Come funzionano i trapianti in Italia

Ci sono protocolli rigorosi dalla lista d'attesa all'intervento, che nel caso di Napoli non sono stati seguiti

Due medici all’ospedale Regina Margherita di Torino (LaPresse)
Due medici all’ospedale Regina Margherita di Torino (LaPresse)
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I gravi errori commessi nel trapianto di cuore su un bambino all’ospedale Monaldi di Napoli – dalla fase di trasporto dell’organo alla comunicazione coi genitori, per cui sono indagate sei persone – sono stati un’eccezione nel metodico funzionamento del sistema che in Italia gestisce i trapianti di organi e che consente di eseguire circa 4mila interventi all’anno, la stragrande maggioranza con successo.

I protocolli per la gestione dei trapianti di organi sono molto rigidi. Sono coordinati a livello nazionale dal Centro Nazionale Trapianti (CNT), in collaborazione con i Centri Regionali Trapianti (CRT), che gestiscono le attività direttamente sul territorio e coordinano i trasporti degli organi. Seppure siano rarissime eccezioni, casi come quello di Napoli rischiano di far aumentare la diffidenza verso il sistema, che si basa completamente sulla fiducia delle persone dato che i trapianti possono essere eseguiti solo grazie alle donazioni.

Il consenso o l’opposizione alla donazione possono avvenire principalmente in due modi. Il primo riguarda le persone che muoiono in ospedale, soprattutto nei reparti di terapia intensiva: i medici specializzati hanno il compito di parlare con i familiari e informarli della possibilità di consentire la donazione degli organi.

Il secondo modo per dichiarare la propria volontà di donare gli organi avviene in vita, rinnovando la carta di identità. Questa possibilità viene garantita dal 2015 e da allora ha consentito di inserire quasi 24 milioni di dichiarazioni di volontà nel Sistema Informativo Trapianti (SIT). Un altro modo per dare il proprio consenso è iscriversi all’AIDO, l’associazione italiana della donazione di organi. Complessivamente in questo momento nel Sistema Informativo Trapianti sono depositati 25,5 milioni di dichiarazioni: quasi 16 milioni di consensi, 1,5 milioni di iscrizioni all’AIDO e 8 milioni di opposizioni.

Negli ultimi anni c’è stato un aumento delle opposizioni considerato molto preoccupante dal Centro Nazionale Trapianti. Spesso la decisione viene presa senza avere la piena consapevolezza, perché viene dichiarata nell’atto del rinnovo della carta d’identità con un modulo presentato senza preavviso e con pochissime informazioni. Pesano anche le scelte ragionate, risultato di un confronto con i familiari o di informazioni lette sui giornali o sui social, che talvolta danno un quadro piuttosto fuorviante di come avvengono le cose, non solo dal lato della donazione ma anche per quanto riguarda la lista di attesa.

Innanzitutto non è propriamente una “lista”, ma un database che gestisce le priorità in modo dinamico a seconda di vari criteri. I pazienti ritenuti idonei per un trapianto vengono inseriti nel Sistema Informativo Trapianti, con diversi gradi di priorità a seconda della gravità e dell’urgenza delle loro condizioni. Vengono specificati il gruppo sanguigno, il peso, l’altezza, l’età, e tutti gli altri criteri necessari per valutare la compatibilità degli organi. Il sistema poi cerca una corrispondenza con gli organi donati, che a seconda delle loro caratteristiche può determinare l’avanzamento dei pazienti nella lista d’attesa.

I prelievi degli organi seguono percorsi clinici definiti secondo le regole dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Possono avvenire in seguito a morte accertata, secondo due tipologie di criteri: neurologici o cardiocircolatori. Nel primo caso l’accertamento consiste in sei ore di osservazione durante le quali la persona è “a cuore battente” e in trattamento intensivo di rianimazione, ma senza alcuna attività cerebrale.

Nel secondo caso invece l’osservazione viene fatta attraverso l’elettrocardiogramma che conferma l’assenza di attività del cuore. Da qui può partire la cosiddetta donazione “a cuore fermo”, che in Italia è stata introdotta stabilmente solo da pochi anni. È conosciuta a livello internazionale come donation after cardiac death, o DCD, e ha regole diverse a seconda dei paesi, soprattutto sul tempo che deve trascorrere dall’arresto cardiaco per poter procedere al prelievo.

In molti paesi europei prima di accertare la morte e procedere al prelievo degli organi bisogna attendere cinque minuti. Nel caso di eventuali segni evidenti di ripresa momentanea dell’attività cardiaca o respiratoria, il conteggio dei cinque minuti riparte da zero.

Negli Stati Uniti l’intervallo di attesa suggerito è tra due e cinque minuti dopo la cessazione delle funzioni cardiache e respiratorie. In Italia la legge stabilisce che la morte può essere accertata dopo almeno 20 minuti consecutivi di assenza di attività cardiaca.

La gestione del tempo – a cominciare da quello necessario per l’accertamento della morte – è un fattore estremamente importante, e da considerare sempre in relazione ad altri eventi concatenati. Organi come i reni possono essere mantenuti irrorati da trattamenti di sostegno vitale per più di un giorno, ma altri, come il cuore, devono essere prelevati e trapiantati entro poche ore.

La quantità di tempo trascorso in assenza di circolazione sanguigna influisce sul deterioramento degli organi destinati al trapianto, e in generale qualsiasi ritardo o errore lungo la catena può determinare, nei casi peggiori, la morte dei destinatari degli organi.

Il protocollo nazionale stabilisce che il prelievo (la procedura con cui viene rimosso l’organo dal donatore) venga eseguito da un gruppo di chirurghi dell’ospedale dove verrà eseguito il trapianto. Il gruppo deve raggiungere il donatore, prelevare l’organo e farlo arrivare al ricevente nel più breve tempo possibile.

Il trasporto è molto delicato. Nel caso del trapianto di cuore funziona così: di solito si infonde nel cuore una soluzione chiamata “cardioplegica”, che riduce al minimo il metabolismo delle cellule; il cuore viene poi inserito in tre sacchetti sterili, messo in un contenitore apposito e mantenuto a una temperatura di 4 °C. Per tenerlo freddo si usa del normale ghiaccio tritato, non a contatto diretto con l’organo per evitare ustioni da congelamento (nel caso di Napoli è emerso che il trasporto era stato fatto con ghiaccio secco, che raggiungendo una temperatura di circa -78 °C ha danneggiato il cuore).

Il trasporto avviene con mezzi diversi a seconda dell’urgenza e della distanza tra donatore e ricevente: nei casi di tragitti brevi o medi può avvenire in ambulanza, spesso scortata per evitare il traffico, altrimenti in aereo o in elicottero.

Una volta arrivato nell’ospedale dov’è ricoverato il ricevente, l’organo viene consegnato dal primo gruppo di chirurghi al secondo, quello che si occuperà del trapianto. Questi dovranno verificare la corrispondenza tra il codice presente sull’etichetta e il codice del donatore assegnato al paziente che dovrà riceverlo, che intanto è già in sala operatoria.

I protocolli prevedono che il paziente venga anestetizzato, poi inizia la preparazione per l’operazione. I chirurghi possono iniziare le fasi preliminari quando l’organo nuovo è già arrivato in ospedale oppure quando si sa che l’arrivo è imminente, e quindi il rischio di danneggiare l’organo è minimo. Prima dell’operazione i medici devono verificare che l’organo sia arrivato sano.

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