Stiamo rivalutando i lavaggi nasali

Alcuni gruppi di ricerca cercano di capire se una pratica vecchia di millenni sia anche utile contro il raffreddore

(Getty Images)
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Ogni anno miliardi di persone prendono il raffreddore o si ammalano di altre malattie respiratorie, quasi sempre causate dai virus e dalle loro innumerevoli varianti. Contro alcuni, come quelli dell’influenza o del COVID, ci sono i vaccini, ma per il raffreddore comune non ce ne sono perché i virus che lo causano sono molti e cambiano in continuazione. Di solito ci si affida a rimedi per alleviare i sintomi e attendere che il naso che cola passi da solo. Eppure secondo una crescente quantità di studi scientifici una soluzione potrebbe proprio passare dal naso.

Complice la pandemia da coronavirus, negli ultimi anni vari gruppi di ricerca hanno iniziato a considerare con più attenzione una pratica vecchia di almeno cinquemila anni: i lavaggi nasali. Si pensa siano nati in India come pratica di igiene personale e per diverso tempo non erano stati presi seriamente da chi fa ricerca, tanto che all’inizio della pandemia erano segnalati come non affidabili sul sito che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva allestito per sfatare i miti intorno al coronavirus e al COVID-19. Fu la stessa OMS a rimuovere la pratica dall’elenco quando iniziarono a emergere i primi indizi su possibili benefici, nell’ambito dei trattamenti per alleviare i sintomi della malattia (pur mantenendo il vaccino come risorsa di prima linea per prevenirne gli effetti gravi e talvolta letali).

Un lavaggio nasale consiste nel far passare una soluzione attraverso le cavità nasali, in modo da rimuovere il muco e idratarle. Lo si può fare con ampolle che fanno fluire il liquido a bassa pressione nel naso, oppure attraverso spray che nebulizzano la soluzione. I lavaggi (o irrigazioni) nasali sono spesso usati per aiutare i neonati a respirare meglio, rimuovendo gli accumuli di muco o eventuali croste, visto che non sono ancora in grado di soffiarsi il naso. Il loro impiego negli adulti è invece più dibattuto e per ora ci sono indizi a favore della pratica, ma non un consenso scientifico.

Una delle ricerche più ampie in tema è stata svolta nel Regno Unito tra la fine del 2020 e l’inizio del 2023, coinvolgendo quasi 14mila persone adulte, che avevano un alto rischio di complicazioni legate alle malattie respiratorie, per la presenza di altri problemi di salute o per un’età superiore ai 65 anni. Il gruppo di ricerca aveva suddiviso le persone partecipanti in quattro gruppi: quelle nel primo avrebbero seguito le normali pratiche per gestire la malattia, quelle del secondo avrebbero usato spray antivirali a base di gel, quelle del terzo uno spray a base di soluzione salina (acqua distillata e sali) e quelle del quarto avrebbero dovuto consultare un sito online, che promuoveva l’attività fisica e la riduzione dello stress.

L’uso degli spray era consigliato al primo segno di infezione, oppure dopo una potenziale esposizione. Se un partecipante era per esempio andato al cinema e si era trovato vicino a qualcuno coi classici sintomi da raffreddore, come naso che cola e tosse, allora nei giorni seguenti doveva svolgere delle irrigazioni nasali.

Il gruppo di ricerca ha notato che nel secondo e nel terzo gruppo, quello degli spray gel e delle soluzioni saline, i giorni di malattia erano in media il 20 per cento in meno rispetto a chi aveva praticato i rimedi abituali (primo gruppo). Le persone che avevano adottato interventi comportamentali (quarto gruppo) non avevano invece fatto rilevare particolari benefici, anche se si è notata una ridotta incidenza delle malattie nelle persone a più alto rischio. In nessun gruppo sono stati segnalati eventi avversi particolari, a parte qualche problema di mal di testa o dolore alle cavità nasali, segnalato soprattutto dalle persone che avevano usato uno spray a base di gel.

Il test ha inoltre rilevato una riduzione significativa del ricorso agli antibiotici, superiore al 25 per cento rispetto al primo gruppo, cioè quello di controllo. Gli antibiotici non sono efficaci contro i virus, ma talvolta il loro impiego diventa necessario, per esempio se l’infiammazione delle vie aeree favorisce l’insorgenza di un’infezione batterica.

Lo studio ha offerto indizi interessanti, ma deve essere preso con cautela. È stato infatti condotto “in aperto”, cioè le persone partecipanti sapevano quale rimedio stavano ricevendo e questo potrebbe avere influenzato la loro percezione dei sintomi e la conseguente segnalazione dei giorni di malattia. Erano inoltre le stesse persone partecipanti a dover segnalare l’andamento dei sintomi tramite sondaggi periodici e non tutte hanno mostrato di essere assidue e di seguire completamente le indicazioni.

La ricerca è stata condotta durante la pandemia, quindi in una fase in cui c’erano ricorrenti limitazioni sociali e cambiamenti nei comportamenti igienici, che potrebbero avere influito sui risultati. Il gruppo di ricerca ne ha tenuto conto aggiustando i protocolli dello studio, ma potrebbe non essere stato sufficiente. Lo stesso gruppo ha comunque pubblicato l’anno scorso un aggiornamento con nuovi dati, segnalando di avere ottenuto risultati simili.

Durante la pandemia aveva fatto discutere uno studio che aveva segnalato che con l’irrigazione nasale per due settimane, dopo un test positivo al coronavirus, c’era una significativa riduzione della probabilità di essere ricoverati per una forma grave di COVID-19. La ricerca aveva sollevato qualche perplessità, ma aveva attirato nuovo interesse su una pratica poco studiata.

Gli studi svolti in seguito hanno ipotizzato che la soluzione salina del lavaggio abbia un ruolo nel ridurre la replicazione virale nel naso, dove i virus sfruttano le cellule per diventare sempre di più ed estendere poi l’infezione al resto delle vie aeree superiori e talvolta inferiori. È stato anche notato un aumento dell’attività di alcune cellule immunitarie, che hanno il compito di identificare e distruggere gli agenti esterni prima che possano fare danno. L’irrigazione nasale sembra abbia inoltre un altro importante effetto meccanico.

Il passaggio della soluzione salina stimola l’idratazione delle cavità nasali e quindi del muco, una delle principali barriere contro i virus e altri agenti esterni (patogeni). Viscoso e appiccicoso, il muco ingloba i patogeni e rende più probabile che questi siano poi espulsi con la tosse oppure ingoiati, venendo poi distrutti nell’ambiente particolarmente acido dello stomaco. Alcune ricerche hanno segnalato come il muco poco idratato renda più probabile l’ingresso dei virus nelle cellule delle cavità nasali, avviando l’infezione.

Restano comunque ancora dubbi e cose da chiarire sugli effetti dei lavaggi nasali, anche perché le variabili sono molte. Oltre a essere persone tutte diverse, usiamo vari rimedi e con tempi diversi. La maggior parte delle preparazioni ha come ingrediente principale il cloruro di sodio, cioè il normale sale da cucina, ma la sua concentrazione varia sensibilmente a seconda dei prodotti. Alcuni preparati usano una concentrazione paragonabile a quella dei fluidi corporei (soluzione isotonica), mentre altri ne impiegano una superiore, solitamente intorno al 3 per cento (soluzione ipertonica). Le concentrazioni più alte vengono di solito consigliate se si ha un muco particolarmente denso, ma una volta che si è acquistato il prodotto è probabile che venga usato anche in un secondo momento, magari per un raffreddore meno aggressivo.

Al di là dell’eventuale riduzione nei tempi di guarigione, diverse persone dicono di trovare beneficio nei lavaggi nasali soprattutto per respirare meglio quando hanno il naso chiuso a causa del raffreddore. Un’irrigazione prima di andare a dormire può aiutare a riposare meglio e viene spesso consigliata come prima soluzione per evitare farmaci che riducono la congestione nasale agendo da vasocostrittori, che hanno qualche effetto collaterale in più e possono essere usati per poco tempo.