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  • Giovedì 29 gennaio 2026

Al referendum sulla giustizia non ci sarà il voto per i fuorisede

Non è chiaro perché il governo non lo abbia previsto: secondo le opposizioni per paura dei voti contrari alla riforma

Passeggeri alla stazione Porta Nuova di Torino, il 6 maggio 2025 (ANSA/Alessandro Di Marco)
Passeggeri alla stazione Porta Nuova di Torino, il 6 maggio 2025 (ANSA/Alessandro Di Marco)
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Al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, previsto per il 22 e il 23 marzo, gli studenti e i lavoratori fuorisede non potranno votare nella città dove vivono. Mercoledì la maggioranza ha respinto gli emendamenti con cui l’opposizione aveva chiesto di introdurre il voto per i fuorisede, già adottato in via sperimentale per i referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno del 2025 e per le elezioni europee del 2024. Il ministero dell’Interno sostiene che ora non ci sia abbastanza tempo per organizzare le procedure; secondo l’opposizione invece il governo avrebbe paura che i fuorisede possano votare contro la riforma.

La riforma della giustizia su cui si voterà è quella fortemente voluta dal governo di Giorgia Meloni, che introduce soprattutto la separazione delle carriere dei magistrati (tra quelli “giudicanti”, che emettono le sentenze, e quelli “inquirenti”, cioè che svolgono le indagini).

– Leggi anche: La riforma costituzionale della giustizia, spiegata

Lo scorso 27 dicembre il governo ha approvato un decreto-legge con il quale ha stabilito alcune modalità per lo svolgimento del voto in occasione del referendum. Il decreto-legge è un atto legislativo che il governo può adottare in casi di necessità e urgenza: ha lo stesso valore delle leggi ordinarie, ma entro 60 giorni deve essere convertito in legge dal parlamento, che lo fa discutendo e approvando una legge detta “di conversione”. Il decreto di dicembre era in discussione alla Camera proprio negli scorsi giorni, più precisamente nella commissione Affari costituzionali (una sorta di sezione specializzata che esamina e, se necessario, modifica la legge prima che venga discussa da tutti i deputati).

Mentre la legge veniva discussa in commissione, alcuni deputati delle opposizioni hanno presentato diversi emendamenti in cui chiedevano di introdurre il voto fuori sede per chi vive in una città diversa da quella di residenza per motivi di studio, lavoro o cure mediche. Mercoledì la commissione ha finito di esaminare il testo e ha deciso di non adottare gli emendamenti dell’opposizione. Ora il decreto dovrà essere discusso e votato da tutta la Camera che, almeno in teoria, potrebbe anche ripensarci e introdurre la misura, ma è molto improbabile che lo faccia.

Anche perché il governo ha motivato il respingimento degli emendamenti con ragioni di forma e non di merito. Wanda Ferro, sottosegretaria al ministero dell’Interno, ha detto che il governo non vuole penalizzare i fuorisede, ma che mancherebbero i «tempi tecnici» necessari ai comuni per attuare le procedure.

Gli emendamenti dell’opposizione prevedevano che la richiesta del voto fuori sede venisse fatta almeno 14 giorni prima del referendum: è una procedura normale, usata anche al referendum del 2025, quando i fuorisede avevano dovuto presentare la domanda almeno 35 giorni prima delle votazioni. Secondo Ferro, però, questo ha impedito di approvare la richiesta, perché i tempi per le procedure si sarebbero ridotti ulteriormente di due settimane.

Le opposizioni, comunque, dicono che la mancanza di tempo non c’entra. Secondo loro il governo avrebbe respinto gli emendamenti per impedire ai fuori sede di votare contro la riforma, approfittando del fatto che il referendum costituzionale non richiede il raggiungimento del quorum (cioè che voti almeno la metà degli elettori: è valido in ogni caso). Riccardo Magi, deputato di +Europa, dice di non capire perché la maggioranza non abbia adottato il suo emendamento, che ricalcava la misura attuata dal governo nel 2025, quando con una deroga aveva permesso il voto fuori sede ai referendum abrogativi sulla cittadinanza e sul lavoro (che invece prevedevano il quorum).

In effetti, se si valutano solo i tempi, non c’è molta differenza tra i due referendum: il decreto elezioni del primo referendum era stato approvato il 19 marzo 2025 e le votazioni si sono tenute l’8 e il 9 giugno 2025. Per questo referendum il decreto è stato approvato il 27 dicembre 2025 e si voterà il 22 e il 23 marzo 2026. L’intervallo è di un’ottantina di giorni in entrambi i casi. La differenza è che il decreto del primo referendum era stato emanato dal governo già con all’interno il voto per i fuorisede. Quest’ultimo, invece, non lo conteneva: da qui la richiesta delle opposizioni di inserirlo dopo, mentre il testo era già in discussione in parlamento.

Questa volta, quindi, la modifica sarebbe stata fatta effettivamente più tardi rispetto al referendum del 2025. A questo punto, però, Magi e il deputato Filiberto Zaratti, di Alleanza Verdi e Sinistra, si sono chiesti per quale motivo il governo non abbia inserito il voto fuori sede già durante la scrittura del decreto, come aveva fatto nel 2025.

Nelle altre due votazioni, quella delle europee e quella dei referendum, il governo aveva permesso il voto fuori sede (nel primo solo per gli studenti e nel secondo anche per i lavoratori) con una «disciplina sperimentale», attraverso una deroga alla legge che impone agli elettori di tornare nel comune di residenza per votare. In entrambi i casi era quindi una misura temporanea, ma il fatto che fosse stata adottata già due volte, aveva indotto molti a pensare che fosse l’inizio di una tendenza. Ferro ha detto che il governo ha intenzione di continuare «su questa strada, ma con i giusti tempi».