Umberto Eco (FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Umberto Eco su Dylan Dog, le veline e James Bond

E su Casablanca e Superman: ovvero le cose diversissime tra loro e di interesse popolare di cui ha scritto il grande saggista italiano

Umberto Eco (FRANCOIS GUILLOT/AFP/Getty Images)

Umberto Eco, uno dei più importanti intellettuali e scrittori italiani del Novecento, è morto venerdì all’età di 84 anni. Nella sua vastissima produzione di saggista e semiotica, Eco è stato famoso anche per essersi occupato spesso di cultura popolare e di temi considerati di un livello più basso dal resto del mondo dell’accademia, a volte sostenendo tesi opposte rispetto a quelle dei suoi colleghi. Questo aspetto ha contribuito a rendere Umberto Eco una figura atipica per l’Italia, dove il mondo universitario è spesso considerato chiuso, conformista e lontano dal resto della società: molto famosi, ad esempio, sono i libri e gli articoli che Eco dedicò a personaggi televisivi, come la “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. Era in un certo senso la sua cifra stilistica: abbiamo raccolto sette cose che Eco ha scritto o detto su temi molto diversi tra loro – e che per alcuni potranno essere inaspettati – per raccontare un pezzo della sua versatilità e competenza su aspetti diversissimi della società.

1. «Oggi le nonne dicono “cazzo” invece di perdindirindina»
All’ultimo Festival della comunicazione di Camogli, in provincia di Genova, Eco avrebbe dovuto tenere una lectio magistralis dal titolo “Tu, Lei, la memoria e l’insulto”, che però venne annullata a causa del maltempo. Su internet è ancora possibile trovare il testo del suo intervento. Nell’ultima parte, dedicata all’insulto, Eco spiegava come fino a qualche decennio fa le parolacce rappresentavano una forma di ribellione delle generazioni più giovani nei confronti degli anziani: «Le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola, proprio per distinguersi dagli adulti troppo perbenisti». Col tempo la parolaccia è stata sdoganata, scriveva Eco: oggi la usano i politici, i giornalisti e persino le nonne «dicono “cazzo” invece di perdirindindina». Questa nuova liberalità ha tolto ai giovani uno strumento di ribellione: per loro il vero atto di rivolta sarebbe tornare a usare “perdindirindina”. Il problema, scriveva Eco, è che i giovani non conoscono più queste parole. E quindi provvedeva a fornire un lungo elenco di insulti desueti:

Pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, pivellone, ciulandario, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, vaterclòs, caprone, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, merlo, dibensò, spaccamerda, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiassso e/o babbione, grand e gross ciula e baloss, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, pagnufli, cichinisio, brighella, tombino, pituano, pirla, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, ambroeus, bigàtt, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, gadano, fighetta, imbranato, balordo, piattola, impagliato, asparagio, babbuino, casinaro, bagolone, cucuzzaro, accattone, barabba, loffio, tappo, caporale, toni, macaco, baluba, pappone, pizipinturro, polentone, bonga, quaquaraquà, tarpàno, radeschi, peracottaro, ciculaté, mandruccone, paraculo, fanigottone, scamorza, scricio, mezzasega, rocchettée, pataccaro, pinguino, margniflone, mortodesonno, sbragone, mortadella, peracottaro, scorreggione, pappamolla, furfantello, scioccherello, stolto, sventato e biricchino.

2. «Superman è capace di abbattere montagne, fabbricare diamanti, rendere fertili deserti, e impiega queste qualità per elaborare trucchetti divertenti onde mettere nel sacco quattro scalzacani mascherati e pasticcioni»
Eco era un appassionato di fumetti, anche se non in tutti i casi ne era anche un vero e proprio estimatore. Il suo quinto libro, “La misteriosa fiamma della regina Loana”, dedica moltissime pagine e immagini ai fumetti della giovinezza di Eco. In uno dei suoi primi articoli pubblicati sul Corriere della Sera, il 26 ottobre del 1963, Eco dedicò alcuni paragrafi al personaggio di Superman e a un evidente contraddizione tra i suoi sterminati poteri e i casi, di portata tutto sommato ridotta, di cui si occupa nelle storie raccontate dal fumetto:

Superman è capace di abbattere montagne, fabbricare diamanti, rendere fertili deserti, e impiega queste qualità per elaborare trucchetti divertenti onde mettere nel sacco quattro scalzacani mascherati e pasticcioni.[…] Grande e grosso, votato al bene dell’umanità, ignora (né l’autore lo porta a scoprire un diverso panorama) che in una società si pongono conflitti immani, che intere zone del globo attenderebbero da lui la vita, la salvezza dalla fame e così via. Niente. Nell’universo di tali eroi non esistono contrasti. Gli unici cattivi sono i ladri. Gli unici guai sono causati da quattro felloni incarogniti. Per il resto la società non ha problemi e il mondo funziona come il migliore dei mondi possibili. Il lettore non deve porsi troppe questioni, rispetti la legge e sarà flic, il fumetto in questione non provvederà certo a mettergli in testa cattive idee. Il fumetto pare dunque un fenomeno importante se riesce in modo tanto amabile a veicolare settimanalmente un così insinuante messaggio pedagico.

