Il Carnevale di Venezia non è più dei veneziani

Un po’ per via dei troppi turisti, ma un po’ anche perché i veneziani sono sempre meno

I vogatori che hanno accompagnato la sfilata della Pantegana sul Canal Grande nel 2025 (ANSA/Andrea Merola)
I vogatori che hanno accompagnato la sfilata della Pantegana sul Canal Grande nel 2025 (ANSA/Andrea Merola)

Per oltre quindici anni, mentre nei quartieri più centrali di Venezia si tenevano i festeggiamenti istituzionali del Carnevale, nel sestriere popolare di Cannaregio si è tenuta una strana usanza. Centinaia di vogatori in maschera conducevano le loro barche lungo il canale di Cannaregio fino al ponte dei Tre Archi, dove veniva calato in acqua un enorme ratto grigio di cartapesta: “la Pantegana alata”.

Era una tradizione appartata, inventata dai veneziani per i veneziani, con lo scopo di prendere in giro il “Volo dell’Angelo”, il momento che ogni anno dà il via ai festeggiamenti ufficiali in Piazza San Marco. Lo “svolo della Pantegana” veniva accompagnato dall’apertura di stand che offrivano cibo, premiazioni delle maschere più simpatiche e piccoli concerti di musica tradizionale veneziana. Nel 2013 uno degli organizzatori spiegò che la pantegana «sta a indicare che, anche quando tutti i veneziani non ci saranno più perché non riescono a sopravvivere in una città così cara e turistica, rimarranno le pantegane, che sono dure a morire».

Negli ultimi tre anni, però, anche questa tradizione è stata integrata nella programmazione ufficiale del Carnevale e spostata in un posto decisamente più centrale: la scorsa domenica la Pantegana è stata fatta sfilare su una barca lungo il Canal Grande, passando sotto al famosissimo ponte di Rialto. A osservare il tutto dalle banchine e dai ponti c’erano decine di migliaia di turisti, provenienti sia dal resto d’Italia che dall’estero.

I veneziani, tradizionalmente presenti almeno per questo rito, erano sostanzialmente assenti. Quelli che non lavorano con il turismo e che possono permetterselo, nei fine settimana del Carnevale lasciano del tutto la città. «Tutti gli altri si chiudono in casa», riassume Sofia Cutrone, trentenne nata e cresciuta nel centro della città.

Cutrone racconta che i suoi genitori, entrambi veneziani, si sono conosciuti proprio durante questa festività, negli anni Ottanta. «Lui era vestito da tavola imbandita, lei da Babbo Natale», dice. «Ora pensare di uscire per strada durante il Carnevale e incontrare un veneziano che non hai mai conosciuto prima è impensabile». Cose simili si leggono anche online, su forum e blog dedicati alla storia recente della città. Raccontando con nostalgia del Carnevale del 1980, uno dei primissimi dell’epoca moderna, un veneziano nel 2024 ha riassunto la situazione così: «ora il Carnevale è diventato – sulla base delle possibilità economiche – un evento di super lusso all’insegna della “exclusivity” che si svolge nelle sale dei grandi palazzi e degli hotel a cinque stelle, oppure una massacrante maratona per le calli ed i canali, soffocati da una folla straripante. Eventualità, questa, che mi tiene ben lontano dall’evento da almeno una dozzina d’anni».

È un fenomeno che riflette due delle questioni che più vengono sollevate quando si parla di Venezia da un po’ di anni a questa parte. Da una parte c’è il drastico calo demografico e la conseguente perdita di una comunità abbastanza ampia da mantenere e perpetuare tradizioni collettive. Nel 1980 il centro storico della città contava oltre 95mila abitanti, nel 2024 ne aveva meno di 49mila. Secondo alcune stime, la città perde circa mille abitanti ogni anno.

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L’altra questione è il turismo di massa, che porta a Venezia milioni di visitatori ogni anno: è per la gran parte un turismo giornaliero, fatto di escursionisti che arrivano al mattino, fotografano i luoghi più iconici e se ne vanno entro sera, contribuendo poco all’economia locale ma causando molti disagi ai residenti. «Il Carnevale è soltanto uno dei tanti momenti in cui si osserva la trasformazione di Venezia da città viva in un parco a tema in cui le riserve dei residenti si restringono progressivamente», assume Marco Gasparinetti, consigliere comunale che da anni denuncia lo spopolamento e l’iperturistificazione del centro storico.

Molti cittadini criticavano la situazione da tempo. Già nel 2009 una serie di associazioni locali avevano organizzato il “Carnevale indiano”, invitando tutti i veneziani che volessero partecipare a presentarsi vestiti come nativi americani, per sottolineare in modo sarcastico che gli abitanti del centro cominciavano a sentirsi in netta minoranza rispetto ai turisti. Nel 2020 ne venne organizzata un’altra a tema Asterix e Obelix, con un messaggio simile: nei post che pubblicizzavano l’evento online si leggeva che «nei sestieri assediati dalle legioni turistiche e dalla legionella da crociera, ci difendiamo anche così».

Gasparinetti dice però che, a suo avviso, la situazione è ulteriormente peggiorata dopo la pandemia, perché molti commercianti locali hanno cominciato a provare «l’ansia di recuperare il tempo e i soldi persi» nel periodo in cui meno persone potevano muoversi a fini turistici. «Il Carnevale è diventato progressivamente una macchina da soldi», riassume. «Era sopravvissuto giusto il Carnevale di Cannaregio, che doveva essere una festa nostra, non un evento turistico. Nel momento in cui anche quello è stato traslocato sul Canal Grande, abbiamo perso pure quello».

