• Sport
  • Giovedì 5 febbraio 2026

La discesa libera è una cosa a parte

È la specialità più veloce e spericolata dello sci alpino, troppo estrema anche per alcuni sciatori

La discesista svizzera Jasmine Flury il 16 gennaio a Tarvisio, in provincia di Udine (Mattia Ozbot/Getty Images)
La discesista svizzera Jasmine Flury il 16 gennaio a Tarvisio, in provincia di Udine (Mattia Ozbot/Getty Images)
Caricamento player

La discesa libera è la specialità più veloce dello sci alpino, quella più estrema, spettacolare e adrenalinica. L’idea di base è essenziale: si scia giù da una montagna e chi ci mette meno tempo vince. Le piste su cui si svolgono le gare di discesa libera – alle Olimpiadi saranno a Bormio quella maschile e a Cortina quella femminile – richiedono a chi le affronta un enorme sforzo fisico e – seppur tra misure di sicurezza molto maggiori rispetto al passato – una certa propensione al rischio.

Nella discesa libera è tutto molto veloce, alto e lungo: le “porte” da cui passare ci sono, ma sono distanti tra loro circa 150 metri. Il dislivello di una pista da discesa libera (la differenza tra l’altitudine del punto di partenza e quella del punto di arrivo) può superare i 1.000 metri, spesso ci sono salti (che in alcune occasioni superano i 50 metri) e la velocità massima registrata è superiore ai 160 chilometri orari.

A differenza dello slalom gigante e dello slalom speciale (i cui “pali snodati” distano pochi metri gli uni dagli altri), la discesa libera (come anche il supergigante, o super-G) si svolge su un’unica manche, preceduta da alcune prove cronometrate che non influiscono sul risultato finale ma servono per far provare la pista a sciatori e sciatrici.

Insieme con lo slalom, la discesa libera è la più antica disciplina competitiva dello sci alpino: c’era ai primi Mondiali di sci alpino, nel 1931, e alle Olimpiadi debuttò a St. Moritz nel 1948. A volte è chiamata anche solo “la libera”, ed è spesso soprannominata “la specialità regina” dello sci alpino.

Molte delle piste da sci più famose al mondo sono piste di discesa libera. È il caso della Streif di Kitzbühel (in Austria) e della Lauberhorn di Wengen (in Svizzera). Anche l’Olympia delle Tofane di Cortina e la Stelvio di Bormio, in Veneto e in Lombardia, sono due storiche piste della Coppa del Mondo di sci alpino: non sempre è così, visto che spesso le Olimpiadi sono state fatte in paesi o località che non avevano tappe di Coppa del Mondo e che quindi hanno dovuto organizzare gare su piste senza storia o fama.

A inizio Novecento le discese erano letteralmente libere. Fissato il punto di partenza e il traguardo, non esistevano porte direzionali e chi sciava sceglieva il percorso che preferiva per arrivare al traguardo. Solo in seguito, grazie a evoluzioni tecnologiche che hanno permesso l’uso di impianti di risalita, sistemi di cronometraggio digitale e tracciatura delle piste, le gare hanno assunto il formato attuale, con alcune porte e, più di recente, con linee trasversali e longitudinali che segnalano le pendenze e indicano la direzione da seguire.

Ancora oggi il numero di porte entro cui passare in discesa libera non è fisso, ma scelto di volta in volta. «Secondo necessità», si legge su un documento della FIS, la federazione internazionale che organizza le principali gare di sci alpino.

La discesa libera, dice la FIS, ha sei componenti fondamentali: tecnica, coraggio, velocità, rischio, prestanza fisica e giudizio. Non è solo una disciplina da spericolati (non lo è nemmeno l’ancora più estremo – e non olimpico – sci di velocità).

Conta andare veloci, ma anche gestire la velocità. Ancor più che in altre specialità dello sci alpino per la discesa libera è necessario “interpretare il pendio”, cioè conoscere ogni minimo dettaglio della pista per poterlo sfruttare a proprio favore.

La sciatrice russa Julia Pleshková il 17 gennaio a Tarvisio durante la discesa libera (Mattia Ozbot/Getty Images)

Nella sua autobiografia lo sciatore norvegese Aksel Lund Svindal scrive che, quando gareggia in discesa libera, è costretto a «vivere nel futuro». In discesa libera si va così veloci che bisogna agire d’anticipo: in ogni caso «di frenare non se ne parla», assicura Svindal. Affinché siano più visibili le porte, tra l’altro, viene spruzzato colorante blu sulla neve (secondo le regole si potrebbero usare anche «piccoli aghi di pino»).

Buona parte delle piste di Coppa del Mondo (il massimo circuito internazionale di sci alpino) si percorre quasi per intero a oltre 100 chilometri orari. A quelle velocità un errore può portare a incidenti molto gravi e, soprattutto in passato, a volte mortali.

«Una volta la discesa libera era quasi una prova di sopravvivenza» dice al Post Lorenzo Fabiano, giornalista e autore di diversi libri sullo sci. Le piste erano molto strette, la neve poco omogenea e le vie di fuga scarse o addirittura assenti. Le uniche barriere protettive erano delle balle di fieno che, con il gelo, diventavano dure come mattoni. Sebbene tutt’altro che risolta, la questione sicurezza durante le discese libere è migliorata notevolmente negli ultimi anni: sia per quanto riguarda la realizzazione delle piste che per le misure e gli strumenti per la sicurezza degli atleti.

Diversi passaggi delle più famose piste del mondo sono stati resi più sicuri. Dopo tante rovinose cadute, per esempio, le “Gobbe del Cammello” (una serie di tre dossi) della Saslong, in Val Gardena, sono state smussate, così da accorciare i salti.

La discesa libera è vista come una specialità estrema anche da sciatori e sciatrici di altre specialità dello sci. Ingemar Stenmark, lo sciatore più vincente nella storia della Coppa del Mondo maschile di sci alpino, partecipò a una sola gara di discesa libera. «Si è tolto lo sfizio di fare la Streif a Kitzbühel» ha scritto Fabiano: «Una volta gli chiesi di raccontarmi come andò: “Meglio lasciar perdere”, mi disse».

– Leggi anche: Alberto Tomba prima e dopo le sue vittorie