Perché quando ci concentriamo tiriamo fuori la lingua

Che si parli di un bambino di pochi mesi o di un campione olimpico, le ragioni sono più o meno le stesse

Merel Conijn dei Paesi Bassi durante una gara di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 (Steve Christo - Corbis/Corbis via Getty Images)
Merel Conijn dei Paesi Bassi durante una gara di pattinaggio di velocità alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 (Steve Christo - Corbis/Corbis via Getty Images)
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Che sia per provare a fare un punto nel curling, studiare la pista da sci prima della discesa o prendere la mira al biathlon, molti atleti delle Olimpiadi invernali si concentrano o gestiscono i loro sforzi fisici mostrando la lingua. Mentre lo fanno, sono visti da milioni di persone in giro per il mondo, che non competono per delle medaglie, ma fanno altrettanto quando si devono concentrare.

Tirare fuori la lingua in certe circostanze è infatti uno dei riflessi comportamentali più affascinanti e osservati nella nostra specie. A quanto pare, c’entra un rapporto stretto e del tutto cerebrale tra le mani e la lingua.

Le aree che controllano i movimenti delle mani e della bocca, lingua compresa, si trovano in aree vicine della corteccia motoria, la parte del cervello che controlla i movimenti volontari del corpo. Quando ci dedichiamo a un movimento che richiede grande concentrazione, quindi uno sforzo neurologico importante, può esserci un’attivazione anche delle aree adiacenti e finiamo col tirare fuori la lingua. Ma questa spiegazione è ancora discussa, e nel corso del tempo si è arricchita di ulteriori valutazioni.

Tra i primi che provarono a dare una spiegazione scientifica al fenomeno ci fu il naturalista inglese Charles Darwin, che approfondì la questione nel suo trattato del 1872 L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali. Darwin notò che: «I bambini che imparano a scrivere attorcigliano spesso la lingua mentre muovono le dita, in un modo ridicolo», aggiungendo che alcuni di quei movimenti si preservano anche in età adulta, per esempio quando ci si concentra per tagliare qualcosa con le forbici. La visione di Darwin era giocoforza legata alla teoria dell’evoluzione che aveva elaborato, di conseguenza collegava le espressioni umane ai loro precursori animali. Ipotizzò che quei movimenti fossero il lontano ricordo di comportamenti che un tempo dovevano offrire un qualche vantaggio competitivo.

Il lavoro di Darwin influenzò il lavoro di molti psicologi e neurologi, che all’inizio del Novecento si interrogavano sul modo in cui il cervello controlla il corpo, volontariamente o in maniera involontaria a seconda dei casi. Alla fine degli anni Trenta iniziò a essere più chiaro quali aree del cervello fossero dedicate al controllo motorio di diverse parti del corpo. Fu proprio in questo periodo che divenne evidente la prossimità nel cervello delle aree che si occupano dei movimenti delle mani e quelle della bocca. Si chiarì inoltre che tra le diverse zone non c’erano confini netti, ma aree intermedie di sovrapposizione e che non c’era una proporzionalità tra le dimensioni delle parti del corpo e delle aree cerebrali che le governano.

(Zanichelli)

Le mani e la bocca sono relativamente piccole, se confrontate con tutto il resto del corpo, eppure le aree che ne controllano i movimenti nel cervello sono molto estese. Labbra, lingua, dita e polpastrelli sono estremamente sensibili e precise nei movimenti grazie a una enorme quantità di terminazioni nervose, che ci permettono di svolgere funzioni complesse. Secondo l’ipotesi dell’”overflow motorio”, quando sono necessari compiti di coordinazione complessi i segnali motori traboccano nelle regioni vicine del cervello, inducendo movimenti nelle parti del corpo governate da quelle regioni. Questo “straripamento” sarebbe più vistoso nei bambini di pochi anni, perché i loro percorsi neurali sono ancora in fase di sviluppo soprattutto per quanto riguarda le funzioni selettive.

