Ora possiamo parlare di Umberto Eco
Prima di morire chiese che per dieci anni non si facessero convegni su di lui, e nel frattempo molte sue riflessioni sono diventate ancora più utili per leggere il presente

Umberto Eco, il più importante semiologo italiano di sempre e uno degli intellettuali del Novecento più prolifici e famosi al mondo, espresse nel suo testamento il desiderio che per dieci anni non venissero organizzati convegni su di lui. Si venne a sapere poco dopo la sua morte, avvenuta a 84 anni il 19 febbraio 2016: proprio dieci anni fa. E fin da subito quella richiesta fu interpretata da molti come un tentativo di respingere glorificazioni accademiche postume e lasciare alla «memoria sociale e culturale» il tempo di «agire da filtro, non di preservare tutto», per usare parole sue.
Non espresse quindi il desiderio di silenzio per snobismo o mania di controllo, ha scritto sul Manifesto la semiologa sua allieva Valentina Pisanty, ma per provare a evitare «una ripetizione meccanica di luoghi comuni che avrebbero trasformato il maestro in meme, come peraltro già accadeva quando Eco era in vita». Di sicuro, indipendentemente dalle ragioni, fu un atteggiamento coerente con idee che aveva ripetutamente sostenuto: «quando tutto appare degno di essere ricordato, nulla è più degno, e si desidererebbe dimenticare», disse nel 1991, durante una conferenza nella biblioteca Braidense a Milano.
La richiesta di non organizzare seminari e convegni è stata generalmente rispettata e accolta dal mondo accademico. Questo non significa che di Eco per dieci anni non si sia comunque parlato o scritto: a proposito dei suoi romanzi, della sua vastissima biblioteca, delle sue interviste e, in generale, ogni volta che concetti da lui espressi nella sua attività di studioso, saggista e romanziere diventavano chiavi di lettura pertinenti di un determinato aspetto della contemporaneità.
Cosa che è successa e continua a succedere piuttosto spesso, anche perché nessun intellettuale italiano più di lui si occupò della cultura in ogni sua forma: dalla televisione al fumetto, dalla filosofia medievale alla letteratura, dalle canzoni alla politica. Sia prima che dopo essere diventato famoso in tutto il mondo nel 1980 con il romanzo Il nome della rosa.
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Alcune riflessioni puntuali di Eco, come appunto quelle sui meccanismi selettivi della memoria, sull’abbondanza delle informazioni o sulla credulità, sono state utilizzate per interpretare gli effetti profondi di Internet sull’organizzazione del sapere o per comprendere il funzionamento del negazionismo e delle teorie del complotto. Il tempo ha permesso anche di mettere in una prospettiva diversa alcuni suoi giudizi perentori e spesso criticati sulle nuove tecnologie e sui social, diventati nel frattempo oggetto di più preoccupazioni e di un dibattito pubblico più animato di quanto già fosse dieci o quindici anni fa.
In generale, a fornire da anni strumenti efficaci di analisi di molti fenomeni culturali e sociali del presente – dalla disinformazione all’intelligenza artificiale – è la scienza a cui Eco dedicò la maggior parte del suo tempo: la semiotica, o scienza dei segni. Una disciplina sfuggente, inevitabilmente interdisciplinare e per molti aspetti «arcana», come la definì il New York Times nel necrologio di Eco, ma che lui contribuì a rendere più chiara e comprensibile anche tra i non studiosi. La insegnò per anni all’università di Bologna, diventando uno dei tre autori più influenti in questo campo di studi insieme allo statunitense Charles Sanders Peirce e allo svizzero Ferdinand de Saussure.
È di Eco la più citata definizione stessa della semiotica, tra chi la insegna: «la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire». Ed è importante perché serve a distinguere i processi semiotici dalla semplice comunicazione, un processo che si basa solo su operazioni di codifica e decodifica (lo è anche quello tra il termostato e lo scaldabagno, per esempio). Sono semiotici tutti i processi che invece richiedono un’interpretazione e quindi prevedono sempre la possibilità dell’errore o della menzogna, mentre nella comunicazione c’è al limite solo possibilità di malfunzionamenti.
