La radio più influente della controcultura italiana durò poco più di un anno
Cinquant'anni fa a Bologna cominciarono le trasmissioni di Radio Alice, che si interruppero solo quando la polizia ne distrusse la sede

Il 9 febbraio del 1976, cinquant’anni fa, a Bologna cominciarono le trasmissioni di una radio che trasmise in modo continuativo per poco più di un anno, ma che nonostante il suo brevissimo periodo di attività riuscì a influenzare enormemente la controcultura e la politica di quel decennio, ma anche di quelli seguenti. Si chiamava Radio Alice, trasmetteva da una piccola soffitta del civico 41 di via del Pratello ed era nata con l’ambizione di «Dare voce a chi non ha voce», come diceva il suo motto.
L’aveva fondata Valerio Minnella, un tecnico del suono che gestiva un negozio di hi fi del centro, che coinvolse da subito giornalisti, artisti e intellettuali militanti. Come il filosofo Franco “Bifo” Berardi, che anche grazie alla sua attività a Radio Alice diventò uno dei punti di riferimento principali del Movimento del Settantasette, l’esperienza politica più importante della sinistra giovanile extraparlamentare di quegli anni.
Radio Alice fu una delle decine di radio libere che cominciarono a trasmettere dopo la cosiddetta liberalizzazione dell’etere, che nel 1974 aveva determinato la fine del monopolio Rai sulle trasmissioni radiofoniche. Ma si distinse da tutte le altre per la programmazione provocatoria e anarchica, per la forte connessione con i movimenti e per le molte figure del mondo dell’arte, della musica e della cultura alternativa che parteciparono alle sue trasmissioni. Tra gli ospiti che frequentavano spesso gli studi di Radio Alice c’erano il cantautore Claudio Lolli, i musicisti Fabio Testoni e Roberto “Freak” Antoni, fondatori del gruppo rock demenziale degli Skiantos, e Andrea Pazienza, forse il più influente fumettista italiano di sempre.
Ad accomunare le persone che Minnella coinvolse nell’emittente (il cui nome era ispirato alla protagonista di Alice nel paese delle meraviglie, il romanzo più famoso di Lewis Carroll) erano, oltre all’adesione al marxismo, interessi e inclinazioni più specifiche come l’antilavorismo, il rifiuto di ogni forma di censura, la psichedelia e la fascinazione per le pratiche ascetiche e meditative orientali.
Tra queste persone c’erano il fumettista sperimentale Filippo Scozzari, il giornalista Giancarlo Vitali e Roberto Bozzetti, anche conosciuto come “Pappa”, un dj appassionato di musica elettronica, jazz e cultura nativa americana che nel ventennio successivo sarebbe diventato uno dei più importanti pionieri dell’hip hop italiano.
Radio Alice trasmetteva in FM sulla frequenza modulata di 100,6 MHz. Minnella aveva tirato su la sua piccola redazione con mezzi di fortuna: per andare in onda utilizzava un vecchio trasmettitore militare acquistato a un prezzo di favore da un rottamaio e proveniente da un carro armato statunitense della Seconda guerra mondiale.
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La radio aveva una linea editoriale piuttosto caotica, e il palinsesto era concepito come una sorta di diretta continua. Minnella, Vitali, Berardi e gli altri conduttori di Radio Alice si distinsero fin da subito con un linguaggio apertamente irriverente e ostile nei confronti delle istituzioni, dell’area riformista del Partito Comunista, dei grandi quotidiani nazionali e del mondo accademico.
Si definivano provocatoriamente esponenti del “Mao-dadaismo”, una visione del mondo che fondeva il rifiuto della logica, l’ironia e il caos creativo tipici del dadaismo con la militanza rigorosa della rivoluzione culturale cinese.
Uno dei temi più dibattuti era il rifiuto del lavoro salariato come mezzo per recuperare tempo da dedicare alla creatività, all’intrattenimento, al riposo e alla formazione. Era anche il principale interesse accademico di Berardi, che sei anni prima aveva pubblicato per Feltrinelli un saggio dedicato al tema, Contro il lavoro. «Sabotare la produttività era certamente il principale obiettivo», ha scritto Berardi in un lungo articolo dedicato al cinquantesimo anniversario della radio.
