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  • Giovedì 12 febbraio 2026

Il mondo sotto a Raqqa

I curdi hanno scavato una rete di botole e tunnel per prepararsi a una guerriglia di resistenza, che poi non c'è stata: ci siamo andati

di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi

L'entrata di un tunnel nello stadio di Raqqa, 7 febbraio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
L'entrata di un tunnel nello stadio di Raqqa, 7 febbraio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Nel grande stadio ovale di Raqqa, nella Siria orientale, la storia recente della città è disposta a strati, dall’alto verso il basso. In superficie ci sono il campo da gioco, la pista d’atletica e le gradinate: tutto è in rovina, inutilizzato da anni. Dietro il cancello si è piazzata una squadra della Sicurezza Generale, arrivata circa tre settimane fa.

Una porta da calcio nello stadio municipale nel centro di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Lo stadio municipale nel centro di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

La Sicurezza Generale è il reparto del ministero dell’Interno considerato il più leale al presidente siriano Ahmad al Sharaa. Gli uomini armati e vestiti di nero che oggi presidiano lo stadio arrivano da Idlib, la regione che per un decennio è stata il rifugio dei guerriglieri guidati da al Sharaa, quando ancora si faceva chiamare con il nome da jihadista Abu Mohammed al Jolani.

Sotto lo stadio di Raqqa c’è un seminterrato grande quanto il livello di superficie che è stato la base più importante dello Stato Islamico in Siria. È diviso in 46 sale che in tempo di pace ospitavano docce, spogliatoi, palestre e cucine. Un lungo corridoio ovale ricalca il tracciato della pista di atletica che si trova sopra.

(Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Su uno dei muri del sotterraneo c’è questo graffito in arabo: «Stato Islamico dell’Iraq». È quasi archeologia del terrorismo siriano: la scritta risale a prima dell’aprile 2013, quando il gruppo non aveva ancora aggiunto “e del Levante” al proprio nome. È una delle prime tracce dell’arrivo dei terroristi a Raqqa.

Quando lo Stato Islamico prese il controllo della città trasformò il seminterrato dello stadio in un tribunale, una prigione e un luogo di tortura. Alcune celle erano così piccole che i prigionieri potevano infilarcisi soltanto da sdraiati per poi restare immobili ed erano chiamate «le gabbie per cani». Altre celle verticali di cemento, poco più grandi, erano dette «le bare». In alcune stanze i detenuti erano appesi per i polsi oppure per i piedi, in altre erano uccisi.

Alcune celle nel seminterrato dello stadio di Raqqa, trasformato in un carcere dallo Stato Islamico (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Un detenuto ha contato i giorni di prigionia sul muro di una cella (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Nel sottosuolo dello stadio di Raqqa lo Stato Islamico potrebbe avere assassinato centinaia di oppositori, attivisti, giornalisti locali e civili. È soltanto una stima verosimile perché il numero reale non è mai stato accertato, a causa del caos del dopoguerra.

Quando nel 2017 le milizie curde delle Forze siriane democratiche (Sdf) assediarono e sconfissero lo Stato Islamico, lo stadio fu l’ultimo luogo a essere liberato. Poi anche i curdi hanno usato il seminterrato come prigione per i propri detenuti, fino a tre settimane fa.

La scritta «prigione dei fratelli» su una cella per gli uomini dello Stato Islamico che avevano violato le regole ed erano in attesa di giudizio (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Da qui si accede a un altro livello ancora più profondo della città. Nel sotterraneo dello stadio si aprono alcuni punti di accesso a una grande rete di tunnel scavata dalle Sdf nel sottosuolo di Raqqa. I soldati siriani sentiti dal Post dicono che queste gallerie si estendono per chilometri. «È come se ci fosse una Raqqa di sopra e una Raqqa di sotto», spiegano. Come se, in questi anni, i curdi avessero aggiunto uno strato ulteriore alla storia della città, più in basso di quello lasciato dallo Stato Islamico.

I punti d’accesso sono aperture rettangolari nel pavimento, coperte da botole di metallo: sotto c’è il vuoto per cinque o sei metri. In fondo a ogni pozzo verticale si intravede un tunnel orizzontale, alto e largo abbastanza da far passare due uomini in piedi. Sotto lo stadio ce ne sono almeno cinque, tutti orientati nella stessa direzione.

L’accesso a un tunnel scavato dalle forze curde sotto lo stadio di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Gli uomini della Sicurezza Generale sostengono che i miliziani curdi entrassero e uscissero dallo stadio senza mai passare dalle strade all’esterno. Si muovevano soltanto attraverso i tunnel sotterranei.

Che i curdi abbiano scavato reti di tunnel sotto Raqqa non è un segreto che viene rivelato soltanto adesso che hanno perso il controllo della città. Gli abitanti raccontano da anni di sentire i rumori degli scavi e di vedere camion che portavano via la terra. A volte ci sono crolli improvvisi in superficie, quando i terreni dove sono stati scavati i tunnel sono troppo friabili e cedono. L’ultimo è successo ieri.

Due uomini della Sicurezza Generale ispezionano l’accesso a un tunnel scavato dalle forze curde (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

L’accesso, in questo caso chiuso, a un tunnel scavato dalle forze curde sotto lo stadio di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Oggi a Raqqa si dice che esistano almeno una trentina di accessi sparsi nei quartieri. A poca distanza dallo stadio, un negoziante racconta al Post che un tunnel passa sotto la strada dove affaccia il suo negozio e che un’auto è stata inghiottita dalla voragine che si è creata di colpo dopo il cedimento del terreno attorno alla galleria. L’accesso è stato poi chiuso per sicurezza.

