L’Unione Europea può emanciparsi dalle tecnologie statunitensi?

Ci vuole provare e avrebbe anche qualche risorsa su cui puntare, ma farlo del tutto è pressoché impossibile

di Pietro Minto

Una fotomaschera per la litografia ultravioletta estrema prodotta da ASML (Wiktor Dabkowski/Bloomberg)
Una fotomaschera per la litografia ultravioletta estrema prodotta da ASML (Wiktor Dabkowski/Bloomberg)
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Lo scorso gennaio il governo francese ha annunciato che, a partire dal 2027, la pubblica amministrazione abbandonerà l’app di telecomunicazioni Microsoft Teams. Al suo posto utilizzerà Visio, un servizio sviluppato internamente, con l’obiettivo di difendere la «sovranità digitale» della Francia. È un’idea che nasce dalla crescente vicinanza mostrata dalle aziende della Silicon Valley – tra cui appunto Microsoft – all’amministrazione di Donald Trump, che ha assunto un tono ostile nei confronti dei paesi europei e minacciato ritorsioni in caso di multe e regolamenti troppo severi nel settore tecnologico.

Si è tornati insomma a parlare di «autonomia strategica» dell’Unione Europea, cioè della sua capacità di agire in modo indipendente, senza timore di condizionamenti o ritorsioni esterne. Oggi però la dipendenza europea dai servizi tecnologici statunitensi è pressoché totale. Come ha sottolineato recentemente l’europarlamentare finlandese Aura Salla, «l’Unione Europea si basa su Microsoft per funzionare. Gli Stati Uniti potrebbero disattivarci nel giro di un’ora».

Il dominio statunitense nel settore non si basa tanto su singoli servizi come Microsoft Teams, ma su una complessa infrastruttura tecnologica che è stata sviluppata nell’arco di circa vent’anni, e per la quale non esistono alternative europee. Questa combinazione di hardware, software, risorse e catene di approvvigionamento, che includono data center, cavi sottomarini, servizi cloud e piattaforme digitali, è detta stack, o “pila tecnologica”. Il nome deriva dalla sua struttura a strati, contenente tutti gli elementi, dai più grezzi ai più sofisticati, che permettono lo sviluppo e il funzionamento di una tecnologia.

Anche l’intelligenza artificiale (AI), per esempio, ha un suo stack: alla base di tutto ci sono le materie prime critiche, i metalli con cui si costruiscono i microprocessori che vengono utilizzati nelle infrastrutture web e nei data center. Quest’ultimi sono fondamentali allo sviluppo di sistemi cloud, che a loro volta sostengono lo sviluppo dei modelli AI e il funzionamento dei chatbot come ChatGPT, per esempio.

Da questo punto di vista, quindi, Microsoft Teams non è che lo strato più superficiale di una pila tecnologica complessa, la cui componente di base è Microsoft Azure, la divisione cloud dell’azienda. Trovare un sistema di comunicazione alternativo a Teams è relativamente facile: sostituire i grandi servizi cloud statunitensi è molto più complesso, se non impossibile.

Nel corso degli ultimi anni l’Unione Europea ha provato a lungo a regolamentare il mercato digitale, anche attraverso multe miliardarie alle principali aziende statunitensi, con risultati deludenti. In un’audizione al Senato dello scorso gennaio Roberto Baldoni, Senior Advisor per le politiche tecnologiche e di cybersicurezza dell’Ambasciata d’Italia a Washington, ha riassunto così le ragioni dell’insuccesso della Commissione europea: «Non si può regolare ciò che non produci».

Anche secondo l’economista Cristina Caffarra, tra le fondatrici di EuroStack, un’iniziativa che punta a promuovere la domanda di infrastrutture, software e hardware europei, il dominio delle aziende statunitensi è stato favorito in parte dalle istituzioni europee stesse. Per anni, infatti, si è cercato di normare aspetti relativamente superficiali del settore digitale, come i motori di ricerca e l’e-commerce, mentre un’intera infrastruttura statunitense «fatta di cloud, data center e cavi sottomarini metteva le radici in Europa».

Nel frattempo, il settore tecnologico europeo non è riuscito a creare aziende dalle dimensioni paragonabili a quelle statunitensi come Google, Amazon e Microsoft, che in alcuni casi hanno una capitalizzazione di mercato superiore al prodotto interno lordo italiano. Il risultato è ben visibile su European Alternatives, il sito che propone alternative europee ai servizi digitali statunitensi: nella maggior parte dei casi si tratta di nomi poco noti e troppo piccoli per sostituirsi davvero a quelli americani.

