Cosa significa che l’Italia parteciperà al Consiglio di pace di Trump come “osservatore”

E perché la cosa ha generato qualche imbarazzo nel governo, costretto a cercare delle giustificazioni un po' curiose

Giorgia Meloni e Donald Trump a Sharm el-Sheik, in Egitto, il 14 ottobre 2025 (Michael Kappeler/dpa)
Giorgia Meloni e Donald Trump a Sharm el-Sheik, in Egitto, il 14 ottobre 2025 (Michael Kappeler/dpa)
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Martedì il governo ha ottenuto dalla Camera l’autorizzazione ad aderire al Consiglio di pace, l’organizzazione internazionale fondata e presieduta da Donald Trump con lo scopo di promuovere la stabilità e la pace in varie aree del mondo, partendo anzitutto da Gaza. La maggioranza ha votato una risoluzione che impegna il governo a partecipare «in qualità di osservatore sia alla riunione inaugurale del Consiglio di pace che si è tenuta a Washington il 19 febbraio 2026», sia ad altre future attività dello stesso organismo.

Dopo settimane di imbarazzi e di incertezze sul da farsi, la soluzione trovata è un compromesso che presenta almeno una grossa anomalia su cui non sono stati ancora dati chiarimenti ufficiali, e cioè il fatto che lo status di “osservatore” per paesi come l’Italia che rifiutano di ratificare il Consiglio di pace non è esplicitamente contemplato nello Statuto fondativo del Consiglio di pace stesso. Lo statuto infatti prevede solo che alcuni stati possano essere ospitati come “membri non votanti” in attesa che provvedano alla ratifica stessa.

Meloni si era prima detta entusiasta di aver ricevuto l’invito da parte degli Stati Uniti a far parte del Consiglio di pace, il 18 gennaio. Poi, dopo vari ripensamenti, aveva rinunciato a sottoscrivere l’atto costitutivo del Consiglio di pace durante una cerimonia presieduta da Trump a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio. Era infatti rimasta l’unica leader europea a mostrarsi disponibile a ratificare l’atto, e lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva espresso grosse perplessità.

La ragione per giustificare questo ripensamento era stata l’incompatibilità del trattato con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che stabilisce che l’Italia possa aderire a organizzazioni finalizzate alla pace e alla giustizia internazionale, limitando la propria sovranità, solo a patto che ciò avvenga «in condizioni di parità con gli altri Stati»: la natura del Consiglio di pace, che di fatto attribuisce al presidente Trump poteri enormi e per nulla bilanciati con le prerogative concesse agli altri membri, rende del tutto improbabili delle «condizioni di parità».

Per non indispettire Trump, però, Meloni lo aveva subito contattato. Prima aveva cercato di ottenere all’ultimo minuto un incontro bilaterale con lui a Davos; poi, dopo aver capito che la cosa non era fattibile, lo aveva chiamato. E proprio il presidente statunitense aveva poi raccontato ai giornalisti americani che Meloni gli aveva assicurato di voler «farne parte a tutti i costi», ma solo dopo un confronto col parlamento. Trump aveva detto che la stessa cosa valeva per la Polonia, che aveva deciso di inviare a Washington Marcin Przydacz, un collaboratore del presidente della Repubblica Karol Nawrocki.

Donald Trump mostra la firma dell’atto istitutivo del Consiglio di pace a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio 2026 (GIAN EHRENZELLER/EPA)

Tuttavia, se c’è un’incompatibilità costituzionale, il parlamento non potrebbe in alcun modo intervenire o rimediare. Ed ecco allora la soluzione: stabilire che l’Italia avrebbe preso parte al Consiglio di pace in qualità di paese osservatore, aggirando così ogni apparente ostacolo di legittimità.

Inizialmente lo staff di Meloni aveva lasciato intendere che la stessa presidente del Consiglio sarebbe potuta andare a Washington, ma questa idea era stata subito accantonata quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz – il solo altro importante leader europeo che non aveva del tutto escluso l’ipotesi di partecipare ai lavori del Consiglio di pace – aveva chiarito che non sarebbe andato, e che anzi la Germania aveva riconsiderato l’ipotesi di aderire all’iniziativa, sotto qualsiasi forma.

Così si è deciso di inviare negli Stati Uniti Antonio Tajani, che pure era stato tra i più scettici sul Consiglio di pace. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri non ha nascosto un certo imbarazzo, pur riservatamente, per questa soluzione.

