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  • Lunedì 16 febbraio 2026

E così vorresti iniziare a giocare a curling

Dove lo si può fare e cosa serve, per chi conosce una persona che ha detto “proviamoci, dai”, o per chi è proprio quella persona

di Gabriele Gargantini

Il curling negli anni Settanta al Lago Santo, in Val di Cembra (Palacurling Cembra)
Il curling negli anni Settanta al Lago Santo, in Val di Cembra (Palacurling Cembra)
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È quel momento, che dura pochi giorni e che arriva ogni quattro anni, in cui una considerevole quota di persone si appassiona al curling. Si parte da una distratta osservazione televisiva, si passa per la storia e le regole, ed è un attimo che si programma la propria vita in base alle partite di Joël Retornaz e compagni, con sagaci commenti su gioco, tattica e strategie (Retornaz è lo “skip”, cioè il capitano, della nazionale italiana maschile impegnata alle Olimpiadi).

Forse passerà, anche questa volta. Ma magari c’è chi vuole davvero provare a non abbandonare il curling: giocarci, farci giocare i figli, o anche solo provarlo una volta in prima persona, per farsi un’idea. È senz’altro più semplice trovare un campo di padel; ma, almeno per chi vive in Nord Italia, non è impossibile avvicinarsi al curling.

Partiamo dal dove. Adolfo Mosaner, padre di Amos (oro e bronzo olimpico nel 2022 e nel 2026) e da vent’anni gestore di un Palacurling a Cembra Lisignago, spiega che la situazione al momento è questa: «Ci sono due piste a Torino, tre a Pinerolo, una a Bormio – molto carina, che funziona davvero bene – e poi una a Brunico, due a Cortina e poi due a Claut, in Friuli».

Con le due piste di Cembra Lisignago fanno in tutto sette palazzetti, per un totale di 13 piste unicamente dedicate al curling.

Scope e sassi – gli attrezzi del mestiere, nel curling – si trovano già lì, un po’ come quando si va a giocare a bowling e non ci si porta la palla da casa. Mosaner spiega che nel suo palazzetto i ragazzi possono iniziare a giocare già a otto anni, e che da qualche anno sono attive collaborazioni con le scuole: «Noi facciamo venire i ragazzi e le ragazze a provare e poi qualcuno si appassiona e continua», dice Mosaner.

Tanti, però, non solo in Italia, iniziano a giocare a curling per questioni di famiglia. Perché ci giocano i fratelli maggiori, o magari i genitori o gli zii. Ma ci sono anche storie diverse: Angela Romei, nata a Monopoli, in Puglia, nel 1997, e cresciuta a Pinerolo, in Piemonte, racconta che iniziò a giocare nel 2010 «dopo averlo visto nei Simpson».

I primi allenamenti di un ragazzo o una ragazza che inizia con il curling servono a prendere confidenza con il ghiaccio, e poi con le regole del gioco, che sono le stesse fin da subito: cambia solo il numero di “end” (le frazioni in cui è divisa una partita), che all’inizio sono 6 anziché 10.

«Già dal secondo anno» spiega Mosaner, «iscriviamo i ragazzi al campionato italiano, e poi chi si appassiona a quell’età difficilmente smette, a meno che non subentrino ragioni di lavoro o studio» che portano i diretti interessati in luoghi lontani da una pista da curling. Al Palacurling ci sono, come tesserati e praticanti “ufficiali”, circa 40 ragazzi tra gli 8 e i 21 anni, su un totale – in tutta Italia e tra tutte le età – di circa 500 tesserati.

Se siete già adulti, e quasi di certo privi di prospettive olimpiche, Mosaner dice che «con un regolare allenamento di un paio di sessioni a settimana, dopo un paio di mesi si riesce a rimanere in piedi facendo una buona scivolata e controllando già abbastanza i lanci».

La difficoltà iniziale, più che nella misura nei lanci, sta infatti nell’equilibrio da mantenere indossando le scarpe da curling. Con un paio di sneakers non si scivola altrettanto bene, ma si sta agevolmente in piedi sul ghiaccio, e ci si cammina pure.

