I nostri dati passeranno sempre più spesso lungo cavi sottomarini

Soprattutto nel Mediterraneo, per la sua posizione geografica: è un settore in cui ci sono interessi enormi e spesso divergenti

di Francesco Gaeta

La sala di controllo Sparkle ad Acilia, vicino a Roma (Francesco Gaeta/il Post)
La sala di controllo Sparkle ad Acilia, vicino a Roma (Francesco Gaeta/il Post)
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Nei prossimi mesi verrà completata la posa di un cavo sottomarino che collegherà Genova a Mumbai, in India, passando per Grecia, Cipro, Israele e Giordania. Da fuori, assomiglia a una canna da giardino: ha un diametro di circa 3,5 centimetri, fra guaine protettive di plastica e metallo, ed è stato dipinto con colori anonimi. La sua immagine non ne restituisce l’importanza. Cavi del genere costano centinaia di milioni di euro e vengono progettati e realizzati dalle più importanti aziende di tecnologia al mondo, con l’assenso dei governi che controllano le acque territoriali da cui transitano.

Il cavo fra Genova e Mumbai verrà posato da Sparkle, una società italiana del gruppo Tim che negli ultimi anni è diventata una delle principali aziende al mondo fra quelle che si occupano di cavi sottomarini. Ma nel progetto sono state coinvolte anche la Commissione Europea, Google, i governi dei vari paesi toccati dal cavo, che si chiama ufficialmente Blue & Raman Submarine Cable Systems.

Operazioni del genere sono sempre più frequenti e la loro rilevanza aumenterà ancora, nei prossimi anni.

Il cavo Blue & Raman Submarine Cable Systems (TeleGeography’s Submarine Cable Map)

La tecnologia dei cavi sottomarini in fibra ottica ha iniziato a diffondersi negli anni Novanta, e da lì oggi passa gran parte della comunicazione globale: traffico internet, telefonate, transazioni finanziarie. Sparkle, che dichiara di gestire oltre un terzo dei cavi sottomarini nel Mediterraneo, ha clienti privati o istituzionali di paesi che tra loro non hanno relazioni diplomatiche facili: egiziani, sauditi, libici, israeliani. La gestione condivisa di questa infrastruttura è una delle poche cose che li fa lavorare insieme.

Moltissimi cavi sottomarini attraversano il Mediterraneo per via della sua posizione geografica da passaggio obbligato fra l’Europa, l’Africa e l’Asia. Il canale di Sicilia, per esempio, è una delle aree con maggiore densità al mondo di questi cavi, benché sia quasi priva di isole e quindi sostanzialmente disabitata. Da qui passa anche il 2Africa, il cavo sottomarino più lungo al mondo: si estende per più di 45mila chilometri – più della lunghezza dell’equatore – collega in tutto 33 paesi, ed è gestito da un consorzio di cui fanno parte Meta, Vodafone e varie aziende statali egiziane e saudite, fra le altre.

(Mappa tratta dal sito Submarine Cable Map)

I paesi mediterranei che gestiscono i cavi collaborano alla loro posa e manutenzione, ma al contempo cercano anche di assicurarsi una certa supremazia, spalleggiati a volte dalle aziende di tecnologia: per questo nel settore si parla di “cooperazione competitiva”.

La Francia ha consolidato Marsiglia come hub – cioè il punto dove i cavi si collegano a terra – grazie alla combinazione tra una burocrazia semplificata e la presenza di molti data center industriali, cioè strutture che hanno bisogno di poter spostare una grande quantità di dati con i cavi. L’Italia sta cercando di ritagliarsi un ruolo con Genova, Palermo e Catania. Più a est, Grecia e Cipro stanno investendo per diventare punti di scambio verso Turchia e Medio Oriente. Ognuno di questi hub cerca di collocarsi sui flussi che dall’Asia arrivano alla zona FLAP, cioè quella compresa tra Francoforte, Londra, Amsterdam e Parigi dove avviene il grosso delle transazioni finanziarie europee.

