Uno stratagemma per permettere ad alcuni fuorisede di votare al referendum sulla giustizia
Consiste nel nominarli rappresentati di lista così che possano votare in un seggio dove non hanno la residenza, ma i posti sono pochi

Mercoledì la maggioranza ha respinto la proposta delle opposizioni per introdurre il voto fuori sede al referendum sulla riforma della giustizia, indetto per il 22 e il 23 marzo. Lavoratori, lavoratrici e studenti fuorisede, quindi, non potranno votare in un seggio diverso da quello dove risiedono. Il partito Alleanza Verdi e Sinistra, però, ha detto che riserverà agli elettori fuorisede i propri posti per ricoprire il ruolo di rappresentanti di lista ai seggi, in modo che possano votare nel seggio al quale sono assegnati, anche se diverso da quello in cui sono residenti.
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I rappresentanti di lista sono persone che assistono alle operazioni di voto e allo scrutinio delle schede nei seggi per accertare che non si verifichino irregolarità. Lo fanno per conto di partiti, gruppi politici, candidati o comitati promotori delle consultazioni popolari. Nel caso dei referendum, i rappresentanti di lista possono essere nominati da partiti e gruppi politici presenti in parlamento, oppure dai comitati promotori del referendum. I rappresentanti di lista possono assistere a tutte le operazioni elettorali, far inserire nei verbali brevi dichiarazioni e apporre la loro firma su alcuni atti ufficiali delle votazioni (come i verbali o le strisce per chiudere le urne). Ma soprattutto possono votare nel seggio dove esercitano le funzioni di rappresentante, anche se sono iscritti in un’altra sezione.
Ogni partito, gruppo o comitato può nominare al massimo due rappresentanti per ogni seggio: uno effettivo e uno che funge da supplente se il primo non è più disponibile. Il numero di posti disponibili, quindi, non è molto alto. Se si conta che in tutta Italia ci sono circa 60mila seggi, significa che in teoria potrebbero essere nominati e votare al massimo 120mila fuorisede, a fronte di una stima, fatta dal governo, di circa 4,9 milioni. Si tratta, da parte di AVS, di una soluzione adottata in segno di protesta contro la maggioranza, che non ha voluto predisporre la modalità di voto fuori sede.
La stessa proposta era stata fatta anche per i referendum dell’8 e del 9 giugno del 2025, che riguardavano la cittadinanza e il lavoro. In quel caso, però, il governo aveva permesso di votare fuori sede sia agli studenti che ai lavoratori, che però avrebbero dovuto farne richiesta entro una certa scadenza. AVS era ricorsa alla soluzione dei rappresentanti di lista per permettere di votare anche a quei fuorisede che non avevano fatto in tempo a presentare la domanda.



