La generazione delle serie tv generazionali

Quando non c’era tutta la varietà di oggi, dopo pranzo si guardava tutti “Beverly Hills, 90210”, “Dawson’s Creek”, “The O.C.” e pure “Gossip Girl”

A sinistra il cast di Beverly Hills, 90210 (Mark Sennet, Getty); in alto a destra i protagonisti di Dawson's Creek (Getty); e in basso a destra quelli di The O.C. (IMDb)
A sinistra il cast di Beverly Hills, 90210 (Mark Sennet, Getty); in alto a destra i protagonisti di Dawson's Creek (Getty); e in basso a destra quelli di The O.C. (IMDb)

L’attore statunitense James Van Der Beek aveva un posto molto importante nell’immaginario delle persone nate tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, che hanno reagito alla sua morte, avvenuta mercoledì, con una certa commozione. La serie tv Dawson’s Creek, di cui era stato protagonista, infatti fu una delle prime serie del genere teen drama a far appassionare la generazione dei trenta/quarantenni di oggi.

In Dawson’s Creek, come in tutte le serie teen drama, i protagonisti sono adolescenti che fanno cose da adolescenti: scoprono per la prima volta l’innamoramento, il sesso, le droghe, hanno le prime incomprensioni con i genitori e le prime ansie su cosa fare e cosa diventare una volta finita la scuola superiore. È un genere che funziona moltissimo ancora oggi, ma che tra gli anni Novanta e i primi Duemila portò ad alcune serie un successo difficile da eguagliare, dovuto alla novità dei contenuti che proponevano e all’assenza di competizione che poi sarebbe arrivata con le piattaforme di streaming.

Non è agevole stabilire quale sia stato il primo teen drama in assoluto, dato che di serie che parlano di adolescenti ce ne sono a bizzeffe. È però piuttosto facile individuare il primo teen drama “moderno”, quello che ha fatto da stampino per tutti gli altri e che ha condizionato di più i nati tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta: Beverly Hills, 90210, ideato dallo sceneggiatore statunitense Darren Star nel 1990 e incentrato sulle passioni e sulle traversie di un gruppo di amici dei quartieri ricchi di Beverly Hills.

L’influenza di Beverly Hills, 90210 su Dawson’s Creek, che iniziò nel 1997, è molto evidente, così come quella di entrambe su un’altra conosciutissima serie arrivata nel 2003: The O.C. Il suo creatore, Josh Schwartz, avrebbe poi ideato l’altro popolarissimo teen drama del primo decennio del Duemila (2007-2012): Gossip Girl.

In Italia Beverly Hills, 90210, Dawson’s Creek e The O.C. vengono solitamente accomunate perché condividono molte caratteristiche. Andavano tutte in onda sullo stesso canale, Italia 1, e (anche se furono trasmesse anche in prima serata) nella stessa fascia oraria: dopo pranzo, tra le 14 e le 14:30, il momento perfetto per intercettare centinaia di migliaia di studenti appena rientrati da scuola.

Ruotavano tutte attorno a un gruppo di adolescenti belli, benestanti e un po’ fragili. E avevano tutte il personaggio “bello e maledetto” che non riesce a tenersi lontano dai guai e che spicca sugli altri per carisma, attitudine e spacconeria e quello femminile di cui, prima o poi, tutti i ragazzi del gruppo finiscono per innamorarsi.

In Beverly Hills, 90210 questi ruoli erano rispettivamente di Dylan McKay (Luke Perry) e Brenda Walsh (Shannen Doherty); in Dawson’s Creek Pacey Witter (Joshua Jackson) e Joey Potter (Katie Holmes); e in The O.C. Ryan Atwood (Benjamin McKenzie) e Marissa Cooper (Mischa Barton). Accanto a loro, però, non mancava mai il ragazzo più imbranato, riflessivo e un po’ nerd, quello per cui il pubblico sotto sotto finiva per tifare, come Brandon Walsh (Jason Priestley), Dawson Leery (Van Der Beek) e Seth Cohen (Adam Brody).

Ma avevano anche delle differenze. Beverly Hills, 90210, per esempio, si distingueva per la sua propensione a occuparsi di temi sociali molto legati agli anni Novanta. Parlò di AIDS (un articolo della Stampa la definì “Happy Days ai tempi dell’AIDS”) ma anche di omosessualità, alcolismo, dipendenza da droghe, razzismo e anoressia, e fu relativamente esplicita su problemi psicologici e sociali di ogni tipo.

Dawson’s Creek invece era tagliato su una dimensione più provinciale: l’ambientazione non era una lussuosa località californiana, ma una fittizia e malinconica cittadina del Massachusetts in mezzo ai boschi, Capeside. Tutti conoscevano la sua sigla, ma ai tempi internet in Italia era molto poco diffuso, la conoscenza dell’inglese ancora meno, e trovare il testo di una canzone non era per nulla agevole. Di conseguenza, ognuno tentava di riprodurre l’“I don’t want to wait” del ritornello come meglio riusciva: nella maggior parte dei casi, il risultato era qualcosa come «arouonouei».