C’è però un problema. La maggior parte dei cavi che collegano Europa, Asia e Africa attraversa una serie di colli di bottiglia obbligati, ancora più stretti del canale di Sicilia: il canale di Suez, il mar Rosso, Bab el-Mandeb tra Yemen e Gibuti. Sono vie anguste, esposte a rischi di incidenti e di sabotaggi. Come avviene per la navigazione commerciale, anche gli operatori di cavi sottomarini stanno cercando rotte alternative. È quello che sta facendo Sparkle con Blue & Raman, che aggira l’Egitto e arriva al mar Rosso passando per la Giordania, così evitando il collo di bottiglia di Suez, molto trafficato e rischioso.

Tracciare la rotta di un cavo sottomarino in fibra ottica deve infatti tenere conto di diversi elementi tecnici per ridurre il rischio che venga tranciato. Il più rilevante è il tipo dei fondali: meglio siano di sabbia, così che il cavo si possa appoggiare sopra, e molto profondi, quindi più difficile da raggiungere per eventuali malintenzionati (o ancore dei pescherecci calate nel punto sbagliato).

Il cavo vero e proprio ha un diametro di 3,5 centimetri ed è fatto a strati: al centro ci sono sottilissimi filamenti di vetro che trasportano i dati sotto forma di impulsi luminosi. Le fibre sono avvolte da uno strato di rame, indispensabile per alimentare i ripetitori ottici: amplificatori che ogni 60–80 chilometri rigenerano il segnale, compensando l’attenuazione naturale della luce lungo la fibra. Più all’esterno ci sono strati isolanti e protettivi.

Vicino alla costa, il cavo è rivestito da una doppia armatura in acciaio, mentre in acque più profonde l’armatura si riduce o scompare. Fino a circa 1.000 metri di profondità viene interrato nel fondale con un aratro sottomarino, per proteggerlo da ancore e pesca a strascico. Oltre quella soglia viene semplicemente posato sul fondo, perché i rischi diminuiscono. Entro le 12 miglia dalla costa (circa 22 chilometri), cioè il limite delle acque territoriali per il diritto internazionale, occorre chiedere permessi ai paesi coinvolti e garantire di non danneggiare la flora marina: coralli e posidonie soprattutto.

Se si escludono atti dolosi, i pericoli maggiori sono rappresentati da ancore e reti a strascico (i morsi dei pesci più grandi sono un rischio molto limitato). Riparare un cavo tranciato può costare anche 300mila euro. Sulla rete di Sparkle, che nel mondo ha 650mila chilometri di fibra ottica, succede in media cinque volte all’anno. Da Sparkle fanno sapere che i danni «sono per lo più di origine accidentale».

Ad Acilia, alla periferia di Roma, in una grande sala che sembra un teatro una quarantina di tecnici di Sparkle controlla 24 ore al giorno le imbarcazioni che navigano nel Mediterraneo su maxischermi alimentati da dati forniti dalla Marina Militare. Il bacino è diviso in quadranti con un numero che indica le navi presenti in quel momento all’interno del quadrante. Appena arrivano a pochi chilometri dai cavi vengono evidenziate: in caso di avvicinamenti rischiosi scatta un’allerta, e viene fatta intervenire la Marina Militare. Negli ultimi due anni «le segnalazioni di questo tipo sono state un centinaio» spiega Danilo Decaroli, responsabile Operations di Sparkle.

Lo schermo di monitoraggio della sala di controllo Sparkle ad Acilia, vicino a Roma (Francesco Gaeta/il Post)

Dentro al cavo sottomarino BlueMed – cioè il tratto mediterraneo del sistema Blue & Raman – è stato realizzato il potenziamento della Rete RIFON (Rete Interforze in Fibra Ottica Nazionale) della Difesa. In sostanza è un altro cavo che assicura “ridondanza”, come si dice in gergo, cioè la possibilità di avere una via alternativa a quella principale in caso di guasti o sabotaggi del circuito principale. Anche per l’esistenza di RIFON quando Tim ha deciso di vendere Sparkle, il governo si è fatto avanti: la vendita sarà formalizzata entro il primo trimestre del 2026 e il ministero dell’Economia e delle Finanze otterrà il 70% delle quote, che è stato valutato in 700 milioni di euro.