Misurando l’attività del cervello e gli impulsi nervosi verso i muscoli, alcuni esperimenti hanno fatto ipotizzare che la grande concentrazione abbia un effetto sui “freni motori”, che il cervello applica per tenere ferme le parti del corpo che non si devono muovere. In presenza di alcuni sforzi fisici e cognitivi i freni vengono rilasciati, forse perché la richiesta di risorse è tale da rendere inefficiente il sistema di inibizione nelle aree cerebrali vicine.

Ripartendo dagli studi di Darwin, altri gruppi di ricerca hanno invece ipotizzato che con i particolari movimenti della lingua c’entri il modo in cui la nostra specie è passata dal comunicare a gesti alla parola. Gli studiosi dell’evoluzione umana ritengono che il parlare derivò da un sistema di gesti accompagnato da versi, che via via divenne un sistema verbale di comunicazione. Lo stretto rapporto tra movimenti delle mani e della lingua sarebbe quindi il retaggio di quella transizione, che si manifesta ancora. Studi in primati non umani hanno rilevato l’attivazione di circuiti simili del cervello quando viene afferrato un oggetto con la mano o con la bocca, a ulteriore indizio di questa ipotesi.

Grant Hardie della Gran Bretagna durante una partita di curling alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 (Ezra Shaw/Getty Images)

In altri esperimenti è stata notata una correlazione tra la forza esercitata dalle mani e il posizionamento della lingua. Se una persona fa un movimento di precisione con la punta delle dita, come inserire il filo nella cruna dell’ago, la lingua tende a puntare in avanti, mentre se lo sforzo fisico è più orientato verso la forza la lingua tende ad arretrare. Questi movimenti potrebbero riflettere un’antica tendenza a mimare con la bocca ciò che stanno facendo le mani.

La bocca e la lingua sono del resto una delle parti del corpo più usate dai bambini di pochi mesi quando iniziano ad esplorare il mondo, specialmente nella fase in cui la loro vista non è ancora completamente sviluppata. I lattanti sondano dimensioni, consistenze e temperature degli oggetti con la bocca, aiutandosi con le mani che stanno ancora imparando a usare (e le cui terminazioni sensoriali non sono ancora completamente sviluppate). Quando affronta i primi compiti manuali, la concentrazione porta il cervello del bambino a coinvolgere anche la lingua per accompagnare lo sforzo, richiamando gli schemi di apprendimento che risalgono all’infanzia.

Avere un organo costellato da una grande quantità di recettori e terminazioni nervose come la lingua costituisce un grande vantaggio dal punto di vista motorio, ma può portare con sé qualche inconveniente. La lingua invia costantemente segnali che il cervello deve elaborare e che possono disturbare la sua capacità di concentrazione. Ogni minimo spostamento della lingua in bocca può agire come un disturbo. Morderla lievemente o pizzicarla tra le labbra porta alla creazione di un segnale costante. Il cervello lavora per differenze e riesce a ignorare più facilmente un segnale pressoché costante, declassandolo a rumore di fondo.

Campbell Wright degli Stati Uniti durante il biathlon alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 (Alexander Hassenstein/Getty Images)

Oltre alla preparazione fisica, competere alle Olimpiadi richiede grande concentrazione e questo spiega i ricorrenti primi piani di qualcuno che fa la lingua. In alcuni casi è probabile che allo sforzo cognitivo si aggiunga quello fisico, considerato che la posizione della lingua è strettamente legata al modo in cui si respira. Una posizione stabile della lingua può contribuire a tenere collo e testa nella giusta posizione per migliorare la stabilità del tronco. Mordere la medaglia, invece, è un’altra storia.

Lisa Vittozzi morde la medaglia d’oro vinta nella gara a inseguimento del biathlon, la prima di sempre per un’atleta italiana in questa disciplina (Photo by Alexander Hassenstein/Getty Images)