3. «Sono arrivato a quel punto della vita in cui il mio obiettivo è non ricevere messaggi»
Eco aveva sempre avuto un rapporto piuttosto complesso con le nuove tecnologie e in particolare con internet, al quale aveva riservato le sue critiche più severe. Lo scorso giugno, ad esempio, si era parlato molto di una lectio magistralis tenuta all’università di Torino in cui Eco aveva detto, parlando della rete: «È il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottiste: come per esempio le accuse sui gesuiti sospettati di aver affondato il Titanic e ucciso Kennedy, e la costruzione di coincidenze numeriche sull’attentato delle Torri Gemelle». Ma si è parlato molto anche dei suoi articoli su Wikipedia, l’enciclopedia online di cui inizialmente Eco sospettava moltissimo, ma su cui, con il tempo, aveva ammorbidito il suo giudizio. Un po’ meno conosciuto, invece, è un suo commento sull’email comparso in un articolo uscito sul settimanale New Yorker nel giugno del 1995. All’epoca Eco confessò di non possedere un’email e spiegò questa mancanza durante un convegno dicendo: «Sono arrivato a quel punto della vita in cui il mio obiettivo è non ricevere messaggi»

4. «Un cliché ci fa sorridere, cento ci commuovono»
Lo scrisse Eco in “Casablanca, or, the Cliches Are Having a Ball“, un saggio pubblicato nella raccolta “Signs of Life in the USA”, e oggi è forse una delle sue frasi più citate. Nel testo Eco analizzava, e in un certo senso faceva a pezzi, “Casablanca”, il film del 1942 con Humphrey Bogart. Casablanca è una storia di spie, ambientata in Marocco durante la Seconda guerra mondiale. Nel film, Casablanca è amministrata da un governo fantoccio francese agli ordini dai nazisti. Bogart, il gestore di un locale, si trova costretto ad aiutare un eroe della resistenza e la sua compagna, che in passato era stata una sua amante. Nel saggio, Eco spiegava quali sono gli innumerevoli riferimenti e archetipi che costellano il film. Ad esempio, i cattivi vengono puniti uno per uno, e i protagonisti che fin dall’inizio del film sono puri (l’eroe della resistenza e l’amante di Bogart) alla fine ottengono il loro obiettivo, raggiungere la “Terra Promessa” (cioè scappare negli Stati Uniti); il personaggio di Bogart, che invece all’inizio del film accetta dei compromessi, ottiene la salvezza, ma solo attraverso una difficile purificazione (dopo essere sceso a compromessi con i nazisti, Bogart salva l’eroe e la sua amante e parte per combattere la resistenza).

La quantità di miti e di storie che abbiamo già sentito, raccontava Eco, difficilmente rendono il film un prodotto originale, ma «proprio per via di tutti gli archetipi, proprio perché Casablanca cita un numero incalcolabile di altri film e ogni attore recita una parte che ha già interpretato in altre occasioni, lo spettatore viene rapito da questa risonanza intertestuale. […] Quando tutti questi archetipi si sommano senza vergogna, raggiungiamo una profondità omerica. Un cliché ci fa sorridere, cento ci commuovono».

5. «Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi»
Un fumetto che a Eco piaceva era Dylan Dog, e nel 1998 intervistò il suo autore, Tiziano Sclavi, per la prefazione del libro “Dylan Dog: indocili sentimenti, arcane paure”. Nel corso dell’intervista i due parlarono del loro amore per l’occulto e l’esoterico: era però un amore “ateo”, come quello di un collezionista che «non crede nelle cose che colleziona; anzi, le colleziono proprio perché amo collezionare cose false». Sclavi omaggiò Eco trasformandolo nel personaggio del professor Humbert Coe, che compare nel numero 136, uscito nel gennaio 1998 e intitolato “Lassù qualcuno ci chiama”.

6. Cosa beve James Bond
Uno dei luoghi che Eco utilizzò più spesso per le sue incursioni nella cultura più “bassa” era la Bustina di Minerva, la rubrica che curò per l’Espresso tra il 1985 e il 2016, con cadenza settimanale fino al 2000, e poi quindicinale. Una delle più affascinanti, tra le centinaia, è una riflessione sul cocktail favorito di James Bond. Dopo aver correttamente riportato come si prepara un Martini Cocktail (si sciacqua il ghiaccio nel vermouth che poi va rimosso completamente prima di versare il gin), Eco si occupò dell’interrogativo centrale che riguarda le abitudini alcoliche di 007:

Come mai un intenditore come Bond vuole il Martini scekerato e non mixed? C’è chi sostiene che se il Martini viene scekerato si introduce più aria nella mistura (si dice “bruising the drink”) migliorandone il sapore. Ma personalmente non ritengo che un gentiluomo come Bond voglia il Martini scekerato. Infatti ci sono siti Internet che asseriscono che la frase, se appare nei film, non appare mai nei romanzi (così come in Conan Doyle non appare mai “elementare caro Watson”), se non forse a proposito del discusso Vodka Martini. Ma confesso che, se avessi dovuto controllare su tutta l’opera omnia di Fleming, chissà quando avrei scritto questa bustina.

