Cambierà la data del referendum sulla giustizia?
Ora è possibile perché la Cassazione ha ammesso il quesito che i promotori del "No" avevano presentato proprio per far slittare la data

La Corte di Cassazione ha ammesso un nuovo quesito per il referendum sulla giustizia, cioè il testo presentato dai promotori del “No” alla riforma costituzionale per cui si dovrebbe votare il 22 e il 23 marzo prossimi. Il quesito quindi cambierà rispetto a quello già approvato dal parlamento, e rispetto alla versione originaria aggiunge gli articoli della Costituzione che la riforma cambierebbe. È così: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?».
Il nuovo quesito era però solo una delle diverse questioni tecniche e pretestuose su cui stanno litigando da settimane i promotori della riforma e i suoi oppositori, e che in realtà hanno a che fare con un’unica cosa: la data scelta per il voto, che i promotori della riforma volevano anticipare il più possibile, mentre i contrari volevano ritardare per tentare di recuperare un po’ di sostegno. La decisione della Cassazione, che ha accolto il quesito di questi ultimi, potrebbe rimettere in discussione la data scelta finora.
Le cose sono andate così. La riforma della giustizia, che prevede tra le diverse cose la separazione delle carriere dei magistrati, è una riforma costituzionale molto voluta dall’attuale maggioranza di governo, di destra. Per passare, una riforma costituzionale ha bisogno di essere approvata nello stesso testo due volte dalla Camera e due volte dal Senato. Se viene approvata con meno di due terzi dei voti dei parlamentari, com’è successo in questo caso, c’è la possibilità di chiedere l’indizione di un referendum per confermare o per bocciare la riforma (che altrimenti dopo tre mesi entrerebbe comunque in vigore).
Ci sono tre modi per richiedere il referendum, e i partiti di maggioranza hanno scelto quello più veloce e meno consueto per tentare di sbrigarsi: lo ha chiesto un quinto dei membri della Camera. Il 18 novembre, come previsto dalla legge, la Cassazione ha certificato come valida questa richiesta e ha indicato quale sarebbe stato il quesito su cui gli elettori avrebbero dovuto esprimersi con un “Sì” o con un “No”.
Da qui è però iniziata una diatriba sull’interpretazione della legge che disciplina i referendum, che è del 1970.

Il segretario della Lega Matteo Salvini, con Riccardo Molinari e il ministro Giuseppe Valditara, il 4 febbraio 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il governo ha seguito un’interpretazione molto puntuale (e legittima) di quella norma, che all’articolo 15 dice che il referendum deve essere indetto «entro sessanta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che lo abbia ammesso» (che è appunto del 18 novembre): così il 12 gennaio scorso, dunque cinque giorni prima di quella scadenza, il Consiglio dei ministri ha deliberato la convocazione del referendum. Sempre attenendosi alla legge del 1970, ha poi fissato la data «in una domenica compresa tra il 50° ed il 70° giorno successivo»: dunque domenica 22 marzo, a cui poi è stato aggiunto anche lunedì 23.
Tra quanti sono contrari alla riforma, però, molti hanno denunciato che questa interpretazione così rigorosa della legge tradirebbe in realtà la volontà del governo di accelerare i tempi: in questo modo si eviterebbe una possibile rimonta del fronte del “No”, che è indietro secondo gran parte dei sondaggi. A sostegno di questa tesi veniva osservato che recentemente si era sempre seguita una procedura un po’ diversa: si era cioè sempre atteso che scadessero i tre mesi previsti per la richiesta del referendum, dando a tutti la possibilità di raccogliere 500mila firme e presentare un proprio quesito (un’altra modalità per chiedere l’indizione del referendum, più usata rispetto a quella a cui ha fatto ricorso il governo). Secondo questa prassi, dunque, prima di procedere il governo avrebbe dovuto attendere fino al 30 gennaio (quel giorno scadevano i tre mesi di tempo, calcolati a partire dal 30 ottobre scorso).
Per corroborare questa tesi, il 22 dicembre scorso un anonimo gruppo di attivisti ha avviato una petizione online per raccogliere 500mila firme: più tardi è stato denominato “Comitato dei 15”. Nel corso delle settimane ne è diventato portavoce un avvocato specializzato in diritto del lavoro vicino al sindacato di sinistra radicale USB, Carlo Guglielmi. Il senso era appunto segnalare che a loro giudizio la procedura seguita dal governo è stata impropria: cioè aver indetto il referendum mentre qualcuno stava ancora lavorando per chiederlo nei termini previsti dalla Costituzione.

La segretaria del PD Elly Schlein, il 10 gennaio 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Il 15 gennaio, con due settimane di anticipo rispetto alla scadenza, e nonostante le feste natalizie, il comitato ha raggiunto il suo scopo, e ha poi depositato in Cassazione il quesito e la richiesta di indizione del referendum. Il quesito approvato dalla Cassazione è proprio questo, e ora si apre una situazione abbastanza inedita sul fronte giuridico: ci sarà solo una correzione del quesito, oppure sarà considerata questa come richiesta valida per l’indizione del referendum, che quindi dovrebbe slittare in avanti di qualche settimana?
Dal lato pratico non ci sarebbero problemi a mantenere la stessa data, perché proprio per questa diatriba in corso il presidente della Repubblica aveva suggerito di aspettare a stampare le schede elettorali. Non servirebbe quindi tempo aggiuntivo per stamparne di nuove.
I promotori del “No” avevano già provato a far spostare la data in un altro modo, cioè facendo ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio contro la delibera con cui il governo aveva fissato la data del voto per il 22 e il 23 marzo. Il TAR l’aveva respinto.
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