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  • Martedì 27 gennaio 2026

La capitale delle truffe legate al decreto flussi

È la provincia di Napoli, dove centinaia di migranti arrivano in aereo per poi scoprire che sono stati assunti da aziende che non esistono

di Angelo Mastrandrea

La vista dal terrazzo della Rete vesuviana solidale a Poggiomarino, che comprende diverse associazioni locali che si occupano di accoglienza, Napoli (Angelo Mastrandrea/il Post)
La vista dal terrazzo della Rete vesuviana solidale a Poggiomarino, che comprende diverse associazioni locali che si occupano di accoglienza, Napoli (Angelo Mastrandrea/il Post)

Una mattina di dicembre, alcuni migranti provenienti dal Bangladesh e dallo Sri Lanka attendono di essere ricevuti allo Sportello diritti della Rete vesuviana solidale nella stazione ferroviaria di Poggiomarino, in provincia di Napoli. Sono lì per denunciare di essere stati truffati per mezzo del decreto flussi, cioè la misura con cui il governo definisce le quote di ingresso di lavoratori stranieri extra-europei.

Raccontano di aver pagato migliaia di euro ai dalal, degli intermediari che li hanno fatti arrivare in Italia con la promessa di un lavoro, e che quando sono arrivati hanno scoperto che l’azienda che doveva assumerli in realtà non esisteva.

Gli attivisti della Rete vesuviana solidale, che comprende diverse associazioni locali che si occupano di accoglienza, hanno raccolto finora un migliaio di denunce di persone che raccontano storie simili. Sono convinti che segnalino un fenomeno molto più diffuso.

«La maggior parte dei truffati non li vediamo», dice Emilio Mesanovic, uno degli operatori che due volte alla settimana raccolgono le denunce: «Non vengono qui, hanno paura di raccontare quello che hanno subito perché l’organizzazione che li ha reclutati attraverso i social o con il passaparola nei villaggi d’origine – e con la quale spesso si sono indebitati – minaccia di prendersela con loro e con i familiari».

Il decreto flussi è noto da anni per le sue storture. Moltissimi gruppi criminali se ne approfittano per truffare i lavoratori migranti, sfruttando la loro ambizione di trovare un lavoro in Italia. In provincia di Napoli tutto questo è più evidente che altrove, anche per l’esistenza di diverse associazioni che si danno da fare per mettere qualche pezza.

Il meccanismo della truffa attraverso il decreto flussi è ben organizzato e coinvolge intermediari, avvocati, commercialisti e Centri di assistenza fiscale (CAF), datori di lavoro e membri della camorra.

Funziona così, spiega Aziz Nanouche, l’operatore legale dello sportello che traduce tutte le denunce. I dalal reclutano le persone promettendo che troveranno loro un impiego in Italia, e si fanno pagare fino a 15mila euro. Passano quindi le informazioni a diversi commercialisti italiani, che ricevono i dati degli aspiranti lavoratori. Nel giorno del click day, quando il ministero dell’Interno apre il portale per la presentazione delle richieste, entrano nel sistema simultaneamente grazie a decine di presta-Spid, cioè persone che prestano la loro identità e si fingono titolari di un’azienda. Se la domanda viene accolta, la somma pagata viene trattenuta: altrimenti trattengono solo qualche centinaio di euro.

Aziz Nanouche, l'operatore legale della Rete vesuviana solidale che traduce le denunce, con un gruppo di migranti (Angelo Mastrandrea/il Post)

Un operatore della Rete vesuviana solidale con un gruppo di migranti (Angelo Mastrandrea/il Post)

Nanouche spiega che ci sono degli studi di commercialisti «organizzati come una centrale operativa», con decine di persone che provano a entrare nel portale del ministero prima degli altri.

Alcuni migranti truffati, tutti provenienti dal Bangladesh, hanno accettato di raccontare quanto successo loro nei passaggi successivi. Preferiscono farlo in maniera anonima e senza essere fotografate perché temono ritorsioni dai dalal, e perché non hanno i documenti in regola.

Mostrano i nulla osta ottenuti dalla prefettura con i nomi delle aziende, le mail e i numeri di cellulare falsi, i biglietti da visita dei dalal con i numeri di telefono e altri documenti legati alle truffe, come le ricevute dei kit cartacei spediti alla questura per chiedere il permesso di soggiorno.

Raccontano che una volta arrivati in Italia hanno scoperto che le aziende che li avevano chiamati non esistevano. Nel frattempo infatti avevano dichiarato fallimento o non si erano mai presentate all’appuntamento in prefettura per firmare il contratto: e i presta-Spid o i titolari delle aziende conniventi si prendono una fetta dei soldi gestiti dai dalal e dai commercialisti.

