I primi giorni di vera polemica nella campagna per il referendum sulla giustizia
Il magistrato Nicola Gratteri e il ministro della Giustizia Carlo Nordio hanno accostato la riforma alla mafia, in modi diversi

Domenica un’intervista del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha innescato la prima vera polemica della campagna elettorale per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo.
Dopo settimane un po’ sonnacchiose, la campagna aveva iniziato a entrare più nel vivo gli scorsi giorni per alcune dichiarazioni molto contestate del noto procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sostenitore del “No” che si è fatto notare per aver detto che voteranno a favore della riforma «gli indagati, gli imputati, e la massoneria deviata». La dichiarazione è stata ripresa talvolta in modo distorto, facendo intendere che Gratteri avesse detto che chi voterà “Sì” è di fatto un mafioso.
Parte proprio da questo l’intervista al quotidiano Il NordEst di Nordio, che da promotore della riforma è ovviamente schierato per il “Sì”. Dopo qualche critica puntuale a Gratteri e alla sua professionalità, Nordio ha ribaltato del tutto il discorso intorno alla riforma e alla mafia, sostenendo che la riforma correggerebbe proprio alcune storture di quello che ha definito un «meccanismo “para-mafioso”» nella magistratura. L’espressione ha attirato enormi critiche da parte dei partiti di opposizione e dell’Associazione Nazionale Magistrati, l’organo associativo di categoria.
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Nordio si riferiva al funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, l’organismo di autogoverno della magistratura che decide sulle nomine, le carriere e le sanzioni dei magistrati), che la riforma propone di modificare.
Al momento il CSM è composto da 33 membri: 3 sono di diritto, cioè il presidente della Repubblica (che ne è il capo), il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Poi ci sono 30 membri eletti. Di questi 20 sono “togati”, cioè sono eletti dalla magistratura stessa, e 10 sono “laici”, quindi non appartenenti alla magistratura ed eletti dal parlamento in seduta comune. La riforma prevede che questi 30 membri del CSM non siano più eletti, ma nominati per sorteggio (prevede anche la creazione di due CSM, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici: ma di questo parliamo qui).
Il governo ritiene che il sorteggio sia il metodo più semplice ed efficace per evitare le logiche delle correnti che stanno alla base del meccanismo di elezione attuale, e che da anni sono degenerate in pratiche clientelari e corporative, a volte illecite.
Nella magistratura ci sono infatti varie associazioni a cui i magistrati aderiscono per affinità di idee: una logica che dovrebbe favorire il confronto e il pluralismo, ma che di fatto si traduce da tempo in una “politicizzazione” di giudici e pm, divisi in correnti che rispondono grosso modo a partiti o aree politiche di riferimento: Area di centrosinistra, Autonomia e Indipendenza più vicina al Movimento 5 Stelle, Unicost di centro, Magistratura Indipendente di centrodestra. Spesso le nomine, più che sulla base del merito, vengono fatte sulla base di ripartizioni tra correnti: un certo numero a una, un certo numero all’altra, e così via.
Nella sua intervista invece Nordio ha detto che «il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”», che ha definito anche «mercato delle vacche» e «verminaio correntizio».
È vero che il sorteggio aggirerebbe queste logiche, toglierebbe potere negoziale e politico ai leader delle varie correnti, e quindi disincentiverebbe le pratiche clientelari. Al tempo stesso però annullerebbe qualsiasi principio meritocratico: verrebbero promossi nelle posizioni più alte della magistratura non i magistrati con una carriera più prestigiosa o con titoli più solidi, ma i più fortunati. In più, secondo Gratteri e altri contrari alla riforma, il metodo diverso con cui verrebbero sorteggiati i membri “togati” e quelli “laici” creerebbe uno squilibrio tra le due componenti.
L’ANM ha detto che Nordio (che peraltro è un ex magistrato) «ha deciso di avvelenare i pozzi» e che paragonare il funzionamento del CSM ai comportamenti della criminalità organizzata offende «la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia».
Ci sono state molte critiche anche dai partiti di opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito le parole di Nordio «gravissime» e ha chiesto al ministro di scusarsi coi magistrati. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha detto che Nordio «getta fango sulle istituzioni».
Nel pomeriggio Nordio ha risposto alle polemiche con una nota in cui sostiene che l’accostamento al metodo mafioso in realtà sarebbe una citazione di Nino Di Matteo, un noto magistrato siciliano che lavora soprattutto nella lotta alla mafia ed è per questo da anni sotto scorta (ed è stato peraltro membro del CSM). Nordio ha detto che fu proprio Di Matteo a parlare di «mentalità e metodo mafioso. Altri esponenti del “partito del No” si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo».
Quella di citare dichiarazioni di magistrati e politici molto noti e apprezzati dall’opinione pubblica è peraltro diventata ormai un’abitudine di questa campagna elettorale, anche se in realtà spesso chi cita finisce non solo per dare letture fuorvianti ma anche per prendere dichiarazioni false e non verificate che girano in rete. È successo per esempio a Gratteri, che durante un’intervista a DiMartedì, su La7, lesse delle dichiarazioni che avrebbe fatto in un’intervista Giovanni Falcone, il magistrato palermitano ucciso dalla mafia nel 1992. L’intervista non esisteva e Gratteri dovette scusarsi.
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