Ritorno a Monte Livata (o della fine della montagna di massa)

«Di fronte alle Olimpiadi che si stanno per aprire a Cortina, il declino delle aspiranti Cortine degli Appennini pone una domanda che riguarda molte aree montane: ha ancora senso investire in modelli turistici ad alto consumo idrico in territori che l’acqua non l’hanno mai avuta in abbondanza?»

(foto Christian Raimo)
(foto Christian Raimo)
Christian Raimo
Christian Raimo

Nato nel 1975 a Roma, dove ancora vive, insegna filosofia e storia al liceo. Collabora con diverse testate, fa parte del progetto di giornalismo indipendente Sveja. Il suo libro più recente è L’invenzione del colore (La nave di Teseo).

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Mi sono fatto un giro a Monte Livata l’ultima volta nei giorni di Natale, ad apparigliare la memoria infantile con l’impressione di una mattina di quest’inverno mite: le doghe in legno sulle pareti, il pavimento in gomma a bolli, tutto bisognoso di colla e riparazioni. Non ho incontrato nessuno.

Il fabbricato era consunto, le pareti impolverate, la luce del sole si allagava sulle grandi vetrate appannate. La struttura è in perenne manutenzione. Il garage è lo stesso incubo di allora per noi bambini che temevamo l’apparizione improvvisa di presenze silenziose, oggi è un horror disabitato persino dai fantasmi. Le macchine parcheggiate all’esterno sono due. Aspetto invano che qualcuno si affacci da un terrazzo. Passeggiando tra i corridoi non si sentono voci. Fuori la neve fresca di qualche giorno è uno sberleffo di fronte alla ruggine e al cemento scrostato.

Ormai la storia di Monte Livata ha una sua vulgata anche su Wikipedia. Dal paradiso della “montagna della capitale” al lungo purgatorio di un declino intermittente, tra proclami di rinascite e rese incondizionate. Dal 2020 non ci sono più alberghi, i residence – compreso il Polaris, dove i miei avevano comprato un appartamento a fine anni Settanta – sono quasi completamente sfitti.

(foto Christian Raimo)

Il degrado non è stato improvviso. La lentezza ha significato impercettibilità: stagioni turistiche accorciate, aperture rimandate, skilift fermi «in attesa della prossima nevicata», la concorrenza di Roccaraso e Campo Felice nel vicino Abruzzo. Quel che è stato sempre promesso e mai esaudito è stato l’arrivo dell’acqua corrente.

La modernità senza acqua: su questo si potrebbe davvero scrivere un saggio di storia contemporanea dell’Italia dagli anni Ottanta in poi. Di più, Livata diventerebbe l’emblema di un cambiamento che non riguarda solo questo pezzo di mondo. Storicamente in questa parte d’Appennino è mancata una rete idrica abbondante e continua. L’approvvigionamento è sempre stato fragile, legato a sorgenti locali, cisterne e soluzioni provvisorie, insufficienti a sostenere un comprensorio sciistico moderno. Questa debolezza infrastrutturale ha avuto conseguenze dirette e indirette: ha limitato l’espansione edilizia, ha reso complessa la gestione delle strutture ricettive e, soprattutto, ha impedito la realizzazione di un sistema stabile di innevamento artificiale. Immaginare la “montagna dei romani” senza pianificare l’approvvigionamento di acqua corrente è stato il segno di un’aspirazione di progresso claudicante fin dall’inizio.

Le vecchie seggiovie si sono arrugginite, e quella nuova – a quattro posti – inaugurata nel 2013 ha reso evidente questa contraddizione. Un impianto costoso, simbolo di rilancio, privo però del supporto idrico necessario a renderlo realmente funzionale in assenza di nevicate abbondanti. Senza acqua non c’è neve programmata; senza neve programmata lo sci resta un evento occasionale, affidato al caso meteorologico. Nel frattempo è arrivata la coscienza ambientalista, la moda del foliage, le inerzie delle piccole mafie locali e “la montagna della capitale” con le foto sugli sci è rimasta nelle cartoline vintage.

Di fronte alle Olimpiadi Milano Cortina, che si stanno per aprire proprio nella Cortina originale, l’immagine delle aspiranti Cortine sembra un’ombra junghiana. In un senso più prosaico, la crisi di Livata indica una domanda che riguarda molte aree montane: ha ancora senso investire in modelli turistici ad alto consumo idrico in territori che l’acqua non l’hanno mai avuta in abbondanza?

La seggiovia quadriposto della stazione sciistica di Monna dell’Orso a Monte Livata, inaugurata il 22 dicembre 2013 alla presenza dell’allora presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. (Ansa/ Ufficio stampa Regione Lazio)

Il 27 dicembre scorso è uscito sul Guardian un articolo che racconta l’abbandono delle località montane di tutta Europa pensate per lo sci di massa.

Quando alla fine della stagione del 2018 sulle Alpi meridionali francesi chiuse la stazione sciistica Céüze 2000, i lavoratori pensarono di poter tornare l’inverno successivo. Le mappe delle piste erano lasciate impilate accanto alla graffatrice; il foglio con i turni degli impianti era appuntato alla parete. Sei anni dopo, un quotidiano ingiallito datato 8 marzo 2018 giace ancora piegato su un tavolo, come se qualcuno avesse appena sfogliato distrattamente le pagine. Una bottiglia d’acqua mezzo bevuta è ancora lì.

La stazione di Céüze è stata aperta per 85 anni. Oggi è una delle decine di località sciistiche abbandonate in tutta la Francia, parte di un nuovo paesaggio che si può definire “delle stazioni fantasma”. Nella mappa del Guardian soltanto in Francia sono più di 186 quelle definitivamente chiuse. Il che non può che sollevare interrogativi su come si debbano lasciare le montagne — tra gli ultimi spazi selvaggi d’Europa — una volta che gli impianti smettono di funzionare.