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La prima conseguenza della distinzione proposta da Eco è che, a differenza della comunicazione, qualsiasi processo semiotico è temporale e dinamico. Dipende cioè sempre da una comunità che lo interpreta e da un contesto, come peraltro è diventato evidente in anni recenti man mano che il collasso del contesto sui social – cioè la sovrapposizione di più gruppi sociali e quindi di più gruppi di interpreti – rendeva molto frequenti le incomprensioni e il fraintendimento dei messaggi.
Ammettere la menzogna come una possibilità sempre presente vuol dire tenere a mente che ogni segno – incluse le immagini – può essere usato per raccontare come stanno le cose nel mondo, ma anche per far credere che le cose stiano in un altro. E «questo implica la necessità di una postura sospettosa, di una diffidenza», non solo verso il discorso politico ma anche verso sé stessi, in quanto parte di un mondo che «è tutto semiotico», dice Felice Cimatti, docente di semiotica all’università della Calabria.
Riflettere sulla semiotica e su come Eco contribuì a definirla significa «riflettere su quanto il nostro modo di stare al mondo, di pensarlo, conoscerlo, sentirlo e vederlo sia influenzato da un immenso apparato di segni» in cui siamo immersi e di cui non ci rendiamo conto perché nel suo insieme è largamente inconscio, cioè funziona al di là del nostro controllo.
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In anni recenti anche un’altra cospicua parte della ricerca e delle riflessioni di Eco, sulla distinzione tra realtà e finzione, è diventata ancora più attuale intanto che i confini tra l’una e l’altra sui media diventavano più incerti e sfumati. E intanto che si riducevano, anziché aumentare, la diffidenza e la capacità di molte persone di orientarsi davanti ai prodotti di tecnologie in grado di creare realtà sempre più credibili, come i deepfake.
«Paradossalmente, prendiamo tutto sul serio, anche quando quel che ascoltiamo e vediamo è falso o inventato, e non lo meriterebbe», scrive nel libro Il senso della realtà Anna Maria Lorusso, insegnante di semiotica all’università di Bologna e a lungo collaboratrice di Eco.
Per effetto della tecnologia ma non solo, è aumentata una tendenza alla sovrainterpretazione, secondo Eco uno dei meccanismi alla base delle teorie del complotto, per cui tutto è significativo e rimanda a qualcos’altro di segreto. Ed è aumentata in generale un’inclinazione a intendere i messaggi come verità o come falsità in senso rigido e assoluto, soggettivo e non intersoggettivo, e a interpretarli in modo slegato dal contesto, quando invece la considerazione del contesto è la pratica fondamentale di qualsiasi interpretazione.
«I fake sono generati talmente bene che spesso non sappiamo dire, come interpreti, se sono falsi, finti, o meno. Non sappiamo riconoscerli. Ci serve tempo», scrive Lorusso. Ci serve per individuare i contesti e per misurare rispetto a quei contesti l’appropriatezza dei messaggi, quali effetti e quali scopi abbiano. Per esempio, se siano oppure no parte di un discorso ideologico, che per Eco è ogni discorso che nasconde la pluralità di possibili interpretazioni di una stessa realtà e ne propone soltanto una.
Il che non significa che tutte le interpretazioni siano equivalenti, al contrario: ogni interpretazione deve «fare i conti con il mondo», come scrisse Eco nel 2012. «Non sapremo mai definitivamente se una interpretazione è giusta, ma sappiamo con certezza quando non tiene», proprio perché alla base di ogni interpretazione c’è «un fatto intersoggettivamente verificabile».
Ha senso, e sarebbe forse stato apprezzato anche da Eco, che per celebrare il decimo anniversario della sua morte, alla scadenza del periodo di silenzio richiesto nel testamento, non sia stato organizzato un convegno né un evento per iniziati, ma una diretta video di 24 ore su YouTube, con interventi di lettori e studiosi da diverse parti del mondo. «Un dialogo corale», come lo hanno definito le due fondazioni che lo hanno organizzato, la Fondazione Umberto Eco e la Fondazione Bottega Finzioni.
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