7. «Siamo tutti veline»
Soprattutto negli ultimi vent’anni, durante il lungo periodo dei governi Berlusconi, Eco rappresentò per una certa parte politica lo stereotipo dell’intellettuale di sinistra, moralista e critico nei confronti di tutto ciò che fosse leggero e disimpegnato. Ma non era una critica molto meritata: Eco si occupò spesso di temi per nulla accademici e piuttosto fatui. Uno degli episodi più divertenti fu quello che lo coinvolse insieme ad Antonio Ricci nell’estate del 2004. All’epoca, il programma televisivo “Veline”, in cui si esibivano aspiranti ballerine che volevano partecipare al programma “Striscia la notizia”, si concludeva con una scritta: “Siamo tutti veline”, firmato: “U. Eco”. Il programma andò avanti così per mesi fino a che Eco non dedicò al tema una delle sue Bustine. Nel breve pezzo, Eco spiegava che alcuni amici gli avevano fatto i complimenti per aver scritto quella frase che lui, però, non aveva mai notato.

«Mi era capitato di vedere, di zapping in zapping, parte di questo programma che, a parte la venustà delle fanciulle, mi procurava grande soddisfazione, perché udivo queste bellissime affermare di essersi quasi tutte laureate in materie difficilissime, e l’idea che avessero scelto la strada del velinaggio anziché affollare i concorsi universitari per ricercatori (risparmiando a me e ai miei colleghi ore ed ore di lavoro in più) non poteva che riscuotere il mio plauso, se non altro dal punto di vista sindacale. Tuttavia non mi era mai capitato di vedere il finale del programma, perché sforava sempre un poco e dovevo cambiare canale per non perdermi l’inizio di qualche puntata su marescialli dei carabinieri o squadre di polizia – in quasi tutti i nuovi gialli, da Colombo in avanti, chi sia l’assassino te lo dicono subito all’inizio, e se perdi i primi colpi non capisci più nulla. Mi sono chiesto se i miei informatori non mentissero, perché era impossibile che io avessi mai scritto o pronunciato una sciocchezza del genere. Che cosa vuol dire che siamo tutti veline? Che io ho la grazia di quelle adolescenti? Che è velina anche Giovanni Paolo II? Dire che siamo tutti veline è come dire che siamo tutti fox terrier o tutti bergamaschi. Non ha senso. È vero che Heidegger ha affermato che “il nulla nulleggia” (che di senso ne ha ancora meno), e su questo apoftegma si scrivono decine di tesi di laurea, ma a me pareva di non aver mai scritto né che il nulla nulleggia né che siamo tutti veline (al massimo, al colmo del delirio filosofico, avrei potuto scrivere che le veline velineggiano o che il nulla siamo tutti noi). […] Alla fine mi sono deciso e ho chiesto chiarimenti ad Antonio Ricci, il quale mi ha risposto con un’amabile lettera, nella quale precisa che la frase non appare firmata ‘Umberto Eco’ bensì ‘U. Eco’, e che trattasi di Ugo Eco, “un romito che vive sopra Cosio D’Arroscia. Il suo vero nome è Ugo Cagna, ma nella valle lo chiamano Eco, per il vezzo di ululare i suoi pensieri al vento, sfruttando le onde riflesse”. Insomma una trovata surreale (il finale della lettera accenna anche a Ubu Roi), una specie di Tapiro.

Però tutti coloro che mi hanno interrogato su quella frase non mi hanno mai domandato perché avessi pronunciato una bestialità. Al contrario, si congratulavano o mi chiedevano quale fosse il senso profondo della mia affermazione. Se la frase appariva in televisione, andava presa sul serio. […] Tutto questo mi fa venire in mente una storia che mi raccontava il compianto Bonvi, quello delle Sturmtruppen, il quale, per arrotondare i guadagni che gli derivavano dal fumetto, lavorava anche nella pubblicità. Un giorno, dovendo trovare un bello slogan per un insetticida, ha scoperto che uno dei suoi ingredienti era il piretro (che, per chiarire le idee agli indotti, è semplicemente il Chrysantemum Cinerariifolium). Così gli era venuta l’idea di mettere su inserti pubblicitari e spot televisivi, in bella vista, ‘al fiore di piretro’. Non mentiva, ma è chiaro che l’evocazione di un fiore quasi esotico contribuiva a rendere l’insetticida fresco, olezzante e desiderabile. Un giorno va a casa di sua mamma, sente un odore eccessivo d’insetticida, si lamenta, e la mamma gli risponde che ne spande in abbondanza perché è una miscela deliziosa al fiore di piretro. Bonvi allora si arrabbia e dice: “Ma mamma, quella è una cazzata che mi sono inventato io!”. La mamma risponde: “Eh no, figlio mio. L’ha detto la televisione!”»