• Mondo
  • Mercoledì 18 febbraio 2026

Il Perù ha un rapporto complicato con i presidenti

Quello nominato mercoledì sarà il nono in dieci anni: c'entrano frequenti accuse di corruzione e una norma molto vaga sull'«incapacità morale»

José Jerí durante il giuramento in parlamento, appena 4 mesi fa, 10 ottobre 2025, Lima (Photo by John Reyes Mejia/Anadolu via Getty Images)
José Jerí durante il giuramento in parlamento, appena 4 mesi fa, 10 ottobre 2025, Lima (Photo by John Reyes Mejia/Anadolu via Getty Images)

Mercoledì il parlamento del Perù sceglierà il nuovo presidente ad interim dopo la rimozione del precedente, José Jerí, per un caso di presunta corruzione. Sarà il nono a ricevere l’incarico in dieci anni, almeno fino alle elezioni presidenziali previste per il prossimo 12 aprile. Dalla fine della dittatura di Alberto Fujimori, nel 2000, in Perù la rimozione dei presidenti è diventata una procedura sempre più comune: c’entrano le frequenti accuse di corruzione, ma anche il fatto che per il parlamento è relativamente semplice riuscirci, sulla base di motivi più o meno fondati.

In Perù il presidente è eletto in modo diretto ogni cinque anni, ed è sia capo di stato sia di governo. È quindi in un rapporto di fiducia con il parlamento, che può rimuoverlo con due strumenti: tramite l’impeachment o dichiarando la sua «incapacità morale» a ricoprire il ruolo.

La prima procedura è più classica ed è prevista in vari sistemi. Si usa in caso di gravi violazioni e reati non tutelati dall’immunità presidenziale, come il tradimento della Costituzione. È quella più lenta e complicata perché l’accusa dev’essere formulata da una commissione permanente del parlamento e poi approvata da una maggioranza qualificata, ossia con almeno 87 voti su 130. Non è mai stata utilizzata per rimuovere un presidente.

Il secondo modo, più comune e più semplice, è basato sull’articolo 113 della Costituzione, che stabilisce che il parlamento può rimuovere il presidente in caso di «incapacità morale». È una definizione vaga che può essere interpretata in modo molto ampio, e che quindi attribuisce grande potere al parlamento. Negli ultimi anni è stata usata per rimuovere presidenti in caso di scandali, o quando questi avevano perso l’appoggio parlamentare. È stata usata per esempio lo scorso ottobre per rimuovere la presidente Dina Boluarte; nel 2022 per Pedro Castillo e nel 2020 per Martín Vizcarra.

L’ex presidente del Perù Dina Boluarte alle Nazioni Unite, il 23 settembre del 2025 (AP Photo/Yuki Iwamura)

Come l’impeachment, anche la rimozione del presidente per «incapacità morale» prevede una maggioranza qualificata, quindi 87 voti. Tuttavia è successo che presidenti venissero rimossi con una maggioranza semplice, come nel caso di Jerí.

Jerí era stato nominato presidente ad interim in quanto presidente del parlamento. Martedì il parlamento ha votato per rimuoverlo da quest’ultimo ruolo con una mozione di sfiducia, per cui basta una maggioranza semplice (almeno 66 voti su 130). Di conseguenza, non essendo più presidente del parlamento, Jerí ha perso anche l’incarico di presidente del paese.

Questa ulteriore possibilità, sommata alla definizione vaga di «incapacità morale», alimenta quello che gli esperti definiscono «sistema delle porte girevoli» del Perù, cioè il continuo ricambio governativo che rende il sistema instabile.

A causa della frammentazione della politica peruviana, nella storia recente del paese diversi presidenti si sono trovati a governare senza una maggioranza solida. Per far approvare le leggi sono dovuti ricorrere a negoziati e accordi coi partiti, cosa che li ha resi deboli e dipendenti dai rapporti di forza che di volta in volta si creavano in parlamento. Questo ha portato i parlamentari a usare gli strumenti di controllo del governo non sempre sulla base di valutazioni costituzionali o giuridiche, ma anche su calcoli politici. Secondo un sondaggio IPSOS del 2024 il 64 per cento dei peruviani ritiene che il vero potere politico del paese risieda nel parlamento, non nella presidenza, e la stragrande maggioranza di loro ritiene che i partiti non stiano facendo un buon servizio al paese.

Nelle ultime settimane il governo di Jerí era diventato sempre più impopolare: era considerato troppo in continuità con il precedente (di Boluarte), che aveva a sua volta livelli di consenso molto bassi, ed era sostenuto da un’alleanza fragile e per certi versi anomala tra alcuni partiti di destra (come Forza Popolare, Azione Popolare e Alleanza per il Progresso), e Perù Libero, il principale partito di sinistra del paese.

Il suo appoggio parlamentare è mancato quando sono emerse accuse di corruzione: un programma di giornalismo d’inchiesta ha diffuso dei video che mostrano Jerí incontrare di nascosto imprenditori cinesi coinvolti in scandali, e la procura ha aperto un’inchiesta. A quel punto la sua popolarità è scesa ulteriormente, e diversi dei partiti che lo sostenevano hanno preso le distanze, anche in vista delle elezioni che si terranno tra meno di due mesi.

Qualcosa di simile era avvenuto anche con il governo di Boluarte: coinvolto in scandali per corruzione e molto criticato per la gestione dell’aumento della criminalità, quando è stato sfiduciato dal parlamento più del 90 per cento degli elettori disapprovava il suo operato. Era quindi diventato politicamente molto poco conveniente sostenerlo.