Il problema però non è solo politico, ma giuridico. Nello statuto del Consiglio di pace, infatti, la possibilità di partecipare come paese osservatore non è chiaramente disciplinata, e l’unica opzione contemplata lascia intendere che gli Stati in questa posizione si impegnino comunque a ratificare lo statuto del Consiglio di pace.

L’articolo 2 del documento stabilisce che è il presidente del Consiglio di pace, cioè Trump, a decidere chi invitare; e che ogni paese invitato, in sintonia con le proprie leggi nazionali, può partecipare per un periodo massimo di tre anni, dopodiché la sua riconferma potrà avvenire a discrezione del presidente, cioè lo stesso Trump.

I paesi che nel primo anno dalla loro adesione verseranno oltre un miliardo di dollari per sostenere le attività del Consiglio non saranno invece sottoposti a questa procedura, e saranno dunque membri permanenti. Tutto questo nonostante il presidente, cioè Trump, possa in ogni momento decidere di espellerli, con una deliberazione che può essere respinta solo da una maggioranza di almeno i due terzi degli altri iscritti.

L’articolo 11 è quello a cui invece il governo italiano sembra volersi appigliare per aderire solo in modo parziale. Vi si legge, tra l’altro: «Gli Stati che non applicano in via provvisoria la presente Carta possono partecipare in qualità di membri senza diritto di voto alle riunioni del Consiglio di pace in attesa della ratifica, accettazione o approvazione della Carta in conformità con i propri requisiti giuridici interni, previa approvazione da parte del Presidente».

Quindi l’Italia, chiedendo l’autorizzazione a Trump, può diventare un membro “non votante” del Consiglio, ma nel farlo deve comunque dichiararsi intenzionata a ratificare il trattato. Finora però la ratifica non è stata possibile perché, per stessa ammissione del governo, sarebbe in contrasto con la Costituzione.

Il paradosso è che, a prendere per buone le spiegazioni finora fornite da Meloni e da Tajani, un’adesione parziale da membro non votante renderebbe ancora più difficilmente compatibile la partecipazione dell’Italia al Consiglio di pace con la Costituzione.

L’articolo 11 infatti impone il requisito fondamentale della «parità con gli altri Stati»: solo in quel caso l’Italia consente «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni». Ma un’adesione italiana al Consiglio di pace in qualità di membro non votante accentuerebbe questa condizione di subalternità del nostro paese rispetto agli altri membri, e resterebbe comunque il nodo della ratifica del trattato.

Per il governo, la legittimazione giuridica a livello internazionale del Consiglio di pace è stata riconosciuta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (ONU), che nel novembre scorso ha approvato una risoluzione sul Piano di pace per Gaza che tra l’altro accoglie con favore l’istituzione dell’organismo voluto da Trump «come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale che definirà il quadro di riferimento e coordinerà i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza», attribuendogli compiti di «controllo e supervisione».

Ma il parlamento italiano finora non è stato coinvolto se non marginalmente. La Camera martedì ha votato una risoluzione, cioè un atto politico non vincolante, per autorizzare il governo a prendere parte ai lavori del Consiglio di pace, ma una ratifica formale del trattato richiederebbe una procedura diversa e più complessa.

Sulla questione della costituzionalità Tajani, intervenendo martedì alla Camera, ha fatto un’osservazione un po’ contorta e difficilmente difendibile sul piano del diritto. Ha detto cioè che «l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace, sicurezza e stabilità nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso articolo 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie». Non si comprende bene in che modo non partecipando ai lavori del Consiglio di pace l’Italia verrebbe meno al suo impegno di ripudiare la guerra, né è chiaro se Tajani intendesse dire che tutti gli altri paesi europei – a partire da Francia, Germania, Regno Unito o Spagna – che non partecipano al Consiglio di pace stiano fomentando la guerra.

Ma probabilmente tutto è più banale di così. Meloni ha interesse a partecipare al Consiglio di pace un po’ perché lo ritiene un modo utile a garantire all’Italia una qualche forma di protagonismo nel Medio Oriente, un’area su cui da sempre il nostro paese ha una discreta influenza diplomatica; e un po’ perché non se la sente di sconfessare Trump, o di indisporlo, e anzi ci tiene a mostrarsi come la leader europea a lui più vicina. Per questo, dopo aver cercato una scusa un po’ debole per rimandare l’adesione dell’Italia al Consiglio di pace, ha trovato ora un espediente un po’ fumoso per aderirvi, sia pure solo come membro “non votante”.