Caffarra ricorda che già nel 2024, in un incontro pubblico a Bruxelles, Meredith Whittaker, presidente della Signal Foundation, organizzazione non profit statunitense che sviluppa l’app di messaggistica Signal, avvertì gli europei: «Quello di cui avete bisogno davvero è l’infrastruttura su cui tutto poggia, che non è vostra. E se l’infrastruttura vi si rivolta contro, siete fottuti».

Un addetto alle macchine per la litografia ultravioletta estrema nella sede di ASML a Veldhoven, nei Paesi Bassi (Jasper Juinen/Bloomberg via Getty Images)

Nonostante tutto, però, l’Unione Europea può contare sul controllo di un’azienda fondamentale della filiera tecnologica globale, l’olandese Advanced Semiconductor Materials Lithography (o ASML). Si tratta dell’unica azienda al mondo a produrre le macchine per la litografia ultravioletta estrema (EUV), una tecnologia fondamentale per la produzione dei chip più potenti, tra cui quelli di Nvidia, i più usati nel settore delle AI. A conferma dell’attenzione crescente per la difesa delle aziende tecnologiche europee, lo scorso settembre ASML ha investito 1,3 miliardi di euro in Mistral, la più grande azienda di intelligenza artificiale d’Europa.

– Leggi anche: L’unica azienda europea nella competizione per le AI

Un altro caso è quello di Nexperia, azienda olandese produttrice di semiconduttori utilizzati prevalentemente nel settore automobilistico. Lo scorso ottobre il governo olandese ha eccezionalmente preso il controllo dell’azienda, per garantire l’accesso ai suoi prodotti da parte dell’industria europea anche in caso di emergenza.

Il contesto sta anche ispirando delle soluzioni alternative come AWS European Sovereign Cloud, un progetto di Amazon per costruire un nuovo cloud indipendente «interamente situato all’interno dell’Unione Europea». Rimane da capire se le intenzioni dell’azienda siano di garantire la sovranità dei dati degli utenti europei o se rappresenti piuttosto un tentativo di adattarsi alle nuove richieste dell’Unione Europea, mantenendo la sua presenza nel mercato.

Le istituzioni europee quindi stanno progressivamente imparando a reagire alle pressioni statunitensi. Secondo Giulia Pastorella, deputata di Azione, «ci stiamo rendendo conto delle nostre vulnerabilità, ma anche delle nostre enormi forze, che risiedono proprio nella catena del valore dei chip». A differenza di settori come quello del software, che è facilmente delocalizzabile, l’industria dei semiconduttori «gode del vantaggio strategico di essere molto “fisica”». Per produrre chip servono fabbriche, personale specializzato e competenze specifiche: una volta che un’azienda come ASML è stabilita in territorio europeo, è difficile trasferirla o riprodurla altrove.

A riprova del cambiamento di approccio in corso all’interno delle istituzioni europee, Pastorella cita due esempi recenti: il Cloud Sovereignty Framework (CSF) e il Pacchetto di strumenti dell’Unione Europea per la sicurezza del 5G. Nel primo caso, si tratta di nuove linee guida sviluppate dalla Commissione europea per valutare se un fornitore di servizi cloud garantisce l’“autonomia strategica”, legale, tecnica e operativa dell’Unione Europea. Il secondo, invece, contiene una serie di misure per lo sviluppo della rete 5G, che da anni è al centro di dubbi e polemiche legati alla sicurezza informatica, soprattutto per i legami di aziende cinesi come ZTE e Huawei, tra le principali produttrici di infrastrutture per il 5G, con il governo cinese.

Tuttavia, non tutti concordano sulla fattibilità di un «eurostack», e non soltanto a causa dei limiti industriali europei. Secondo Giovanni Zaccaroni, professore associato di diritto dell’Unione Europea presso l’Università Milano Bicocca, il rischio è di finire per imitare l’approccio isolazionista di Trump, tradendo uno dei principi fondativi dell’Unione, che invece si basa da sempre sull’idea di «creare dipendenza tra Stati che altrimenti non convergerebbero».

Anche perché costruire un’alternativa ai servizi statunitensi in breve tempo «non è realistico né conveniente dal punto di vista delle economie di scala», secondo Zaccaroni. Invece di provare a creare una versione più piccola e inefficiente di Google o Amazon, l’Unione Europea dovrebbe parlare di «deterrenza digitale»: sfruttando i suoi punti di forza, come ASML, può aumentare la propria influenza nella filiera tecnologica mondiale e dimostrare a partner e concorrenti di avere strumenti di influenza da utilizzare, se necessario.