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  • Mercoledì 18 febbraio 2026

Caschi olimpici

Si sono fatti notare soprattutto quelli dello skeleton, dove sono bene in vista; ma si sono fatti notare anche altri caschi non banali, in altri sport

Natalie Eilers (Canada) a un allenamento di salto con gli sci, Predazzo, 5 febbraio(Alex Pantling/Getty Images)
Natalie Eilers (Canada) a un allenamento di salto con gli sci, Predazzo, 5 febbraio
(Alex Pantling/Getty Images)
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Nello skeleton gli atleti partono in piedi, si danno una spinta per i primi metri e poi scivolano lungo la pista sullo skeleton, a pancia in giù e testa in avanti, arrivando fino a 140 chilometri orari. La prima cosa ad arrivare al traguardo è la testa, e il casco che la copre è anche quel che si vede di più appena prima, durante e appena dopo le gare. Non a caso, lo skeleton è lo sport in cui atleti e atlete si sbizzarriscono di più nel personalizzare i caschi.

Nei giorni scorsi se ne sono visti di vario tipo: con animali ruggenti come la pantera nera di Mystique Ro; scelte minimaliste come quella di Janine Flock con il suo casco specchiato; e anche alcuni con personalizzazioni molto identitarie e specifiche: l’italiana Valentina Margaglio ha messo insieme i colori della bandiera italiana, i pattern ispirati ai tessuti della Costa d’Avorio (paese d’origine della madre), il suo numero portafortuna (15) e il suo animale preferito (scorpione). Ma la personalizzazione dei caschi riguarda anche altri sport invernali: basti pensare alle tigri su quello della sciatrice Federica Brignone e su quello della saltatrice con gli sci canadese Natalie Eilers, ma anche ai motivi di alcuni caschi da hockey.

A proposito di skeleton e di caschi: nei giorni scorsi si è molto parlato dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, squalificato dalle gare di skeleton delle Olimpiadi di Milano Cortina per aver indossato un casco che ricordava 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla Russia durante la guerra: secondo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) non rispettava la regola che proibisce «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale».