La data del referendum sulla giustizia non cambia

Il Consiglio dei ministri ha reso il quesito uguale a quello ammesso ieri dei promotori del "No", che cercavano di guadagnare tempo

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante una conferenza stampa nel settembre del 2023 (ANSA/FABIO FRUSTACI)
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante una conferenza stampa nel settembre del 2023 (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Con un rapido Consiglio dei ministri organizzato sabato mattina, il governo ha rivisto in parte il quesito del referendum costituzionale sulla giustizia per provare a non farne slittare le date del 22 e del 23 marzo. Venerdì, la Corte di Cassazione aveva infatti ammesso un nuovo quesito, presentato dai promotori del “No”, che non aveva differenze sostanziali, ma solo una diversa indicazione degli articoli della Costituzione cambiati dalla riforma. La modifica era stata proposta proprio per far slittare la data, ma il governo ha provveduto ad aggiornare il quesito provando in questo modo ad aggirare il problema. Sabato pomeriggio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto.

Il quesito approvato dal Consiglio dei ministri è questo:

Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?

ed è identico al testo che era stato proposto dai promotori del “No” e in seguito ammesso dalla Corte di Cassazione.

Nel proprio comunicato, il governo dice di avere recepito l’ordinanza e di avere deciso di proporre al presidente della Repubblica di «precisare il quesito relativo al referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026». La precisazione del quesito e la firma di Mattarella fanno sì che siano confermate le date già scelte, riferite alla riforma portata avanti dal governo e non alla richiesta formulata in seguito dai promotori del “No”, proprio per guadagnare tempo e provare a recuperare un po’ di sostegno.

Per diventare effettiva, una riforma costituzionale deve essere approvata con lo stesso testo due volte dalla Camera e due dal Senato. Nel caso di un’approvazione con meno di due terzi dei voti dei parlamentari, come è successo con l’attuale riforma, c’è la possibilità di chiedere l’indizione di un referendum per confermare o bocciare la riforma.

La maggioranza aveva scelto la via più rapida e meno usuale per chiedere il referendum, cioè la richiesta da parte di un quinto dei deputati. La Cassazione l’aveva giudicata valida il 18 novembre, indicando anche il quesito su cui votare. Da quel momento era nata una disputa sull’interpretazione della legge del 1970 che regola i referendum: il governo ne aveva dato una lettura secondo cui il referendum va indetto entro sessanta giorni dall’ammissione. Il 12 gennaio il Consiglio dei ministri aveva convocato il voto, fissandolo – come previsto dalla stessa legge – in una domenica tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo, cioè il 22 marzo, con l’aggiunta del 23 (qui è spiegato più estesamente).

I contrari alla riforma avevano sostenuto che quell’interpretazione servisse in realtà ad accelerare il voto per impedire ai sostenitori del “No” di informare la popolazione in tempi congrui, segnalando che in passato si era sempre atteso lo scadere dei tre mesi utili a raccogliere 500mila firme prima di fissare la data. Per dimostrarlo, un gruppo di attivisti – poi chiamato “Comitato dei 15” – aveva avviato e completato in anticipo una raccolta firme, depositando in Cassazione un proprio quesito, ammesso ieri dalla Cassazione generando l’insolita situazione giuridica che ora il governo ha superato mantenendo le stesse date.