Capire male i testi delle canzoni
È un tipo di equivoco ricercato per i suoi effetti comici, ma anche un fenomeno linguistico noto come “mondegreen”

In Italia ci sono persone che l’8 gennaio si fanno gli auguri in chat e sui social per celebrare uno dei più longevi meme di Internet: l’“Ascanio day”. C’entra la popolarità straordinaria e prolungata di un video caricato su YouTube nel 2008 da un utente italiano. Era il video di una canzone iraniana degli anni Ottanta, in lingua farsi, a cui lui però aveva aggiunto dei sottotitoli perché sembrasse cantata in italiano. «Hey, lascia entrare Ascanio, dall’8 di gennaio» erano le prime due strofe: senza senso, come tutto il resto della canzone “italianizzata”.
La canzone diventò talmente popolare che a un certo punto il suo autore, Lorenzo Rutili, finì per suonarla dal vivo in un programma della BBC con l’autore della canzone originale, il cantautore iraniano Shahram Shabpareh.
Mettere insieme parole italiane che abbiano un suono simile a quello delle parole di una canzone in un’altra lingua è una tecnica con effetti comici noti e ampiamente collaudata. Le canzoni travisate sono un popolare format del trio Medusa su Radio Deejay, per esempio, e ci sono profili social che raccolgono decine di esempi.
Una volta ascoltate nella versione travisata, è difficile fare a meno di sentire nelle canzoni frasi assurde o senza senso come «caro zio Giovanni te la rubo na ciabatta», «lo ste… lo stesso… lo stesso costumin» o, in dialetto barese, «tre mes’ e fest’ per qual motiv’?».
Nelle canzoni famose travisate che circolano su Internet e in radio il fraintendimento è voluto. Ma capire male qualche parola di una canzone perché suona come un’altra, o ci si avvicina molto, è soprattutto un tipo di equivoco involontario e infantile, materia di un repertorio interminabile. E non riguarda soltanto canzoni cantate in una lingua diversa dalla propria.
C’erano italiani sinceramente convinti negli anni Settanta che la prima strofa di “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni fosse «Quella tua maglietta Fila», o che “Il tempo di Morire” di Lucio Battisti cominciasse con «Motocicletta, riesci a capi’?». Restando sulle moto, molti anni dopo, alcuni sentivano «deodorante appena preso che fa moto sci» dove gli 883 cantavano «che fa molto chic». Ognuno ha i suoi equivoci personali da aggiungere alla lista (quella sui testi di Baglioni è molto lunga, in effetti).
Vale anche per i paesi anglosassoni, dove i testi di canzoni famose possono essere fraintesi allo stesso modo: non solo da chi non mastica l’inglese, che ci può stare, ma anche dai madrelingua. Il ritornello di “In the Air Tonight” di Phil Collins per qualcuno faceva “I can hear it coming in the yellow night”, e quello di “Bad Moon Rising” non finiva con “there’s a bad moon on the rise” ma con “there’s a bathroom on the right”. La maggior parte degli esempi, e vale anche per le canzoni italiane, risale a tempi in cui i testi non erano facilmente reperibili come oggi.
Un altro esempio è “Wish You Were Here” dei Pink Floyd. Nella newsletter Le Canzoni il peraltro direttore editoriale del Post Luca Sofri riprendeva un suo vecchio dubbio sulla parte del testo in cui il paradiso viene contrapposto all’inferno (heaven from hell) e i cieli blu al dolore (blue skies from pain). È comprensibile che qualcuno capisse rain anziché pain, dato che la contrapposizione tra cieli blu e pioggia è probabilmente più ovvia rispetto a quella tra cieli blu e dolore.
Ed è a suo modo comprensibile anche l’interpretazione proposta da un lettore della newsletter, per quanto spericolata, di una parte successiva di quella stessa canzone: We’re just two lost soles [“sogliole”, anziché souls, “anime”] swimming in a fish bowl. Perché per lui due sogliole sarebbero più adeguate di due anime, a nuotare in una boccia per i pesci.
C’è tutta una letteratura scientifica e diversi libri, in inglese, sulle parole delle canzoni capite male. L’equivoco da cui derivano, una specie di “lapsus uditivo”, è un fenomeno linguistico così frequente da avere anche un nome preciso: mondegreen, una parola che non significa niente. È usata per descrivere casi in cui l’ascoltatore comprende male una parola o una frase anche se chi la dice l’ha pronunciata correttamente.
La parola deriva da un saggio del 1954 di una scrittrice americana, Sylvia Wright, in cui raccontava che quando era bambina sua madre le leggeva certe poesie popolari scozzesi del Settecento. Quella che le era rimasta più impressa si concludeva con i versi They hae slain the Earl o’Muray, and laid him on the green (“Uccisero il conte di Moray, e lo deposero sul prato”), ma lei rimase convinta per anni che insieme al conte avessero ucciso anche tale “Lady Mondegreen” (… and laid him on the green).
I mondegreen si verificano quando, tra chi produce un suono per esprimere un significato e chi vuole intenderlo, la comunicazione si interrompe o è ostacolata per qualche motivo. Un caso tipico è quando il rumore ambientale si sovrappone al messaggio, o mancano indizi visivi che aiutino a interpretarlo: al telefono o alla radio, appunto, dove la lettura del labiale non è possibile.
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C’è poi un motivo se i fraintendimenti delle parole delle canzoni sono in effetti più frequenti da bambini. È un’età in cui non si conoscono i significati di molte parole e non si ha ancora piena familiarità con i processi che permettono di formarle, né con quelli che permettono di comporre le frasi nella propria lingua. Soltanto crescendo, con la pratica e con l’ascolto, i bambini imparano dove finisce una parola e ne comincia un’altra.
“Una bugia o la verità”? o “una bugiola-verità” (una bugia piccola, quasi una verità)?
Con le canzoni i fraintendimenti sono frequenti perché il più delle volte le ascoltiamo: non vediamo chi le canta, e quindi nell’interpretazione ci arrangiamo con la percezione uditiva e basta. È anche un tipo di produzione più sregolata rispetto ad altre forme di discorso, perché nelle canzoni – come anche nella poesia – la metrica, gli accenti e le inflessioni possono variare parecchio rispetto al parlato colloquiale.
L’interpretazione si complica ulteriormente se le parole che ascoltiamo sono di una lingua che conosciamo poco o non conosciamo affatto, come dimostrano le canzoni straniere travisate. Parole e significati che in teoria dovrebbero essere chiari possono essere ambigui o, nella peggiore delle ipotesi, del tutto oscuri. E il cervello risolve quell’ambiguità come meglio può, con le informazioni contestuali e con le conoscenze che ha a disposizione.
“Like a wheel, gonna spin it”? o “le galline con le spine”?
Il contesto e le conoscenze di solito riducono il rischio di fraintendimento, ma un altro fattore che può influenzare l’interpretazione delle parole delle canzoni è quanto sono o non sono frequenti nell’uso comune. Quando si cerca di riconoscerle, è più probabile scegliere quelle con cui si ha maggiore familiarità.
È forse per questo motivo che il caso più famoso e citato di canzone inglese capita male è un verso di “Purple Haze” di Jimi Hendrix, excuse me while I kiss the sky, in cui molti invece sentirono excuse me while I kiss this guy: perché sebbene fossero gli anni Sessanta era comunque più probabile baciare ragazzi che cieli. E anche le magliette Fila, in effetti, ai tempi di “Questo piccolo grande amore” andavano molto.



