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  • Domenica 1 febbraio 2026

Alle presidenziali in Costa Rica si è parlato soprattutto di sicurezza

Gli omicidi legati al narcotraffico sono in aumento, e la candidata favorita propone un approccio duro

Laura Fernandez durante un evento della campagna elettorale a San José, la capitale del Costa Rica, 24 gennaio 2026 (AP Photo/Carlos Gonzalez)
Laura Fernandez durante un evento della campagna elettorale a San José, la capitale del Costa Rica, 24 gennaio 2026 (AP Photo/Carlos Gonzalez)
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Domenica si vota in Costa Rica per eleggere il o la presidente e tutti i 57 membri del parlamento unicamerale. In campagna elettorale si è parlato soprattutto di sicurezza: fino a pochi anni fa il Costa Rica era considerato uno tra i paesi più sicuri dell’America Latina, ma il tasso di omicidi sta aumentando e si sta avvicinando a quello di altri paesi della regione con gravi problemi di criminalità, come il Brasile e il Messico.

Negli ultimi quattro anni il governo del presidente Rodrigo Chaves non è riuscito a migliorare le cose in modo soddisfacente, ma anche grazie a una retorica securitaria e populista è arrivato a fine mandato con un’approvazione del 59 per centoChaves però non può ricandidarsi nell’immediato, perché la Costituzione non consente due mandati consecutivi.

Alle presidenziali la favorita è Laura Fernández, del Partito del Popolo sovrano (di destra): è stata più volta ministra di Chaves e si pone in continuità con lui. I sondaggi la danno tra il 40 e il 46 per cento dei consensi, sufficienti a vincere al primo turno (la soglia minima per evitare il ballottaggio è proprio il 40 per cento).

Nei sondaggi segue a enorme distanza il socialdemocratico Álvaro Ramos, che sta tra il 6 e il 12 per cento. Degli altri 20 candidati presidenziali solo una, Claudia Dobles della Coalizione Agenda cittadina di centrosinistra, potrebbe ottenere un risultato rilevante (tra il 5 e l’11 per cento). Anche alle elezioni parlamentari il partito di Fernández è dato come favorito, ma non è scontato che ottenga da solo la maggioranza in parlamento.

Un sequestro di sostanze stupefacenti a San José, Costa Rica 28 novembre 2026 (AP Photo/Jose Diaz)

Il Costa Rica è stato tra i primi paesi al mondo a smantellare le proprie forze militari, dopo la fine della guerra civile nel 1948. La sua democrazia è solida e negli ultimi decenni ha investito più nella prevenzione dei crimini, per esempio con programmi sociali e di istruzione, che nel contrasto con le forze armate.

Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: da punto di passaggio nelle rotte per il narcotraffico è diventato un centro di smistamento logistico importante per i cartelli, e la sua rilevanza nelle rotte della droga verso l’Europa e gli Stati Uniti ha acquisito centralità. Questo ha portato a un maggior radicamento dei cartelli e alla creazione di bande locali, che prima non c’erano.

Una delle conseguenze è l’aumento della violenza: nel 2015 gli omicidi erano circa 11 ogni 100mila abitanti, nel 2025 sono stati quasi 17; il 70 per cento avviene negli ambienti del narcotraffico e lontano dalle principali rotte turistiche, settore importante per l’economia del Costa Rica. Ma l’espansione della criminalità organizzata nella società civile, con il reclutamento soprattutto di giovani delle fasce più povere, e l’aumento delle vittime collaterali hanno reso il tema della sicurezza sempre più centrale per la popolazione. Oggi il 45 per cento dei costaricani ritiene che la sicurezza dovrebbe essere la priorità per il futuro governo.

Quando fu eletto nel 2022 Chaves tentò inizialmente di ridimensionare la questione, sostenendo fosse un’emergenza gonfiata dalla stampa. Poi ha adottato una retorica via via più populista e securitaria: tra le altre cose ha più volte elogiato la violenta campagna di repressione del crimine organizzato promossa a El Salvador dal presidente Nayib Bukele, e a gennaio ha partecipato all’inizio della costruzione di un’enorme prigione di massima sicurezza ispirata a una di El Salvador nota per le condizioni pessime e i frequenti casi di abusi. 

Rordigo Chaves e Nayib Bukele alla posa della prima pietra della prigione di Alajuela, a nordovest della capitale San José, 14 gennaio 2026 (AP Photo/Carlos Leon)

Anche Fernández ha più volte sostenuto che il modello da seguire dovrebbe essere El Salvador. Ha anche detto che il Costa Rica potrebbe adottare una storta di “stato di emergenza”, con cui la sospensione di alcune garanzie costituzionali permetterebbe di adottare misure speciali contro il narcotraffico, soprattutto nelle zone più coinvolte. Anche in questo caso il modello è Bukele, che a El Salvador ha usato lo stato di emergenza per condurre una campagna violenta che ha indebolito le bande criminali, tra arresti di massa e sistematiche violazioni dei diritti umani.

I due principali candidati dell’opposizione si sono detti contrari e preoccupati per una possibile svolta autoritaria del paese. Il socialdemocratico Ramos ha proposto di investire di più nelle forze di sicurezza, mentre Dobles dice di voler puntare sulla prevenzione destinando maggiori fondi all’educazione e ai programmi sociali.