L’AI sta cambiando anche l’industria pornografica
I servizi per generare contenuti personalizzati per adulti aumentano, ma l'autenticità continua a essere considerata un valore

Fino a poco tempo fa, le pubblicità sui principali siti pornografici promettevano soprattutto di mettere gli utenti in contatto, via chat o video, con persone reali. Erano le classiche «donne single e vogliose che vivono nella tua zona» che bastava «cliccare qui per conoscere», e che naturalmente non esistevano, o con cui si poteva parlare soltanto previo pagamento.
Oggi una percentuale crescente di quegli spazi pubblicitari è occupata da servizi diversi: generatori di immagini pornografiche tramite intelligenza artificiale, chatbot erotici personalizzabili, piattaforme per creare «la propria ragazza AI ideale», quasi sempre identica al personaggio di un fumetto giapponese.
È un cambiamento che rientra in un fenomeno più ampio: l’intelligenza artificiale generativa (cioè quella che genera testi, immagini, audio o video) sta venendo adottata massicciamente anche dall’industria dell’intrattenimento per adulti. A trainarlo sono soprattutto startup tecnologiche che offrono tre tipi di servizi: “AI companion”, ovvero i chatbot progettati per simulare relazioni romantiche e sessuali con l’utente; le controverse app “nudify”, che servono a rimuovere digitalmente i vestiti dalle fotografie di persone reali, generando immagini false in cui appaiono nude; e i più generici generatori di contenuti pornografici su misura, a partire da un prompt, cioè un’indicazione dell’utente.
Molte sex worker temono che la crescente accessibilità dei contenuti generati dall’AI crei un’eccessiva competizione. Altre, invece, stanno iniziando a sfruttare queste nuove tecnologie: per esempio usano chatbot per rispondere ai messaggi dei fan, automatizzando un lavoro che richiederebbe altrimenti molto tempo. E c’è anche chi ha cominciato a vendere i diritti di utilizzo della propria immagine o voce ad aziende di AI per creare cloni digitali, in modo da delegare scene porno particolarmente difficili, violente o faticose, o continuare a guadagnare anche dopo essersi ritirate.
Alcuni video creati con l’AI sono disponibili da tempo su piattaforme mainstream come Pornhub: per scelta aziendale, però, si tratta solo di contenuti animati, non “realistici”. Anche OnlyFans al momento vieta i contenuti completamente generati dall’AI: la piattaforma, infatti, ha deciso di scommettere che diventerà la principale destinazione per trovare contenuti pornografici “veri” quando nel resto delle piattaforme si troveranno solo deepfake, cioè appunto video manipolati con l’intelligenza artificiale.
Per trovare questi contenuti, quindi, al momento serve andare a cercarli o generarli su appositi siti. Soltanto negli ultimi due anni ne sono nati almeno 50 dedicati alla generazione di contenuti porno su richiesta: i più famosi sono Candy, LustLab e Pornify. Alcuni offrono un servizio base gratuito e chiedono soldi per funzioni avanzate o risultati più rapidi. Altri fanno pagare una certa somma per ogni contenuto generato, oppure offrono abbonamenti per poter generare un numero illimitato di contenuti. Secondo Global Commerce Media, un gruppo di ricerca di mercato, il settore dei contenuti per adulti generati da AI nel 2025 valeva già 2,5 miliardi di dollari.
Su queste piattaforme gli utenti possono personalizzare i protagonisti delle scene porno che vogliono: si sceglie il colore dei capelli e degli occhi, ma anche il tipo di corpo, la combinazione e la grandezza dei genitali, l’età (dai 18 ai 90), le eventuali disabilità, le espressioni facciali.
«Almeno da un punto di vista teorico, questi servizi di personalizzazione possono aprire delle possibilità positive per le persone che hanno determinati kink che non possono essere realizzati nella vita reale», dice Maria Sofia Federico, creator italiana di OnlyFans molto seguita che da tempo riflette sull’impatto dell’AI sul suo settore. Fa l’esempio delle persone che sono eccitate dai tentacoli, o da altri aspetti un po’ mostruosi che non esistono nella vita reale. Al momento, quel genere di scena si trova soltanto nei contenuti animati, perché è molto raro che una casa di produzione spenda grosse somme per gli effetti speciali per creare contenuti così di nicchia.