L’estensione della rete sotterranea fa pensare che le forze curde temessero un’offensiva a tenaglia, proveniente da due direzioni. Da sud-ovest l’avanzata del governo centrale siriano, che in effetti poi c’è stata, e da nord i bombardamenti dell’aviazione turca. I tunnel dovevano servire a resistere agli attacchi aerei turchi, a nascondersi, a stoccare armi e munizioni e a sostenere una lunga guerriglia di resistenza che però non c’è stata. Le tribù arabe che avevano fornito migliaia di combattenti alle Sdf hanno cambiato idea e sono passate dalla parte di Ahmad al Sharaa. I tunnel non sono serviti a nulla.

Un pozzo d’accesso scavato sotto lo stadio di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

«Gli unici amici dei curdi sono le montagne» è un detto curdo che sottolinea come nella storia i curdi non abbiano mai avuto alleati – o perlomeno alleati solidi, come l’amministrazione Trump ha appena dimostrato del resto – e anche che le montagne offrono riparo e un territorio vantaggioso per resistere e combattere.

Dopo la vittoria contro lo Stato Islamico nel marzo del 2019, al termine di quattro anni di guerra, le Forze siriane democratiche si sono ritrovate a controllare una vasta pianura che dalla Siria settentrionale si estende fino al confine con l’Iraq. È un territorio che non offre ripari o nascondigli, dove i curdi sono una minoranza rispetto alla popolazione araba. Si aspettavano che prima o poi qualcuno avrebbe provato a strappare loro il controllo di quella regione, distante da qualsiasi montagna amica. Da qui la necessità di scavare reti di tunnel sotto ogni città e di tenere segreta la loro disposizione.

Scavare sotto i centri abitati era diventata una procedura standard, che richiedeva pianificazione, investimenti e competenze tecniche. Quando un anno fa le Forze siriane democratiche hanno abbandonato Tal Rifaat e Manbij, due città vicino al confine turco, sono emerse due reti sotterranee che, secondo l’esercito siriano, si estendono in totale per 755 chilometri. A gennaio di quest’anno, dopo il ritiro curdo dal quartiere Sheikh Maqsoud di Aleppo, è stata scoperta un’altra rete. La stessa cosa è successa nelle città di al Shaddadi, Tabqa e Sarrin. In quest’ultima i media hanno parlato di tunnel disposti su tre livelli, con imboccature abbastanza larghe da far passare un’automobile.

Il seminterrato dello stadio di Raqqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Quando l’esercito siriano è entrato da vincitore in quelle città ha vietato l’accesso ai tunnel dopo pochi giorni perché, sostiene, le milizie curde durante la ritirata avrebbero lasciato trappole esplosive. Sta procedendo a una lenta bonifica. Ha vietato l’accesso anche perché i tunnel sono un asset, un bene strategico dal punto di vista militare.

Gli scavi avevano creato malumore nella popolazione civile. Gli abitanti accusavano l’amministrazione guidata dai curdi di aver investito molte risorse nei tunnel invece che negli ospedali, nelle strade e nelle altre infrastrutture che servono alla Siria orientale dopo che la guerra contro lo Stato Islamico ha lasciato le città in condizioni disastrose.

Ahmad al Shibli, direttore dell’ufficio media del governo di al Sharaa a Raqqa, dice che la rete di tunnel sotto la città di Tabqa fosse così segreta che ci potevano entrare soltanto i leader del Pkk, quindi combattenti stranieri venuti da lontano, dalle basi del gruppo sui monti Qandil a cavallo tra Iraq e Iran (il Pkk è il Partito curdo dei lavoratori, una fazione nazionalista curda). È una dichiarazione che vale la pena riportare qui non perché sia verificata da prove indipendenti, ma perché è indicativa delle voci che giravano in città: questi scavano tunnel al servizio di gente venuta da fuori.

Un soldato siriano davanti alla chiesa di Tabqa, danneggiata dallo Stato Islamico (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Tabqa è una piccola città cinquanta chilometri a ovest di Raqqa, rimasta per anni sotto il controllo dello Stato Islamico. Vicino all’ospedale militare, che serve anche da caserma, c’è una chiesa danneggiata dagli uomini del gruppo estremista. È circondata da mura e sul cancello d’ingresso i soldati dell’esercito siriano hanno scritto con la vernice rossa “Mine”, perché sostengono che i curdi avrebbero lasciato trappole esplosive prima di andarsene.

I soldati di guardia all’ospedale di Tabqa dicono una cosa simile a quella detta dai soldati a Raqqa: «È come se la città avesse due livelli, uno in superficie e uno sottoterra». Sotto la chiesa c’è un piano sotterraneo. Nel pavimento si aprono tre accessi alla rete di tunnel. Due sono pozzi verticali coperti da lastre metalliche, che conducono a gallerie orizzontali, costruite con la stessa tecnica vista a Raqqa. Si dice, ma non c’è modo di confermare, che questi tunnel siano così lunghi da arrivare fino alla grande diga sul fiume Eufrate, un altro punto strategico un paio di chilometri fuori città.

Un pozzo d’accesso ai tunnel scavati sotto la chiesa di Tabqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Accanto ai pozzi sono rimaste scatole di munizioni, abbandonate nella fretta della ritirata. Il terzo accesso è diverso: una scalinata comoda in cemento che poi diventa un tunnel. I soldati si inoltrano per qualche decina di metri, alla luce dei telefoni, poi si fermano. Dicono che è meglio non andare oltre perché ci potrebbero essere delle mine.

Una botola che porta ai tunnel scavati sotto la chiesa di Tabqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Un soldato siriano nel sotterraneo della chiesa di Tabqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)

Un tunnel sotto la chiesa di Tabqa (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)