Lo Stato italiano trattiene un sacco di soldi dei dipendenti pubblici

Sono quelli del TFR, che andrebbero restituiti dopo alcuni mesi, ma per via di negligenze e lentezze si accumula un ritardo di anni

Un ufficio dell'INPS a Napoli (ANSA/CIRO FUSCO)
Un ufficio dell'INPS a Napoli (ANSA/CIRO FUSCO)
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Tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici italiani subiscono da tempo una pesante ingiustizia, cioè non ricevono dei soldi che lo Stato gli dovrebbe restituire, o meglio li ricevono con grande ritardo. Sono i soldi del Trattamento di Fine Rapporto (TFR), una somma che il datore di lavoro deve liquidare al lavoratore quando si dimette, viene licenziato o va in pensione.

Nel settore privato il TFR viene pagato dopo qualche settimana dalla fine del rapporto di lavoro, mentre gli ex dipendenti pubblici sono costretti ad aspettare anche diversi anni. Parliamo di tanti soldi, spesso decine di migliaia di euro che le persone vorrebbero usare per godersi la pensione, per ammortizzare il passaggio da un lavoro a un altro, per un investimento, e in generale per i propri progetti di vita. Il motivo di questa lunga attesa è che le norme permettono un pagamento differito, ma della loro legittimità si discute da anni. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe enormemente costoso per lo Stato: l’INPS ha calcolato che servirebbero 15,6 miliardi.

Il TFR non è un bonus, non è un regalo che il datore di lavoro fa per salutare chi va via, è un elemento della retribuzione, un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ma accantonato dall’azienda: sono a tutti gli effetti soldi dei dipendenti, che le aziende devono essere sempre pronte a liquidare (così come lo Stato, in teoria). Il TFR è pari all’incirca a uno stipendio all’anno, che il lavoratore ha guadagnato ma gli viene messo da parte.

I dipendenti pubblici assunti prima del 2000 avevano il TFS (Trattamento di Fine Servizio), che ha delle modalità di calcolo diverse; i dipendenti pubblici assunti dal 2001 in poi hanno tutti il TFR, come i dipendenti privati. In ogni caso le norme riguardano sia chi deve ricevere il TFS che il TFR.

Dopo la crisi del 2008 iniziò un’ondata di sfiducia sulla solvibilità di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, di cui preoccupava l’enorme debito pubblico e l’atteggiamento poco prudente della politica in materia di spesa pubblica. Era l’inizio della cosiddetta crisi dei debiti sovrani e nel 2010, quando al governo c’era Silvio Berlusconi, furono introdotte alcune norme emergenziali.

Tra queste ci fu la prima legge in materia di pagamento differito del TFS: dato che lo Stato spendeva ogni anno diversi miliardi di euro per pagarlo ai dipendenti pubblici che lasciavano il lavoro, si decise che queste somme sarebbero state pagate a rate annuali per gli importi superiori a 90mila euro. Per la prima rata, ma anche per il pagamento completo se inferiore al limite, bisognava aspettare 6 mesi dalla fine del rapporto di lavoro. L’anno seguente i 6 mesi diventarono 24 (più 3 per l’accredito) e nel 2013, durante il governo di Mario Monti, il limite di importo passò da 90 a 50mila euro, coinvolgendo quindi la maggior parte dei dipendenti pubblici.

La sede centrale di Poste Italiane a piazza San Silvestro a Roma, 17 gennaio 2025 (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Questo vale per chi si dimette o viene licenziato, mentre le cose sono un po’ più favorevoli per chi va in pensione. Chi ha i requisiti per la pensione di vecchiaia (cioè 67 anni) doveva aspettare solo 12 mesi, passati ora a 9 grazie all’ultima legge di bilancio. Per chi invece accede alla pensione anticipata, o perché ha i requisiti o grazie alle diverse quote, le cose cambiano: bisogna aspettare di arrivare all’età in cui si sarebbe maturato il diritto di andare in pensione senza anticipo, e da quel momento parte il conto. In questo modo possono passare diversi anni, qualsiasi sia la somma che lo Stato deve restituire.