Quasi sempre, però, riconosce che l’AI viene usata per generare modelle che «hanno il corpo di Kim Kardashian e il viso di Madison Beer»: bellezze assolutamente mainstream, insomma, che si possono trovare facilmente ovunque su siti già gratuiti. L’unica differenza in questo caso è che l’AI rende superflua l’esistenza di videomaker, operatori, costosi set, oggetti di scena e anche attrici e attori.
Come dicevamo ci sono sex worker che hanno cominciato ad adottare personalmente le tecnologie. Alcune lo fanno per alleviare il carico di lavoro: startup come FlirtFlow, per esempio, offrono alle creator che lavorano su piattaforme come OnlyFans la possibilità di addestrare un chatbot con il loro tono di voce e poi usarlo per sostituirle nelle chat con i follower. È una cosa che si faceva già da tempo, delegando il lavoro ad agenzie specializzate. FlirtFlow, però, è decisamente meno costoso.
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Con le tecnologie gratuite disponibili oggi è molto facile creare contenuti sessualmente espliciti con l’immagine di persone reali. Questo è un rischio per chiunque pubblichi foto online, ma per le sex worker «è soprattutto un danno economico», spiega Federico. «Qualcun altro sta lucrando sulla mia immagine, o quanto meno non ci sto guadagnando io».
Il tema dello sfruttamento dei diritti d’immagine compare sempre più spesso nei contratti di lavoro. Un avvocato lavorista intervistato dall’Economist ha raccontato che un numero crescente di pornostar richiede clausole che impediscano agli studi di utilizzare i loro lavori per allenare modelli di AI. Lana Smalls, performer popolare su Pornhub, ha raccontato al Washington Post che oggi le case di produzione inseriscono spesso clausole molto lasche che permettono loro di usare i contenuti girati per addestrare l’AI, puntando sul fatto che gli attori non se ne accorgano.
In questo contesto, molte sex worker stanno cercando di anticipare questi cambiamenti per non subirli. Già nel 2024, in un lungo articolo, l’ex attrice porno Stoya, particolarmente conosciuta e amata tra i millennial, ha consigliato alle colleghe di cominciare a creare “deepfake consensuali” di loro stesse. Un’altra famosa attrice porno, Riley Reid, ha invece una startup per trasformare sè stessa e alcune colleghe in “fidanzate digitali” con cui gli utenti possano parlare. Un’altra ancora, Chloe Amour, mette a disposizione dei fan una clone digitale con cui chattare o a cui chiedere contenuti personalizzati, in modo da poter essere «ovunque loro vogliano che sia» senza rischiare l’esaurimento.
Queste vie sono percorribili soprattutto da performer già molto conosciute, amate e affermate. Molte altre, soprattutto su piattaforme come OnlyFans, sentono di non potersi permettere di adottare queste tecnologie perché rischiano di alienare un pubblico che le apprezza proprio perché danno l’aria di essere autentiche e “accessibili”. Isla Moon, creator di OnlyFans che su Instagram ha oltre 113mila follower, ha raccontato per esempio che alcuni fan già ora le rivolgono domande insospettite, temendo di non star parlando davvero con lei.
Ardens, una creator di OnlyFans italiana piuttosto apprezzata, ha raccontato al Post che, nella sua esperienza, «le persone cercano proprio una sensazione di intimità e di connessione umana». «Anche quando apri il sito porno più mainstream in assoluto, i video più visti sono quelli amatoriali. Ci eccita la regia un po’ grezza, l’errore, quei piccoli elementi di umanità e spontaneità che ci permettono di immedesimarci un po’ in quelle situazioni», dice. Anche per questo pensa che le startup che offrono di creare cloni digitali siano interessanti al massimo per farsi conoscere di più, ma che non possano sostituire il suo lavoro.
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