Le trasmissioni venivano aperte e chiuse da “Lavorare con lentezza”, una canzone di protesta scritta dal cantautore pugliese Enzo Del Re. Conteneva un verso che diventò molto famoso tra gli animatori e gli ascoltatori di Radio Alice: «chi è veloce si fa male e finisce in ospedale; in ospedale non c’è posto e si può morire presto». Lavorare con lentezza è anche il titolo del film dedicato alla storia di Radio Alice, diretto nel 2004 da Guido Chiesa e sceneggiato dal collettivo dei Wu Ming.
Per gli stessi motivi, veniva dato un certo risalto alla promozione delle attività ricreative. Impostando la frequenza 100,6 MHz al mattino presto ci si imbatteva nei mantra e nelle lezioni di yoga di Stefano Saviotti, poeta ed esperto di filosofie orientali. Di notte invece venivano trasmesse in diretta lunghe jam session di gruppi locali, che si incontravano negli studi della radio per improvvisare insieme.
Le trasmissioni di Radio Alice erano “a microfono aperto”, nel senso che chiunque poteva intervenire per commentare i fatti politici del giorno, leggere una poesia, consigliare un romanzo o dare le sue impressioni su un disco.
L’approccio dissacrante e provocatorio della radio si esprimeva anche attraverso gli scherzi. Nel podcast Radio Alice, voci e storie dal ’77, prodotto dalla Rai, la scrittrice Maria Antonietta Giudicissi ne cita diversi: come quella volta in cui Berardi, fingendosi Gianni Agnelli, telefonò a Palazzo Chigi e riuscì a scambiare qualche parola con l’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti. In un’altra occasione, Luciano Capelli, Matteo Guerrino e Paolo Ricci, tre collaboratori della radio, decisero di organizzare una radiocronaca seriosa e grottesca della presa del Palazzo d’Inverno.
C’erano anche rubriche in cui i conduttori consigliavano agli ascoltatori delle “soluzioni creative” per risolvere tediosi problemi quotidiani, come prolungare all’infinito le chiamate interurbane sfruttando una fragilità strutturale delle cabine telefoniche a gettoni.
Per via del carattere militante e volutamente urticante delle sue trasmissioni, Radio Alice fece parlare di sé molto velocemente. Già dopo poche settimane la radio ricevette critiche dall’Unità e dal Resto del Carlino, il principale giornale locale di Bologna, che accusò l’emittente di divulgare «messaggi osceni su carta igienica».
L’ostilità nei confronti dell’emittente aumentò ulteriormente nel marzo del 1976, quando Berardi fu arrestato con l’accusa di partecipazione al gruppo terroristico delle Brigate Rosse. Fu scagionato e rilasciato dopo un paio di mesi, dopo una serie di proteste organizzate dalla stessa radio. L’anno dopo fu nuovamente disposto il suo arresto per le sue attività radiofoniche e dovette trasferirsi temporaneamente in Francia. A Parigi intensificò i suoi rapporti con due colleghi che avevano seguito con grande interesse l’esperienza di Radio Alice, i filosofi Félix Guattari e Michel Foucault.
Radio Alice chiuse il 12 marzo del 1977, quando la polizia entrò negli studi di via Pratello 41. Il giorno prima lo studente di Lotta Continua Francesco Lorusso era stato ucciso da un carabiniere durante una contestazione studentesca, e l’emittente fu accusata di aver contribuito a fomentare le proteste seguite al suo omicidio.
Lo sgombero è ricordato ancora oggi perché, durante gli interventi degli agenti, la radio continuò a trasmettere fino a quando tutti gli apparecchi non furono distrutti. Radio Alice riaprì circa un mese dopo trasmettendo discontinuamente dagli appartamenti di vari ascoltatori, ma senza riuscire a ottenere la stessa centralità culturale.
Negli ultimi cinquant’anni alla storia di Radio Alice sono stati dedicati diversi prodotti culturali. Oltre a Lavorare con lentezza, nel 2002 Guido Chiesa diresse il documentario Alice è in paradiso, incentrato sulla breve esperienza della radio. Undici anni prima anche Renato De Maria ne aveva girato uno simile, Il trasloco.