La sfilata della pantegana sul Canal Grande, nel 2025 (AP Photo/Antonio Calanni)

Venezia è associata ai festeggiamenti di Carnevale fin dal medioevo. Il primo documento ufficiale che dichiara il Carnevale una festa pubblica risale al 1296, anche se la parola “Carnevale” venne utilizzata per la prima volta in un documento del Doge che parlava di divertimenti pubblici all’inizio dell’anno nel 1094. L’idea era quella di concedere alla popolazione un periodo di festeggiamenti che permettesse, in una certa misura, di sovvertire temporaneamente le rigide gerarchie sociali che esistevano nella Repubblica di Venezia. Dato che le maschere garantivano l’anonimato, rendevano anche possibile ciò che normalmente sarebbe stato considerato molto sconveniente, e persone di tutti i ceti sociali si mescolavano liberamente, partecipando alle stesse feste e scherzi.

Il Carnevale divenne nel tempo una tradizione talmente consolidata da alimentare un intero settore economico: artigiani che producevano maschere intricate, scuole che insegnavano le migliori tecniche per crearle, commercianti che le vendevano. Il picco del riconoscimento internazionale dell’evento fu nel Settecento, quando divenne una delle attrazioni più celebri d’Europa.

Il dipinto “Il Ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisè” di Francesco Guardi, che raffigura una festa di Carnevale a Venezia nel Settecento (Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento veneziano)

La situazione cambiò radicalmente nel 1797, quando le truppe napoleoniche occuparono Venezia e proibirono le celebrazioni del Carnevale, temendo che la popolazione potesse approfittarne per ribellarsi. Per quasi duecento anni si continuò a festeggiare il Carnevale soltanto su alcune isole minori e un po’ lontane dal centro storico, come Murano e Burano. Tuttora, quello di Burano è considerato dai veneziani uno degli ultimi carnevali autentici e popolari rimasti in città, anche perché per arrivarci ci vogliono circa cinquanta minuti di traghetto.

In città si ricominciò timidamente a festeggiarlo soltanto negli anni Settanta: nei primi anni erano previste soltanto delle piccole feste pensate per i bambini, che venivano travestiti quasi sempre con costumi e maschere fai-da-te cuciti dagli adulti della famiglia. Poi alcuni gruppi di commercianti, associazioni civiche e istituzioni locali cominciarono a riflettere sulla possibilità di organizzare eventi più sostanziosi puntando sul fatto che Venezia era ancora conosciuta come la città storica del Carnevale, in modo da attirare turisti durante una stagione storicamente poco appetibile, considerato il freddo umido della laguna a febbraio.

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La prima edizione ufficiale del Carnevale moderno si tenne nel 1979 grazie a una collaborazione tra gruppi di abitanti, Comune, il Teatro La Fenice e la Biennale, l’organizzazione che tra le altre cose gestisce la Mostra del Cinema di Venezia. Molti veneziani ricordano però con maggiore affetto il Carnevale dell’anno successivo, quando venne organizzato un ballo in piazza San Marco per chiudere i festeggiamenti.

Di quell’edizione, il New York Times scrisse che «oltre 100mila veneziani e visitatori con i volti dipinti e agghindati con costumi fastidiosi o divertenti si sono divertiti in piazza San Marco. Hanno ballato tenendosi per mano in file serpeggianti di forse 500 persone l’una, che sfrecciavano nello spazio vuoto». Quest’anno, invece, in piazza San Marco i festeggiamenti sono stati inaugurati con un “Gran Ballo con Bridgerton”, in collaborazione con Netflix, che proprio in questi giorni ha pubblicato la quarta stagione della serie sulla propria piattaforma.

Nonostante l’intento fosse fin da subito anche quello di attrarre turisti, molti veneziani che all’epoca erano giovani hanno ricordi molto vividi dell’aria di festa e coinvolgimento collettivo che si respirava, soprattutto durante le edizioni degli anni Ottanta. Alcuni ricordano le poche edizioni in cui gli studenti universitari partecipavano a “battaglie della farina” goliardiche, coprendo i pavimenti di varie calli del centro con un sottile strato bianco. Quasi tutti concordano sul fatto che il segnale più visibile del cambiamento, però, è il numero di persone che si traveste in maschera.

Maschere di Carnevale in vendita in piazza San Marco durante il Carnevale del 2025 (AP Photo/Antonio Calanni)

Oggi «c’è una standardizzazione verso il basso e verso l’alto: maschere prodotte in massa vendute a prezzi ridicoli e comprate dai turisti di giornata, oppure costumi e maschere d’epoca affittati a tariffe stratosferiche», dice Gasparinetti. Quello che manca, dice, è la “classe media” delle maschere che tradizionalmente venivano preparate in casa con grande inventiva e poi indossate per le calli e i campi della città. Anche quello, dice, è ormai introvabile: «ci sono gli eventi organizzati dal Comune, ormai standardizzati e rituali come se fossero la messa di Capodanno».

Matteo Secchi, fondatore del seguitissimo sito – e gruppo Facebook – Venessia.com, dice che l’ideale sarebbe tornare a un Carnevale più diffuso e spontaneo, fatto di tante piccole feste con musica dal vivo, cibo e bevande in ogni campo. Lui, intanto, dall’anno scorso sta cercando di introdurre una nuova tradizione: una sfilata di un centinaio di persone mascherate che camminano dalla stazione a piazza San Marco suonando tamburi e altri strumenti musicali. L’anno scorso, dice, al corteo si sono aggiunte decine di persone curiose di quella strana novità e, alla fine, a San Marco sono arrivate quasi 500 persone che ballavano e cantavano.