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  • Giovedì 29 gennaio 2026

I giudici del Minnesota non ce la fanno più

Sono oberati dalle cause di chi viene arrestato nelle operazioni anti-immigrazione, e devono gestire i conflitti di competenze tra stato e governo

Agenti federali durante un arresto a Minneapolis, 11 gennaio 2026 (AP Photo/John Locher)
Agenti federali durante un arresto a Minneapolis, 11 gennaio 2026 (AP Photo/John Locher)
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Una delle conseguenze dei metodi sommari e violenti con cui l’amministrazione di Donald Trump sta conducendo le operazioni anti-immigrazione in Minnesota è che i tribunali federali nello stato sono subissati di cause legali, che spesso sono difficili da risolvere anche a causa della mancata collaborazione dell’amministrazione e dei conflitti di competenze tra autorità statali e federali.

Molte persone denunciano di essere state prelevate da casa senza un mandato e di essere state incarcerate senza accuse e senza prospettive di liberazione, a volte a migliaia di chilometri di distanza. Ci sono anche denunce di violenze fisiche e una causa collettiva per profilazione razziale presentata da un’importante organizzazione di attivisti per i diritti civili.

In Minnesota i giudici federali sono 17: sette a tempo pieno e 10 part time. Negli Stati Uniti i giudici federali sono nominati dai presidenti e rimangono in carica a vita, quindi anche quando vanno formalmente in pensione possono continuare a esercitare. Dieci di questi giudici sono di nomina Democratica, sette Repubblicana. La maggior parte delle sentenze sugli arresti compiuti durante le operazioni anti-immigrazione stanno dando ragione a chi denuncia.

È il caso per esempio di Ta Lah, una donna birmana che aveva chiesto lo status di rifugiata ed era in attesa di un ultimo passaggio burocratico (in Myanmar c’è una dittatura militare ed è in corso una guerra civile). La donna è stata arrestata lo scorso 10 gennaio a St. Paul, vicino Minneapolis, e in pochi giorni è stata trasferita in un centro detentivo per migranti in Texas. Lah non ha precedenti penali e ha tre figli, di cui uno di cinque mesi in fase di allattamento, e una patologia al cuore.

Analizzando il suo caso il giudice Michael Davis ha detto che non c’era alcuna base legale per tenerla in detenzione in Texas: lo scorso 23 gennaio ha ordinato che venisse liberata e riportata in Minnesota entro i successivi due giorni. Non è ancora successo, e il suo caso non è unico.

Un agente federale a Minneapolis, 28 gennaio 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Secondo la legge statunitense, in molti casi le persone arrestate per reati legati all’immigrazione dovrebbero poter chiedere di essere liberate su cauzione in attesa che il loro caso venga esaminato, durante una specifica udienza davanti ai giudici dell’immigrazione. Ultimamente però queste udienze non vengono fissate o vengono fissate in ritardo: gli avvocati delle persone incarcerate si rivolgono quindi ai giudici federali, che impongono al governo una data entro cui fissare l’udienza, ma anche questa scadenza non viene rispettata.

Per via di queste mancanze, la scorsa settimana il giudice del Minnesota Patrick Schiltz ha chiamato a comparire in un processo Todd Lyons, il direttore dell’ICE, una delle principali agenzie federali che si occupano di immigrazione. Il caso era quello di Juan T.R., un uomo di origini ecuadoregne arrestato a inizio gennaio in Minnesota e detenuto in Texas senza prospettive di liberazione, nonostante un giudice ne avesse ordinato l’udienza e, in mancanza di questa, il rilascio.

Schiltz è un conservatore, nominato nel 2006 dal presidente Repubblicano George W. Bush. Quella di convocare Lyons è una mossa inusuale, giustificata nella sentenza citando le molte violazioni e i ritardi dell’amministrazione. «La pazienza della Corte è finita», ha scritto Schiltz, e il richiamo è servito. Poche ore dopo l’avvocato di Juan T.R. ha detto alla stampa che l’uomo era stato liberato, anche se era ancora in Texas.

In questi casi non è raro che le persone trasferite dall’altra parte del paese vengano rilasciate senza che sia offerto loro un modo per rientrare a casa.

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Agenti federali fermano una persona a un posto di blocco a Minneapolis, 27 gennaio 2026 (AP Photo/Adam Gray)

C’è anche un altro problema: il conflitto di competenze tra le autorità federali, cioè il governo Repubblicano di Trump, e quelle statali, guidate dal governatore Democratico Tim Walz.

Lo stato del Minnesota ha fatto causa all’amministrazione Trump chiedendo che interrompa le operazioni anti-immigrazione. Del caso si sta occupando la giudice federale Kate Menendez, la stessa che aveva ordinato all’ICE di smettere di usare metodi violenti per disperdere i manifestanti, con una sentenza poi annullata in appello. È stata nominata da Joe Biden.

Nella prima udienza sul caso Menendez ha ascoltato le argomentazioni delle parti ma non ha preso una decisione. «Lo stato ha un proprio insieme di valori in merito all’applicazione della legge e all’immigrazione, il governo federale ne ha un altro: mi state chiedendo di decidere chi ha ragione», ha detto Menendez. «Non posso essere giudice su ogni questione».

Altri casi che sollevano questioni di competenze sono le indagini sugli omicidi di Renee Good e Alex Pretti, i due attivisti uccisi da agenti federali durante le proteste a Minneapolis. In casi come questi le forze di polizia statali e federali dovrebbero collaborare, ma a Minneapolis la polizia ha denunciato di essere stata ostacolata dall’FBI. Fin da subito vari esponenti dell’amministrazione Trump avevano preso le difese degli agenti, sostenendo ricostruzioni rapidamente smentite da video e testimonianze.

Nel caso di Pretti le autorità statali si sono rivolte a un giudice federale per impedire alle forze federali di «distruggere o alterare le prove». Il giudice Eric Tostrud ha accolto la richiesta ed emesso un’ingiunzione temporanea; lunedì ci sarà un’altra udienza in cui dovrà decidere se prolungarla. Nella sentenza Tostrud aveva definito «sconvolgente» il modo sciatto con cui gli agenti federali si erano occupati del caso, per esempio abbandonando il luogo in cui è avvenuto l’omicidio senza assicurarsi di conservare e raccogliere le prove.

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