hanno anche fatto manovre militari nello stretto di Hormuz: è lo stretto che separa il golfo Persico, a ovest, e il golfo di Oman, a est, ed è fondamentale per i commerci internazionali, perché tra le altre cose vi passa circa un quinto di tutte le forniture di petrolio mondiali. Da tempo l’Iran minaccia che se sarà attaccato chiuderà lo stretto, con conseguenze gravi per i commerci mondiali (ma anche per l’Iran stesso).

Guardiani della Rivoluzione a Teheran, febbraio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Al netto delle coreografie, l’Iran ha ancora una forza militare residua molto consistente, nonostante gli attacchi di Stati Uniti e Israele dello scorso anno. Si stima che abbia ancora circa 2.000 missili balistici a medio raggio, capaci di arrivare a colpire Israele, oltre che vari altri droni e missili a raggio minore capaci di colpire le basi militari americane in Medio Oriente.
Mercoledì il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che nella regione ci sono tra i 30 e i 40 mila soldati statunitensi distribuiti in nove basi militari, tutte alla portata dei droni e dei missili iraniani. Per questo negli scorsi giorni gli Stati Uniti hanno rafforzato le difese aeree delle proprie basi.
Tutto questo avviene mentre in Iran sono da poco state represse con la violenza le grandi proteste contro il regime. Secondo il governo iraniano, durante le proteste sono state uccise 3.400 persone. Secondo stime più credibili di ong come Human Rights Activists i morti sarebbero però almeno 7.000, di cui circa 6.500 manifestanti. Molte persone sono ancora disperse, ed è probabile che i conteggi delle persone uccise aumenteranno.
Per il regime un attacco militare esterno potrebbe aumentare il rischio di instabilità interna, e di nuove proteste. Anche per questo nelle ultime settimane la repressione del dissenso si è intensificata, e sono state arrestate più di 50 mila persone.