Poiché si sono indebitati per il viaggio e per pagare gli intermediari, i lavoratori migranti non possono tornare nel loro paese. Lavorano in nero per le aziende agricole nell’entroterra, nelle fabbrichette tessili della zona vesuviana, o come venditori ambulanti. Molti di loro continuano a dipendere dai dalal, gli intermediari che li hanno reclutati, che gli affittano dei posti letto in appartamenti fatiscenti e sovraffollati e a volte gli trovano un lavoro in nero.

Sultan (nome di fantasia, come tutte le altre persone che vengono citate nell’articolo) ha 39 anni e dice di aver lasciato un lavoro da guardia giurata a Dubai per venire a lavorare in un’azienda agricola di Sant’Antonio Abate, un comune della zona vesuviana. Per questo impiego ha pagato 15mila euro a un dalal, un intermediario del suo paese che lo aveva contattato online prospettandogli la possibilità di lavorare in Italia. «Gli ho dato tutti i soldi che avevo risparmiato a Dubai, ho chiesto un prestito ai miei parenti e a una banca», racconta. Dopo avere ottenuto il nulla osta attraverso il decreto flussi, ha fatto un biglietto per l’Italia. Quando è atterrato, ha scoperto che la mail indicata dall’azienda era inesistente. Al numero di cellulare rispondeva una persona che diceva di non saperne nulla.

Dopo queste scoperte, il dalal gli ha trovato un posto letto in una stanza condivisa con altre otto persone nel centro storico di Napoli, chiedendogli 150 euro al mese, e un lavoro da venditore ambulante. Poi «mi ha detto che avremmo provato un’altra strada». Il dalal si è fatto dare altri 1200 euro per una falsa dichiarazione di ospitalità in una casa a San Giuseppe Vesuviano, e per inviare in questura alcuni documenti. Poi ha pagato altri 300 euro per presentare la domanda di protezione internazionale, che non ha ottenuto. Ora lavora da irregolare in un ristorante nel quartiere di Mergellina, a Napoli.

Il retro del biglietto da visita di un «dalal», l'intermediario che ha organizzato il viaggio di Sultan dal Bangladesh (Angelo Mastrandrea/il Post)

Il retro del biglietto da visita di un «dalal», l’intermediario che ha organizzato il viaggio di Sultan dal Bangladesh (Angelo Mastrandrea/il Post)

Farouk invece mostra il permesso di soggiorno speciale che aveva a Dubai, poiché lavorava come dipendente pubblico. Dice di essersi lasciato convincere prima online e poi per telefono da un dalal che gli aveva prospettato un contratto di lavoro migliore. Ha pagato 20mila euro e ha ottenuto il nulla osta per lavorare in Italia, a San Giuseppe Vesuviano. Quando è arrivato, due persone «dell’organizzazione» gli hanno detto che il datore di lavoro non si sarebbe presentato all’appuntamento in prefettura per il contratto, che non c’era nessun alloggio disponibile e che avrebbe dovuto arrangiarsi.

Hussein invece lavorava come farmacista in un ospedale. Dice di aver pagato 16mila euro con la promessa di un lavoro in un’impresa edile di Roccarainola, nel napoletano, e che deve ancora restituire 3.500 euro presi in prestito. Quando è arrivato, il lavoro non c’era: ora lavora in nero in un piccolo negozio di frutta e verdura, 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana, la domenica soltanto al mattino.

Hasan ha 43 anni e dice di temere per la sua vita e per quella dei suoi familiari perché deve ancora restituire 20mila euro a una rete di usurai con cui si è indebitato per arrivare in Italia. Spiega che a gestire il suo arrivo sono state più persone, che lo hanno portato a San Gennaro Vesuviano e gli hanno trovato lavoro in nero in una piccola azienda tessile. Ha chiesto al datore di lavoro di essere regolarizzato; nel frattempo ha presentato una denuncia per estorsione ai carabinieri.

Alì, anche lui quarantatreenne, spiega di aver pagato 20mila euro per ottenere il nulla osta, ma quando è arrivato in Italia ha scoperto che l’azienda edile che lo aveva chiamato aveva chiuso. Ora lavora in nero, tutti i giorni della settimana per 4 euro e mezzo all’ora, nella fabbrica tessile di un connazionale a Piazzolla, una frazione di Nola.