Un cavo sottomarino di nuova generazione ha una capacità totale di 500 terabit al secondo, sufficiente a far passare più di 600 milioni di mail al secondo. Ha una vita media di 25 anni, ma il ritmo delle nuove installazioni si è molto accorciato da quando sul mercato è arrivato un nuovo tipo di operatori. Le grandi aziende tecnologiche – Google, Meta, Amazon, Microsoft – hanno deciso di commissionare e gestire reti proprietarie, perché la crescita delle loro piattaforme, le esigenze degli archivi cloud e i calcoli dei software dell’intelligenza artificiale richiedono volumi di traffico dati enormi. Anche perché nel frattempo non abbiamo trovato altri modi efficaci di trasportare dati a lunga distanza: i satelliti, per esempio, possono spostare i dati molto più lentamente e al momento sono considerati meno affidabili dei cavi sottomarini.

Google è partner di Sparkle nel progetto Blue & Raman, Meta è tra i promotori di 2Africa; Microsoft e Amazon stanno finanziando tratte transatlantiche e progetti multipli per connettere i loro data center.

Secondo Alberto Rizzi, analista dello European Council on Foreign Relations, l’arrivo di queste aziende ha radicalmente cambiato il mercato. Il settore della fibra ottica sottomarina è diventato «una infrastruttura critica, cioè un terreno di confronto tra potenze statali e grandi oligopoli privati. Le questioni economiche e commerciali si intrecciano con questioni di sovranità economica». Significa, in sostanza, che il controllo dei cavi sottomarini viene conteso da entità molto diverse fra loro, e con priorità spesso poco sovrapponibili.

A questo si aggiunge un fattore di disturbo, almeno dalla prospettiva occidentale: la Cina. Attraverso società come HMN Technologies (una ex divisione della grossa azienda cinese Huawei) e il gruppo Hengtong, la Cina produce cavi, ripetitori e sistemi di posa ed è stata coinvolta negli ultimi anni in decine di progetti in Africa, Sud-est asiatico e Medio Oriente, spesso legati alla Belt and Road Initiative. Moltissime aziende che riparano i cavi tranciati, per esempio, sono cinesi.

Questa presenza ha sollevato interrogativi politici e di sicurezza, sia in Europa sia negli Stati Uniti. Entrambi negli ultimi anni hanno progressivamente escluso i fornitori cinesi dai progetti più rilevanti, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili o finanziamenti pubblici. Nel Mediterraneo e sulle rotte euro-atlantiche, infatti, i grandi sistemi recenti sono stati affidati quasi esclusivamente a costruttori europei, giapponesi o statunitensi.

Negli ultimi anni anche l’Unione Europea ha iniziato a considerare i cavi sottomarini in fibra ottica infrastrutture strategiche, al pari delle reti di energia o dei trasporti. A novembre la Commissione Europea ha stanziato 389 milioni di euro per progetti di collegamenti digitali, tra cui alcuni cavi sottomarini. L’obiettivo è moltiplicare le rotte, ridurre i colli di bottiglia come lo stretto di Suez e rafforzare la propria indipendenza nel settore del traffico dati.

Eppure secondo Emanuele Rossi, giornalista di Decode39 esperto sul tema, sarà difficile raggiungere una vera indipendenza, almeno nel breve periodo: «La filiera del settore è molto ampia e diversificata ed è oggi divisa tra diversi attori: chi produce i cavi, chi li posa sul fondo del mare, chi li gestisce, chi li ripara. Al momento manca una filiera integrata di un singolo paese europeo o tra diversi partner europei. Per ridurre il rischio occorre accelerare questa integrazione».