La copertura antiscivolo su una scarpa da curling (AP Photo/Wong Maye-E)

Diventare un giocatore di curling di alto livello richiede però una certa dedizione. I cinque giocatori della nazionale juniores, in questi giorni in ritiro al Palacurling in vista dei Mondiali di fine mese, parlano di un paio di ore di ghiaccio al giorno, più altrettante in palestra.

Ci sono poi le partite, e lo studio delle proprie partite e di quelle degli altri. «Nel 90 per cento dei wekeend da settembre ad aprile giochiamo in media due partite al giorno» dice Cesare Spiller, uno di loro. Tra agosto e febbraio, inoltre, questi ragazzi hanno passato al Palacurling – che è anche centro federale di allenamento – quasi cinque mesi, in alloggi messi a disposizione dalla federazione. Tra i cinque ragazzi, tutti nati tra il 2004 e il 2006, ci sono due coppie di fratelli (in un caso una coppia di gemelli), e quasi tutti hanno iniziato dopo aver provato con la scuola.

Francesco Vigliani è arrivato al curling dopo sette anni di basket. È nato nel 2005, e dice che già nel 2006 lo portarono alle Olimpiadi di Torino, e che è proprio grazie al contesto creato da quell’evento che iniziò, alcuni anni più tardi, a giocare a curling. Ora gioca a curling, studia gestione d’impresa e collabora ai profili social di World Curling, la federazione mondiale. Dice di essere felice di vedere molto curling online, tra Instagram e TikTok, che in genere non trova grandi errori tra chi ne parla, e che comunque «bene o male l’importante è che se ne parli». Vigliani racconta che fino a qualche anno fa «lo dicevi quasi con imbarazzo, che giochi a curling; ora lo fai con fierezza».

Francesco Vigliani durante una gara

Oltre che nei centri unicamente dedicati al curling, il curling è talvolta giocato anche altrove, su altro ghiaccio. Martina Erba, presidente del Milano Curling Club, racconta che il suo club ha attualmente «25 praticanti che sono tutti soci attivi», ma che dall’inizio delle Olimpiadi «oltre 300 persone hanno fatto richiesta per provare». Erba dice che il suo club è «in contatto col Palasesto [il Palazzetto del ghiaccio di Sesto San Giovanni, poco fuori città] per provare ad accogliere tutti». Ma, aggiunge, «purtroppo ancora manca nell’area milanese una struttura dedicata esclusivamente al curling», che quindi si può praticare solo «su piste non ideali, utilizzate per pattinaggio e hockey».

A chi, prima di giocare, vorrebbe capire se è portato, Vigliani dice che serve avere o sviluppare «una certa prestanza fisica per quello che riguarda la parte alta del corpo (bicipiti, tricipiti, schiena, spalle) e per quello che riguarda la spazzata». Ma è importante anche la parte bassa del corpo, perché la spinta viene «quasi interamente dalla gamba». Dal punto di vista mentale dice che serve «sicuramente una mente aperta e in grado di ragionare non mossa-per-mossa ma con qualche sasso di anticipo».

Romei, che è stata commentatrice per la Rai di queste Olimpiadi, spiega di considerare il curling «molto formativo perché richiede comunicazione, gestione dei ruoli, pazienza e capacità d’immaginazione». Sottolinea che «è una disciplina longeva, che si può iniziare anche relativamente tardi»: magari ci si ferma alla Serie C (l’ultima delle tre divisioni nazionali del curling), ma c’è comunque modo di gareggiare e divertirsi. Nel suo caso, arrivò al curling dopo la scherma e il karate, e suggerisce ai genitori di farlo praticare ai figli alternandolo, magari all’inizio, a un altro sport, perché è uno sport asimmetrico, così come diversi altri sport in cui si usa molto più una metà del corpo rispetto all’altra (perché nei tiri si usa una sola mano e ci si allunga sempre dalla stessa parte), come il golf o il tennis.

– Leggi anche: Dove si allena un campione olimpico di curling