– Leggi anche: Il governo ha approvato un nuovo “decreto flussi”

Il decreto flussi è un provvedimento del governo che ogni anno stabilisce il numero massimo di stranieri che possono entrare in Italia da fuori dell’Unione Europea per lavorare, in base al bisogno in diversi settori, quasi tutti poco qualificati. I lavoratori vengono chiamati dai datori di lavoro attraverso una procedura on line che avviene in un giorno stabilito, che viene detto click day. È una sorta di gara a chi arriva prima, perché quando le quote si esauriscono gli ingressi vengono bloccati.

Le organizzazioni che si occupano di immigrazione e i sindacati sostengono che questo meccanismo si presti alle intermediazioni illegali e alle truffe, senza che per gli italiani che ne beneficiano ci sia alcuna conseguenza. «La lotteria del click day sembra fatta apposta per imbrogliare: viene venduto un nulla osta a cui non corrisponde nessuna garanzia di poter lavorare regolarmente in Italia», dice Giulio Iocco della Rete vesuviana solidale. Gli attivisti ritengono che il problema sia legato al decreto flussi, che «ha delle falle strutturali molto profonde», e più in generale alle politiche migratorie, che agevolano lo sfruttamento dei migranti.

«È così da quando la legge Bossi-Fini ha eliminato la figura dello sponsor, che garantiva per la persona chiamata a lavorare in Italia, e la situazione è peggiorata molto da quando è stato approvato il decreto Cutro, che rende più difficili le regolarizzazioni», spiega il sociologo dell’Eurispes Marco Omizzolo. «La legge italiana è ambigua: non condanna apertamente gli intermediari e spesso i magistrati la interpretano sostenendo che i migranti siano a conoscenza della truffa, poiché il reclutamento non avviene con la coercizione ma attraverso il convincimento, e li sanzionano con dei decreti di espulsione».

Per Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà, «la procedura di assunzione a distanza produce due macro fenomeni: un sistema di truffe diffuso, costruito su una finta assunzione del lavoratore che si trova all’estero e che una volta arrivato in Italia non troverà alcun datore di lavoro o eventualmente solo un percorso di sfruttamento e ricatto; e l’emersione del lavoratore straniero che è già in Italia e lavora in nero, con il datore di lavoro che finge la sua assunzione dall’estero». In questo secondo caso il lavoratore assunto toglie il posto ad altri che avrebbero i requisiti per accedere al decreto flussi dall’estero, riducendo moltissimo la quota di lavoratori che arrivano davvero in Italia.

Nel 2025 sono stati assegnati poco più di 190mila posti e l’anno precedente 151mila. Di questi, secondo un rapporto della campagna Ero Straniero, solo il 7,8 per cento si sono trasformati in veri lavori regolari. Gli altri sono rimasti in Italia senza permesso di soggiorno. Nella migliore delle ipotesi sono rimasti a lavorare in nero dopo la scadenza del contratto stagionale, sperando in una futura regolarizzazione attraverso una finta chiamata dall’estero, sempre col decreto flussi. Nella peggiore, non hanno mai avuto un contratto e hanno lavorato solo in nero.

I migranti che chiedono aiuto allo sportello di Poggiomarino sono solo alcune delle persone truffate. A giugno la procura della Repubblica di Napoli ha accusato 45 persone nell’area vesuviana di aver organizzato richieste di assunzione fittizie per centinaia di bangladesi, col sostegno della camorra. Secondo i magistrati le persone truffate pagavano 9mila euro per ogni pratica: in alcuni casi la camorra  pretendeva una tangente, in altri gestiva direttamente le truffe.

A settembre, 400 persone provenienti dal Bangladesh che una volta arrivate in Italia non hanno trovato l’azienda che le aveva reclutate si sono rivolte a Savary Ravendra Jeganesan, che viene dallo Sri Lanka e lavora come consigliere aggiunto del Comune di Napoli (un rappresentante informale per le comunità di stranieri della città). Le truffe sono state segnalate alla CGIL, che ha incontrate le persone coinvolte e ha segnalato i casi alla prefettura di Napoli. Alla Camera del lavoro della CGIL di Napoli dal 2022 a oggi hanno raccolto altre 398 denunce. Di queste, 77 arrivavano da altre regioni ma i nulla osta erano stati ottenuti da professionisti, consulenti e CAF del napoletano. Tra i richiedenti c’erano aziende agricole, edili e tessili, e molti ristoranti.

A metà dicembre, un centinaio di migranti truffati ha protestato davanti alla Camera dei deputati, a Roma, per chiedere la regolarizzazione. «Il governo dovrebbe rilasciare a queste persone un permesso di soggiorno per attesa occupazione, poiché quasi tutte hanno già un altro lavoro», ha detto il responsabile immigrazione dell’Arci, Filippo Miraglia.