Avete mai fatto quest’incubo?
Sfere che diventano immense e opprimenti, fili che si inspessiscono, figure enormi e piccolissime insieme: non siete soli
Una figura puntiforme, di solito un cerchio o una sfera, rimane ferma in uno spazio indefinito finché non diventa immensa e opprimente. Altre volte è un oggetto filiforme, un capello o un cavo sottile, che si inspessisce fino a diventare un tronco che occupa tutta la prospettiva. Oppure una figura appare allo stesso tempo minuscola e infinitamente grande, e l’incapacità di tenere insieme le due percezioni contrapposte genera disagio o angoscia.
Queste immagini sono l’oggetto di incubi ricorrenti di diverse persone, che ciclicamente ne parlano sui social e sui forum, molte meravigliandosi di non essere le uniche a farli. Altre che non li fanno e non ci pensavano più da tempo ricordano, leggendone, di averli avuti soprattutto durante l’infanzia.
Alcune persone li descrivono come incubi perlopiù silenziosi, o accompagnati da un rumore di fondo basso e continuo. Ricordano di averli fatti mentre avevano la febbre, o nelle fasi di dormiveglia. Tutte le persone, in ogni caso, li descrivono come un’esperienza spossante, persino traumatica: alcune si svegliano con l’affanno o piangendo.
L’espressione più utilizzata per descrivere questo tipo di incubi tra chi ne parla è “incubi geometrici”, anche se l’elemento comune a tutti non sembra essere tanto la figura geometrica in sé, ma la particolare percezione dell’oggetto sognato e le sensazioni di vertigine e di sopraffazione che induce.
– Leggi anche: Chi ha incubi frequenti vive meno
Di questi incubi molto comuni scrisse, tra gli altri, uno dei più influenti psichiatri e psicanalisti del Novecento: lo svizzero Carl Gustav Jung, che si occupò a lungo dello studio dei sogni dei bambini. In una sua autobiografia raccontò che da bambino sognava spesso «oggetti che ora apparivano grandi, ora piccoli»: per esempio «una piccola palla, lontano, che un po’ alla volta si avvicinava, aumentando di proporzioni, fino a diventare una cosa mostruosa, opprimente». In altri incubi diceva di vedere fili del telegrafo che diventavano sempre più grossi, fino a farlo svegliare dalla paura.
Secondo l’interpretazione di Jung, in estrema sintesi, le forme contenute in questi incubi sono la manifestazione del “sé” (selbst), una categoria della psiche di cui nella teoria junghiana è possibile fare esperienza solo simbolicamente, e che include sia l’“io” cosciente, sia «una quantità indeterminata e indeterminabile di inconscio». La sensazione di disagio e sopraffazione deriverebbe dalla difficoltà del bambino o della bambina a tenere insieme polarità opposte (grande e piccolo, appunto), che invece coesistono nel “sé” e con cui ciascun individuo acquisisce maggiore familiarità crescendo.
In effetti molte persone che sui social raccontano di aver avuto “incubi geometrici” durante l’infanzia li associano a fasi della vita, per esempio la pubertà, in cui cominciavano a elaborare pensieri complessi senza ancora avere la piena capacità di comprenderli. Tra le persone che parlano di questi incubi è poi abbastanza condivisa una difficoltà anche solo a descriverli: è come se qualsiasi possibile racconto dell’incubo ne lasciasse sempre fuori una parte.
È una considerazione che vale in una certa misura per qualsiasi sogno o incubo: raccontarli è un modo per dare senso e coerenza a qualcosa che in sé è informe. Ma nel caso degli incubi geometrici, su cui peraltro non esiste una specifica letteratura scientifica, è come se la descrizione linguistica fosse uno strumento particolarmente limitato.
Sulla base dei racconti, le figure presenti in alcuni di questi incubi somigliano a particolari forme geometriche e schemi ricorrenti visualizzati e riferiti anche da alcune persone dopo esperienze di allucinazione indotta o al risveglio dalla fase “ipnagogica”, quella che precede l’addormentamento ed è caratterizzata da uno stato fluttuante della coscienza. Uno tra i primi studiosi a descrivere sistematicamente quelle forme fu lo psicologo tedesco Heinrich Klüver, che negli anni Sessanta le classificò in quattro categorie, definite «costanti di forma» (reticolati o scacchiere, ragnatele o poligoni, tunnel e spirali).
– Leggi anche: Come ricordiamo i sogni?
Un altro riferimento scientifico che salta fuori spesso, quando le persone cercano di capirsi sulle sensazioni suscitate dagli incubi geometrici, è la cosiddetta sindrome di Alice nel paese delle meraviglie. È un raro disturbo neurologico, non molto studiato e definito, che comporta una percezione alterata del proprio corpo e del mondo circostante: le persone possono vedere le cose più piccole o più grandi di quanto siano nella realtà. Sono distorsioni percettive perlopiù provvisorie e legate a determinate patologie cerebrali.
Sia le esperienze allucinatorie descritte da Klüver, sia la sindrome di Alice nel paese delle meraviglie sono citate di solito come un riferimento approssimativo per rendere più comprensibile il contenuto degli incubi geometrici a chi non li ha mai fatti o non li ricorda. La frequenza con cui ne parlano le persone che invece li fanno o li hanno fatti lascia ragionevolmente supporre che siano comunque piuttosto normali e non correlati a particolari condizioni patologiche.