A febbraio scorso è stato pubblicato Winter is coming for ski resorts: insights from the Apennines (Italy), uno studio sulle stazioni sciistiche appenniniche abbandonate, svolto da Giuliano Bonanomi, Mara Gherardelli, Sabrina Spigno e Mohamed Idbella, del dipartimento di agraria dell’università Federico II di Napoli. A un primo esame, sarebbero il 41 per cento (con un altro 32 per cento chiuso per almeno 7 degli ultimi 10 anni).

Con un innalzamento delle temperature di due gradi centigradi (previsione ottimistica), metà delle stazioni sciistiche europee scomparirebbe; con un innalzamento a quattro gradi (previsione assai pessimistica, ma non impossibile), ne sparirebbe il 98 per cento. Nonostante queste evidenze, non si smette di credere a un’inversione di tendenza.

– Leggi anche: Anno nuovo, clima vecchio

Sia nel Pnrr che nelle misure ordinarie ci sono fondi per il recupero di questi luoghi e per investire ancora nel turismo invernale e nella costruzione di impianti. Per esempio, nella legge di bilancio del 2024, il governo italiano aveva stanziato circa 148 milioni di euro per sostenere finanziariamente l’ampliamento, la ristrutturazione e il ripianamento dei deficit di bilancio di diverse località delle Alpi e degli Appennini.

Non è bastato il fallimento del modello degli anni Ottanta?

Un gruppo di suore alla stazione sciistica di Monte Livata, 18 gennaio 1965 (Ansa/Oldpix)

Monte Livata, non solo per me, è l’icona di un’utopia di progresso e felicità redistribuita per il ceto medio: un’immagine per certi versi primaria che potrei raccontare in terapia a uno psicologo, come correlato oggettivo di quello che, della mia infanzia, mi è stato fatto sognare e poi si è perduto.

Pian di Novello, Monte Tesoro, Prato Selva, Bagnoli Irpino, Fossa Paganica…

Si potrebbero elencare luoghi che hanno avuto un destino peggiore di Livata, senza nemmeno un cenno di revival o ripensamento. Anche in Italia si potrebbe disegnare una mappa della montagna abbandonata, censendo, persino con un singulto di malinconia per i nomi evocativi, quelle che si sperava diventassero Cortine e oggi sono deserte – stazioni fantasma come arti fantasma di uno sviluppo urbanistico immaginato come quello di un organismo, ma interrotto al momento della crescita.

Alle responsabilità per aver immaginato una vanesia ascesa sociale incarnata nel cemento e nelle sue forme senza tenere conto dei limiti della natura, spesso si è assommata l’infinita casistica della malagestione: progetti approvati dai comuni e annullati dai ministeri o viceversa, piste da sci sequestrate per anni, finanziamenti a pioggia per i nuovi impianti di risalita messi a repentaglio con procedure irregolari nell’acquisto delle strutture. Si potrebbe fare una storia giuridica di questi luoghi, registrando il peso della presenza di una mafia anomala, addentellata con quelle urbane, capace solo di drenare i soldi pubblici legati alla cura delle aree montane, dei pascoli, dei boschi.

Non distante da Monte Livata, sempre nel parco dei monti Simbruini, ma dalla parte abruzzese, in quella che viene promossa dagli enti del turismo come “la faggeta più grande d’Europa”, c’è Marsia, una località gemellare, oggi desolatissima, con i residence e gli impianti sciistici ridotti a spauracchi postindustriali. Nel 2006 uscì per Barbera editore La città scomparsa, un romanzo di Michele Governatori che prendeva, senza nominarla, Marsia come ambientazione per un ritratto della stoltezza prometeica che ha creato quest’edilizia di cemento e amianto tra i boschi dell’Appennino. Il racconto di Governatori trasfigura e prefigura le cronache locali.

Nei casi migliori infatti la natura si è ripresa il suo posto. L’ha fatto con le temperature e con i venti, uno scirocco imperscrutabile che soffia come un avvertimento nei weekend invernali. Il turismo dello sci si è trasformato in quello del foliage e del trekking, le tutele ambientali hanno impedito di realizzare altre cubature, e a partire dalla pandemia e con il cambiamento climatico la riscoperta di questi luoghi è meno ispirata dal desiderio di colonizzare e più da quello di essere accolti.

Da dentro il residence Polaris di Campo dell’Osso, Monte Livata. (foto Christian Raimo)

Una signora da cui mi fermo a mangiare a Campo dell’Osso, a cento metri dal residence Polaris, nel vecchio ristorante in cui da piccoli andavamo solo nelle occasioni speciali, dopo le lunghe camminate, o le escursioni al monte Autore, usa l’aggettivo devastante sia per definire quello che è accaduto qui a causa dell’avidità degli umani sia per indicare la bellezza di una natura che questo pezzo di storia la racconterebbe meglio di qualunque memoria familiare.

L’impressione che si ha, anche per chi viene la prima volta, è di essere dei sopravvissuti. Mentre mi incammino nel sentiero innevato che riscende verso Livata, la luce metallica sembra quella delle illustrazioni in stile fantascienza-retro di Simon Stålenhag. Le villette monofamiliari abbandonate con i cartelli di vendesi assomigliano ai rifugi antiatomici di una guerra che dura almeno dalla mia infanzia e di cui non ci eravamo resi conto.

– Leggi anche: Ritorno a Monte Livata (o della mania di scrivere di sé), di Christian Raimo

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