Il protagonista, Dawson Leery, era uno studente con la passione per i film di Steven Spielberg che sogna di diventare regista, e che ha un legame molto stretto con Joey Potter, amica di infanzia di cui poi si innamora. A differenza di Beverly Hills, 90210, i problemi di cui parlava non erano sociali, ma esistenziali e psicologici: la ricerca della propria identità, l’inadeguatezza rispetto ai coetanei, il timore di restare indietro mentre tutti gli altri sembrano avere le idee più chiare e così via.

Dawson’s Creek era anche un teen drama un po’ più “proletario”, dato che per qualcuno i soldi erano un problema serio: Joey Potter per esempio era orfana di madre, aveva il padre in carcere e gestiva un ristorante insieme alla sorella.

Il protagonista di The O.C., invece, Ryan Atwood, è un sedicenne cresciuto nella periferia californiana con una madre alcolista e un fratello delinquente, e viene accolto da un giorno all’altro nella casa dei Cohen, famiglia ricca e socialmente ben inserita della facoltosa località di Orange County (detta, appunto, OC).

La serie aveva una forte componente autobiografica: l’ideatore, Josh Schwartz, che allora aveva 27 anni ed era uno dei più giovani showrunner della storia di Hollywood, era figlio di una famiglia ebrea della costa orientale degli Stati Uniti e si era trasferito per frequentare l’università in una delle zone più ricche della California.

Rispetto alle serie che l’hanno preceduta, The O.C. aveva un’estetica più curata e al passo con le mode dei primi anni Duemila. Come in Beverly Hills, 90210, il focus tornava su problemi sociali, come i rapporti con i familiari detenuti (legato soprattutto al passato familiare di Ryan), l’abuso di sostanze stupefacenti e i disagi psicologici.

Gossip Girl fu forse l’ultimo teen drama a ottenere un successo enorme prima che la diffusione delle piattaforme di streaming negli Stati Uniti cambiasse la produzione, la distribuzione e le modalità di fruizione della serialità televisiva.

In Italia andava in onda sempre su Italia 1, e sempre dopo pranzo, ma era ambientata sulla costa opposta rispetto a The O.C.: i protagonisti erano adolescenti dell’altissima borghesia newyorkese e frequentavano una prestigiosa scuola privata nell’Upper East Side di Manhattan.

La principale novità che introdusse fu l’importanza attribuita a internet, che per la prima volta diventò l’elemento narrativo centrale di un teen drama: la “Gossip Girl” del titolo è infatti una misteriosa blogger che tormenta i suoi coetanei raccontando online la loro vita privata. La trama è meno incentrata sulla formazione e sulla crescita dei protagonisti e più su segreti, tradimenti, vendette e scalate sociali.

Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, The O.C. e Gossip Girl sono probabilmente le quattro serie che hanno ottenuto il riconoscimento generazionale più trasversale, ma non furono le uniche di quegli anni.

Un’altra per esempio è One Tree Hill, andata in onda tra il 2003 e il 2012 e incentrata sulla rivalità tra due fratellastri di una famiglia borghese della Carolina del Nord, Lucas Scott (Chad Michael Murray) e Nathan Scott (James Lafferty). Un altro esempio famoso è Pretty Little Liars, che parla di quattro amiche perseguitate da un misterioso stalker anonimo. Altre serie, tra gli anni Novanta e Duemila, provarono a mescolare il teen drama con altri generi, come l’horror (Buffy l’ammazzavampiri, 1997-2003) o il musical (Glee, 2009-2015).

L’esempio più famoso tra quelli più recenti è invece la serie di HBO Euphoria, che pur parlando di adolescenti è stata però apprezzatissima anche dal pubblico adulto. Infatti sebbene rispettasse alcuni canoni del genere (ci sono le ragazze popolari e quelle emarginate, i giocatori di football muscolosi e ammirati e le feste senza genitori), Euphoria è decisamente più estrema ed esplicita rispetto ai suoi corrispettivi del decennio precedente: sia nei temi che tratta, sia nei modi che usa per farlo.

I genitori di chi guardava Beverly Hills, 90210 invece hanno come riferimento Happy Days, che però era una cosa un po’ diversa. Anche se alcuni protagonisti erano studenti del liceo, le storie che li coinvolgevano non riguardavano i problemi tipici di quell’età, ma la quotidianità di una famiglia borghese degli anni Sessanta, i Cunningham. E aveva tutte le caratteristiche di una sitcom: più che soffermarsi con toni melensi e un po’ esasperati sui crucci dell’adolescenza, l’obiettivo era far ridere.

Per quanto riguarda i teen drama italiani, il primo esempio è probabilmente I ragazzi della 3ª C (1987-1989). Non tanto per la struttura e i temi trattati, dato che era più che altro una serie comica, ma più per i suoi protagonisti, un gruppo di studenti dell’immaginario liceo “Giacomo Leopardi” di Roma. Tra quelle uscite negli ultimi anni, invece, si sono distinte soprattutto SKAM Italia, adattamento dell’omonima serie tv norvegese apprezzato per la sua attenzione a temi molto sentiti dalle giovani generazioni di oggi, come l’identità di genere e la salute mentale, e Mare fuori, che parla di un gruppo di giovanissimi detenuti di un carcere minorile.

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