Il problema però non è solo cosa dice la legge, ma anche che nella realtà lo Stato sfora i termini che si è dato, già sfavorevoli per i lavoratori. Del resto nella norma che li stabilisce c’è scritto che lo Stato si impegna a pagare gli interessi sull’importo dovuto qualora i termini per la restituzione vengano superati, ritenendola insomma una possibilità piuttosto concreta. Vista la burocrazia spesso lenta e ingarbugliata degli uffici che gestiscono queste pratiche – quelli dell’INPS – finisce che lo Stato deve pagare gli interessi quasi sempre.

Decorso il termine, gli ex dipendenti pubblici possono solo aspettare il pagamento da parte dell’INPS, che deve fare i calcoli e tutti i passaggi interni per la gestione del pagamento. Non c’è purtroppo molto altro da fare: se ne può chiedere conto tramite una richiesta sul sito dell’istituto o tramite posta elettronica certificata, ma non è detto che serva a qualcosa.

Nel 2019 il governo provò a metterci una pezza attivando una convenzione con le banche per anticipare il TFS o il TFR dovuto dallo Stato: il problema è che gli interessi sul prestito, pur inferiori alla media di mercato, sono comunque a carico dell’ex dipendente pubblico che ne fa richiesta, che si ritrova a dover pure pagare per avere i suoi soldi.

Tutto questo è da anni non solo oggetto di grande frustrazione tra i dipendenti pubblici, ma anche di dibattito giuridico: sono stati molti i ricorsi presentati dagli ex dipendenti pubblici ai tribunali ordinari e amministrativi, che in tre occasioni si sono rivolti alla Corte costituzionale per chiedere di valutare la coerenza di questo sistema con i principi costituzionali a tutela dei lavoratori.

Due sentenze sono state già emesse. La prima nel 2019: la Corte dichiarò inammissibile il ricorso, ma esortò il parlamento a tornare urgentemente sulla materia, sia perché era ormai già chiaro che i tempi di legge erano cronicamente non rispettati sia perché nel frattempo era passata la crisi economica che aveva giustificato le norme di emergenza per la dilazione del pagamento.

La seconda arrivò nel 2023, e sebbene avesse dichiarato ancora inammissibile il ricorso, stabilì con più forza che la penalizzazione imposta ai dipendenti pubblici per non danneggiare i conti dello Stato iniziava a essere sproporzionata, per due ragioni. La prima era l’inflazione, cioè l’aumento dei prezzi che dopo il 2022 ha di fatto svalutato le somme che lo Stato tardava a riconoscere. La seconda era legata al fatto che il pagamento dilazionato di fatto toglieva al TFR o al TFS quel ruolo di sostegno economico in momenti in cui si deve fare a meno dello stipendio.

Ora è attesa una terza sentenza della Corte costituzionale, a cui si sono rivolti i tribunali amministrativi regionali (TAR) del Lazio e delle Marche per due cause simili di ex dipendenti pubblici, in attesa da anni del loro TFR. Rispetto al 2023 non ci sono state molte evoluzioni, dunque è plausibile che se anche la Corte dovesse dichiarare inammissibile questo ricorso ci sarà quantomeno una nuova richiesta di riforma.

Il 10 febbraio ci sono state le udienze, ed è stata molto ripresa la memoria difensiva dell’INPS perché non solo ha ribadito quanto sarebbe costoso per lo Stato rimuovere il pagamento differito, ma ha anche sostenuto una tesi piuttosto sbilenca, cioè che il pagamento differito serve anche a impedire che gli ex dipendenti pubblici spendano subito tutto il TFR. La sentenza della Corte è attesa entro fine marzo.

– Leggi anche: Cosa fare con il TFR?